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«La mia Carolina, uccisa dalle botte di Internet»

01/08/2016  Famiglia Cristiana aveva incontrato Paolo Picchio, il padre della giovanissima Carolina spinta al suicidio da una serie di atti di bullismo. Così il papà raccontava il suo dolore

Lei era la mia gioia». Non si rassegna Paolo Picchio, padre di Carolina che, dopo più di un anno, fatica a gestire un dolore insopportabile. Una figlia bella, intelligente e sportiva che una sera decide di farla finita e non si volta più indietro. Una figlia di soli 14 anni. «Era la notte del 5 gennaio 2013. La sera era uscita con gli amici e io le avevo raccomandato di non fare tardi. Verso le 23 mi ha chiesto di andare a riprenderla e tornati a casa si è subito infilata nella sua stanza. «Sono stanca, vado a dormire”, mi ha detto. Verso le tre della mattina mi ha svegliato una telefonata dei carabinieri. “Dov’è sua figlia?”. Sono entrato in camera e ho visto la finestra aperta».

L’ULTIMA SERATA

A fine novembre del 2012 Carolina partecipa a una festa in casa di amici. Si ride, si scherza e si balla, ma a un certo punto si alzano i toni. «Lei era quasi astemia. Ma quella sera è successo qualcosa. Carolina ha bevuto tanto da perdere i sensi. Mi hanno telefonato di andare a prenderla perché stava troppo male. Era talmente sfinita che il giorno dopo non ricordava nemmeno i miei schiaffi per svegliarla né nulla di quanto accaduto». Tra i ragazzi della festa c’erano anche gli amici del suo ex, il ragazzino con cui la giovane non voleva più stare. «Da lì in poi non so bene cosa possa essere successo, se qualcuno le abbia messo qualcosa nel bicchiere. So solo quello che resta, un video che ritraeva Carolina in quello stato e che un mese dopo è stato postato e ha iniziato a girare sulla Rete. La vergogna è stata insopportabile».

Carolina che usava normalmente Internet, social e Web.
Carolina brava a scuola e piena di amici. Carolina l’insospettabile. «Mai avrei immaginato una cosa del genere, che covasse un tale disagio. Non ha mai dato segnali, mai lasciato trapelare nulla né con me né con la madre né con le sorelle. Nemmeno con la sua migliore amica. L’età tra i 13 e i 14 anni è incredibile. L’insegnante della scuola media è più materno e presente. Al liceo passi da ragazzina a ragazza, un salto incredibile di maturità, sessuale ed esteriore. Hai delle compagnie nuove, si spersonalizza il rapporto tra insegnante e alunno. Carolina poi ha cambiato scuola, dalle magistrali allo scientifico. I suoi insegnanti non hanno avuto neanche il tempo di capire. Né loro né io, altrimenti sarei intervenuto, avrei indagato. Ma quel video, virale e inarrestabile, è stato uno stillicidio. Mentre lo ricevi tu, lo ricevono anche altri. Un video, 2.600 insulti e non ti puoi nascondere».

LE PAROLE FANNO PIÙ MALE DELLE BOTTE

  

Picchio non trova pace, lui che dalla mattina successiva non ha più rimesso piede nella casa di Novara in cui abitava da solo con la figlia. «Tutti abbiamo conosciuto un bullo, lo spaccone. Oggi su Internet, però, il cyberbullo non è il “capo gang” ma un personaggio pavido, insicuro, frustrato lui stesso e che ha tra le mani uno strumento micidiale. I ragazzi non si rendono conto che il Web è reale, come la vita». Ci mostra due lettere che la ragazza ha scritto prima di togliersi la vita. Le stringe tra le mani e stenta a trattenere le lacrime. «Le parole fanno più male delle botte», scrive la ragazza. «Spero che adesso sarete un po’ più sensibili sulle parole». Un grido di dolore silenzioso che il padre stesso non ha capito. «Ma a cui oggi voglio dare voce, per lei e per tutte le altre Caroline».

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