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lunedì 29 novembre 2021
 
 

Sognando un reddito per tutti

19/05/2014  La Svizzera ha bocciato il salario minimo. Ma in Italia cosa sarebbe successo?

Domenica 18 maggio la Svizzera ha detto no al sontuoso salario minimo garantito, circa 4.000 franchi al mese, cioè 3.250 euro lordi. A questa cifra, infatti, dovrà essere tolto il 30% fra tasse, contributi e cassa malattia. Ciò nonostante, anche la somma finale netta, pari a circa 2.400 euro, avrebbe costituito un record in materia. Questo salario minimo, infatti, sarebbe stato il più alto del mondo. Tanto per intenderci e per rimanere in casa nostra, cioè in Europa, i 22 franchi orari (18 euro), sono nettamente superiori agli 8 euro previsti in Germania e ai 9,5 della Francia. Ma anche altrove, le cifre parlano chiaramente: in Gran Bretagna, David Cameron ha rivalutato il salario minimo orario portandolo da 6,6 sterline (8,10 euro) a 10,88 (13,36 euro). E va anche ricordato che negli Stati Uniti il presidente Obama sta spingendo non poco per portarlo da 7,25 dollari orari (5,11 euro) a 10,10 dollari (7,30 euro).

I favorevoli al quesito referendario, oltre ai sindacati, erano socialisti e Verdi, uniti nell’affermazione secondo cui «è una vergogna e indegno di un Paese ricco come la Svizzera che quasi un lavoratore su dieci guadagni meno di 22 franchi all’ora». In Italia i 22 franchi, corrispondenti a 18 euro circa, sarebbero una manna piovuta dal cielo ma non va dimenticato che il costo della vita in Svizzera è superiore a quello del nostro Paese anche del 40%. Il salario avrebbe interessato 330.000 lavoratori (cioè il 9% del totale), dall’agricoltura al commercio, ai servizi alberghieri. Il governo e gli imprenditori, invece, si sono opposti perché temevano la fine di quei lavori con un salario inferiore a quello richiesto nel referendum. Va, per altro, ricordato che nella Svizzera si vive un clima abbastanza surriscaldato da un paio d’anni a causa dell’aumento della disoccupazione che è arrivata a toccare anche il 4% della popolazione.

Tutto è relativo, certo, soprattutto se si confronta la Svizzera a Paesi come l’Italia, ma per gli elvetici è scattato l’allarme rosso sul mondo del lavoro e dell’occupazione, una delle cause che ha indotto i sindacati a raccogliere le firme utili per arrivare al referendum.  Gli svizzeri, insomma, un salario minimo, soprattutto di questa portata, non lo gradiscono. Dal 1875, anno del primo referendum, gli elvetici hanno votato più di 500 quesiti. E, a memoria, forse questo sarà quello che maggiormente ha interessato l’Europa, o almeno parte di essa, la meno fortunata, costituita da disoccupati e poveri.

Ma in Italia? Siamo sicuri che voteremmo come in Svizzera? La disaffezione alle urne da noi regna sovrana. Questo il quadro italiano, stando a quanto narrano i moderni cantori, i sondaggisti che paventano come primo pericolo un’affluenza al voto ridotta ai minimi termini. E, se invece, provassimo a ribaltare tutto? Se a qualcuno venisse in mente, nel nostro Paese, di proporre un referendum come quello svizzero, sul salario minimo? Di colpo, improvvisamente, urne piene da mane a sera, improvviso ritorno di fiamma della partecipazione politica, trepidazione in attesa dei risultati e improvvisate “ola” di eccitazione per il quorum raggiunto. Perfino Pannella ringiovanirebbe. La verità è che il mondo è spesso strampalato e di difficile interpretazione. Giusto a un passo da noi, i confinanti elvetici sono terrorizzati dal tasso di disoccupazione che s’avvicina (horribile dictu) al 4%. Verrebbe voglia di portare qualche figlio di Guglielmo Tell da noi, a vedere come vanno le cose. Ma, siccome il mondo è bello perché vario, mentre a Ponte Chiasso (provincia di Como) si langue tra un bar e una passeggiata in attesa di trovare lavoro, un chilometro dopo, a Chiasso (Canton Ticino) le strade sono vuote perché la gente sta lavorando, chi in ufficio, chi in fabbriche magari italianissime, chi nei campi, tra foraggio, mucche e api anch’esse intente nelle loro industriose attività.

Ora, se domenica avesse vinto il “sì” al quesito referendario svizzero, che sarebbe successo? Proviamo per un attimo a immaginare questo scenario. 1) Siccome in Svizzera il risultato di un referendum diventa subito attuativo (eh, sì, succede anche questo, fuori dai nostri confini), immediatamente i pochi svizzeri disoccupati si ritrovano a fine mese una busta paga da far invidia anche ai nostri impiegati di primo livello. 2) Gli industriali elvetici provano ad assumere qualcuno disponibile a salari inferiori rispetto a quello minimo garantito. 3) Gli italiani frontalieri accorrono in massa, pur di trovare un lavoro retribuito. 4) Una volta assunti – e va ricordato che per la maggioranza dei mestieri la Svizzera non si è mai dotata di contratti di lavoro collettivi – alla prima busta paga ricevuta i frontalieri si lamentano di guadagnare meno di un disoccupato. 5) Con astuzia italica, provvedono quindi a dimettersi per ottenere un salario minimo garantito di ben più elevata consistenza. 6) Aumenta il tasso di disoccupazione della Confederazione, con evidenti sbalzi economici nella vita di tutti i giorni (prezzi al consumo, inflazione, eccetera). E aumenta anche l’isteria collettiva di un popolo abituato da secoli alla pace tra le vallate. 7) Vane proteste elvetiche con il Governo di Roma affinché regoli il flusso dei migranti. Tsè… 8) Nuove inchieste italiane sulla “fuga dei cervelli”. 9) Proteste dell’Ue con la Svizzera e richiesta formale di rivedere il referendum sul salario minimo. 10) Gli svizzeri, non abituati al caos, cominciano a prospettare la fuga verso un altro continente. 11) Poi, decisione a sorpresa, che spiazza chiunque ma che i filosofi leggono come ennesima riprova dei “profondi cambiamenti del mondo nel nuovo millennio”: la Svizzera esce dalla neutralità e dichiara ufficialmente guerra al mondo intero. 12) In Cina, il presidente Xi Jinping viene raggiunto dalla notizia: “Presidente, gli svizzeri hanno dichiarato guerra alla Cina”. Calmo, riflessivo, compreso nel suo ruolo di grande guida di oltre un miliardo e trecento milioni di cinesi, il presidente chiede a bassa voce: “Quanti sono?” “Quasi otto milioni”. “Ah, e in che albergo alloggiano?”

 
 
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