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giovedì 12 dicembre 2019
 
Giustizia & migrazioni
 

Parte dall'Italia la prima denuncia penale contro la tratta di migranti

08/10/2019  Presentata da due avvocati del foro di Milano al Tribunale internazionale dell’Aja, è stata fatta a difesa di sette migranti. Ed è la prima al mondo.

«L’immigrazione e la tortura sono due realtà diverse: la prima è un fenomeno, che va regolato dalla politica; la seconda è un crimine, che va condannato in modo deciso e coraggioso». Lo spiega l’avvocato milanese Giuseppe Pellegrino che, insieme al collega Alberto Ferrari, ha deciso di presentare la prima denuncia penale contro la tratta. I legali hanno assunto la difesa di sette migranti - che hanno riferito le violenze vissute nell’arco del loro percorso migratorio dai Paesi sub-sahariani dell’Africa Occidentale, fino alle sponde del Mediterraneo - alla Corte penale internazionale dell'Aja, con lo scopo di aprire un’indagine sui Paesi interessati dal fenomeno della tratta, così come descritta dagli assistiti: Mali, Burkina Faso, Niger, Libia ed Italia. La particolarità di questa denuncia - che è stata accolta e, quindi, l’iter processuale è stato avviato - risiede nel fatto che è la prima del suo genere e che viene, appunto, presentata alla corte dell’Aja, la stessa del processo di Norimberga, per intenderci, istituita proprio per i crimini di guerra. «Non ci siamo rivolti alla corte europea dei diritti dell’uomo», commenta l’avvocato Ferrari, «perché volevamo che il processo fosse di natura penale. La tratta è un crimine, e come tale va perseguita».

Aggiunge Pellegrino: «Sette migranti, richiedenti protezione internazionale in Italia, hanno testimoniato gli orrori consumati sulla soglia del territorio italiano, nel deserto del Sahara e nelle acque del Mediterraneo. Il nostro obiettivo è quello di discutere non di immigrazione clandestina e di tutela delle frontiere, ma di opporci alla tratta di esseri umani e alla riduzione in schiavitù». Per perseguire tale idea è nata anche una associazione di cittadini, “Civitas”.

«Si tratta», commenta Ferrari, «di un mercato che ha per oggetto esseri umani e i cui proventi derivano dall’estorsione ai danni delle famiglie, dallo sfruttamento del lavoro o della prostituzione, dall’impiego nel crimine organizzato e in altre attività illecita. Il fenomeno ha rilevanza internazionale in termini di crimini contro l’umanità». Il messaggio che vuole dare l’associazione è che «l’essere umano non può essere oggetto di commercio e di diritti di carattere patrimoniale per alcuna finalità».

L’identità delle vittime (le rotte da loro seguite transitano pertanto tutte dalle cittadine di Gao in Mali o Agadez in Niger) non è stata rivelata per ragioni di sicurezza, soprattutto delle famiglie rimaste in Africa. «Dai racconti dei nostri assistiti», aggiunge Ferrari, «emerge che l’estorsione, sul suolo libico, non è esercitata con la sola privazione della libertà e la prospettiva dell’uccisione, come poteva avvenire da parte delle bande criminali sul suolo italiano, ma tramite la tortura e la prostrazione quotidiana. Non solo: i migranti non sono a conoscenza degli accordi, del presumibile scambio di denaro, né tanto meno dei dialetti libici utilizzati nelle conversazioni tra vettori e carcerieri, che si dimostrano tuttavia tutt’altro che ostili tra loro». Un fenomeno, questo, che, in silenzio, rischia di creare discriminazioni all’interno del genere umano, tra uomini liberi e non, tra persone dotate di soggettività giuridica piena e non, tra esseri umani con dignità e non: «Il timore», chiosano gli avvocati, «è che tale situazione poss consolidarsi e modificare stabilmente la coscienza collettiva e il tessuto sociale».

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