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mercoledì 02 dicembre 2020
 
Il cardinale Parolin
 

Dialogo tra le religioni, scudo per impedire nuovi martiri

06/05/2016  Il cardinale Parolin, segretario di Stato Vaticano, spiega che il dialogo tra le religioni è indispensabile per prevenire le cause dei conflitti e per spingere governi e istituzioni a trovare soluzioni di pace nei conflitti in corso. Il primo passo è quello di riconoscere le proprie differenze e di impegnarsi per il rispetto della dignità umana.

«Ogni atto, ogni passo in avanti, fatto nel dialogo con le altre religioni, e con le differenti Chiese e comunità cristiane, è per sé stesso anche un atto di pace, di pacificazione, che attenua, elimina diffidenze e ostilità, apre gli animi all’incontro, previene i conflitti e permette di lavorare insieme per raggiungere risultati sempre più impegnativi». Il cardinale Piero Parolin, invitato a concludere il convegno su Libertà religiosa, diritti umani, globalizzazione, traccia un bilancio dei rapporti tra Chiesa cattolica e altre confessioni religiose e chiama tutti a un impegno concreto. Quello di conoscersi e accettarsi, malgrado le differenze, per arrivare insieme, dice il segretario di Stato Vaticano, «a una categorica condanna della violenza, soprattutto quella perpetrata in nome della religione, ovunque e da chiunque venga praticata, come premessa per far sì che gli uomini agiscano e coesistano sulla base di regole minime di convivenza; osservando quell’obbligo che i classici riassumevano nel concetto del “neminem ledere”, e che noi traduciamo meglio nel comandamento del non uccidere e non usare nessuna forma di violenza contro i nostri simili».

Il cardinale guarda la realtà e «i segnali crescenti di una violenza scellerata che colpisce in tanti luoghi a motivo della religione, e che fa tante vittime tra i più inermi, i “nuovi martiri”, come ormai li chiamiamo, che nulla hanno fatto di male, e che quasi sempre agivano soltanto per aiutare gli altri senza pensare a sé stessi». Insiste, citando papa Francesco e i suoi predecessori, sulla condanna ferma della violenza  che parte dal riconoscimento della dignità della persona umana, di ogni persona. Una cosa che sembrava scontata, dopo tanto lavoro a livello internazionale, dopo tanti trattati e convenzioni, dopo anni in cui lo spettro della guerra sembrava allontanarsi. E invece oggi, ha continuato il cardinale Parolin, «dobbiamo constatare che ci troviamo di fronte a nuove terribili aberrazioni, con guerre dichiarate e non dichiarate che squassano Paesi e territori interi, popolazioni in fuga che cercano riparo altrove, e spesso non lo trovano. E poi ancora una esplosione di violenza religiosa di cui non si aveva più memoria, almeno quanto a dimensioni e crudeltà. È qualcosa che sgomenta».

Il cardinale ricorda come «già i primi anni del nuovo secolo hanno visto moltiplicarsi nuovamente martiri cristiani, ebrei, di ogni confessione o credo, in tante parti del mediterraneo, dell’Asia, dell’Africa, per motivi della loro fede od opinione. Voglio ricordare il più recente eccidio che ha visto tra le vittime le quattro suore dell’Ordine delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta, trucidate in Yemen. Quelle suore che nulla, nulla di male, avevano fatto ad alcuno, e che tanto, tanto, bene, avevano recato ai deboli e agli emarginati, hanno perso la vita per la loro fede e la loro carità. E di nuovo Papa Francesco ha colto e denunciato un ulteriore male che si è aggiunto alla violenza, quello dell’indifferenza del mondo, che non ha detto nulla, non ha reagito, neanche ha ricordato il martirio. La violenza religiosa è un baratro che ha dei responsabili, ma l’indifferenza di fronte alla violenza chiama in causa tutti noi».

Un’indifferenza che non paga mai, un orrore che, come dimostrano anche le recenti stragi di Bruxelles e di Lahore, non ha fine. E non si può usare la religione per giustificare queste tragedie. «Ci ricorda il Papa», cita Parolin, «che “la violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche”, perché “la vita è sacra, quale dono di Dio”. Ed ha concluso: “Né la violenza né la morte avranno mai l’ultima parola davanti a Dio, che è il Dio dell’amore e della vita”». Non dobbiamo però abbatterci. Anzi, questa realtà «deve spingerci ancora più avanti per realizzare quella prospettiva di pace, di cui il mondo ha bisogno, e senza la quale si aprono solo nuove strade di violenza e di sofferenza. Il dialogo interreligioso assume, allora, un significato più alto e urgente. Il dialogo interreligioso non è un lusso, al contrario è qualcosa di necessario ed essenziale, al servizio del bene comune».

Il dialogo interreligioso può spingere i leader religiosi, i governi, le istituzioni a intervenire. A cercare le cause che possono scatenare violenze e conflitti, e a impegnarsi, nei conflitti che sono già in corso, per pacificare le parti. «Durante e dopo i conflitti, occorre fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per la riconciliazione tra le parti, Stati, gruppi armati, altre categorie di combattenti. Ecco, allora, che per le Chiese e le altre religioni si aprono tante, tante, possibilità per agire come soggetti di pace che attraversino le linee ‘avversarie’, che facciano dialogare i contendenti, plachino le passioni più aspre, attivino – questo è un punto decisivo – canali e personalità capaci di offrire soluzioni alternative a quelle, già in atto o imminenti, di natura bellica».

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