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mercoledì 10 agosto 2022
 
 

Cristo risorto, l'alba della fede

07/04/2012  Pasqua 2012 con il cardinale Ravasi, Ferruccio Parazzoli, Mariapia Bonanate: le ragioni della speranza cristiana.

«Se Cristo non è risorto, vuota è la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede» (1Corinzi 15,14). Queste parole di san Paolo sono come l’epigrafe ideale che dovremmo incidere sul tempio spirituale della Pasqua che celebriamo alle soglie dell’Anno della fede voluto da Benedetto XVI. Proprio per questo vorremmo proporre ai nostri lettori una riflessione teologica, cioè un impegno di approfondimento attorno al cuore della fede cristiana.

Partiamo, allora, da quell’alba di una primavera tra il 30 e il 33. Tre sono gli elementi registrati dal racconto evangelico.
Ecco innanzitutto farsi avanti un gruppo di donne, che per prime incontrano il Cristo risorto. Siamo di fronte a un dato storico incontrovertibile: essendo, secondo il diritto semitico, le donne inabilitate alla testimonianza valida, giuridica o storica, gli evangelisti non avrebbero mai “inventato” una simile attestazione, affidata a persone “incapaci” di testimoniare, se essa non fosse stata nella nuda e semplice realtà dei fatti.

Veniamo, così, al secondo dato: la pietra che sigillava l’apertura della tomba – secondo la rilevazione attestata da quelle donne – giace ribaltata. L’evangelista Giovanni aggiunge una nota ulteriore sull’interno di quel sepolcro così come appare a un teste successivo, Pietro: «Vide i teli posati là e il sudario, che era stato posto sul capo di Gesù, non posato là con i teli ma avvolto in un luogo a parte» (20,6-7). Dunque, una tomba vuota che conserva le tracce di un morto che ormai non è più presente.

Ecco, infine, il terzo elemento narrato dai Vangeli, una visione, cioè un’esperienza trascendente, rappresentata da una figura angelica che proclama le stesse parole del successivo Credo cristiano: «È risorto!». Una formula che ha lo scopo di spiegare quella tomba vuota. Siamo, a questo punto, nel cuore del problema che suscita un grappolo di domande alle quali potremo dare ovviamente solo un abbozzo di risposta (biblioteche intere di storiografia, esegesi e teologia lo hanno già fatto in modo ben più sistematico). Che senso ha l’espressione «risorto dai morti»?

Innanzitutto sottolineiamo che per il Nuovo Testamento la misteriosa vicenda finale di Cristo non può essere ricondotta alla rianimazione pura e semplice di un cadavere, come quelle compiute da Gesù nei confronti di Lazzaro (Giovanni 11) e del figlio della vedova di Nain (Luca 7,11-17). Ora, noi siamo di fronte a un evento che ha contorni verificabili storicamente (la tomba vuota, i lini abbandonati, la testimonianza delle donne) ma il cui nucleo ha però una dimensione ulteriore più alta. C’è, dunque, certamente il ritorno alla vita di Gesù morto, ma ciò che accade in quell’atto non è descritto dai Vangeli (lo faranno gli apocrifi con racconti grandiosi che sono rimasti nelle rappresentazioni artistiche e nell’immaginario popolare).
Nella risurrezione di Cristo si ha una trasformazione che pervade il corpo di Gesù ma che incide anche su tutto l’essere e sulla storia. La divinità, l’eterno e l’infinito, attraverso Cristo, Figlio di Dio, penetrano nella realtà intera dell’umanità e nell’essere cosmico trasfigurandoli; è una sorta di irradiazione che feconda di eternità il nostro tempo. Ora, per esprimere questo evento che incide nella storia in modo non soltanto episodico ma radicale, il Nuovo Testamento è ricorso a due linguaggi che cercano di esprimere ciò che è di sua natura un “mistero”, ossia una realtà superiore all’orizzonte umano ma non irrazionale.

Il primo è quello della risurrezione, un linguaggio già noto all’Antico Testamento: basterebbe leggere il capitolo 37 di Ezechiele ove, in una visione surreale, il profeta descrive lo Spirito creatore di Dio che ritesse su una distesa di scheletri la carne della vita, dando origine a un immenso popolo vivente. Il Nuovo Testamento esprime la risurrezione di Cristo con il verbo eghéirein, “risvegliare” dalla morte, simbolicamente intesa come un sonno, oppure con il verbo anístemi, “levarsi, sorgere in piedi”. Dietro il velo del linguaggio simbolico si vuole indicare che Gesù come vero uomo passa attraverso il segno radicale dell’umanità, il morire, “risvegliandosi” alla vita divina che gli appartiene e che ora pervade la morte, vincendola.

C’è, però, un altro linguaggio, caro a Giovanni, a Luca e a Paolo, che è definito di esaltazione o glorificazione ed è espresso con il verbo greco hypsoùn, “innalzare, elevare”, e con immagini di ascensione verso l’alto. Basterebbe citare due frammenti giovannei: «Come Mosè innalzò nel deserto il serpente, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo... Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (3,14; 12,32). Oppure basterebbe rievocare il racconto dell’ascensione al cielo ribadito da Luca nel finale del suo Vangelo (24,50-53) e in apertura alla sua seconda opera, gli Atti degli Apostoli (1,6-12). Il senso del linguaggio è chiaro. Con la “risurrezione” si affermava che il Gesù storico e il Cristo risorto sono la stessa persona; con l’ “esaltazione” si celebra la gloria divina del Risorto e la novità del suo presentarsi a noi.

Infatti, venendo in mezzo a noi, Gesù è divenuto in tutto simile a noi; con la morte egli conclude la sua parabola storica. Con la Pasqua egli è “esaltato”, cioè rientra nel mondo divino a cui appartiene come Figlio di Dio, attirando a sé quell’umanità che aveva assunto incarnandosi per condurla alla gloria. Questo è nitidamente dichiarato nell’inno che Paolo incastona nella sua Lettera ai Filippesi (2,6-11): «Cristo, pur essendo di natura divina, svuotò sé stesso assumendo la condizione di servo (...), facendosi obbediente sino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è sopra ogni altro nome (...). Così che nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra».

Quanto accade nella risurrezione di Cristo è, dunque, un evento complesso, accuratamente rappresentato dai Vangeli. È un evento che si radica nel tempo e nello spazio, cioè nella morte e in una tomba, e che perciò ammette una verificabilità storica. Esso, però, fiorisce nell’eterno e nel divino, ed è per questo che esige un’analisi nella fede e nella teologia. Nelle sue Lettere di Nicodemo (1951) lo scrittore polacco cattolico Jan Dobraczynski, morto nel 1994, fa una considerazione che potremmo porre a suggello del nostro particolarissimo e limitato itinerario nell’orizzonte pasquale cristiano: «Vi sono misteri nei quali bisogna avere il coraggio di gettarsi, per toccare il fondo, come ci gettiamo nell’acqua, certi che essa si aprirà sotto di noi. Non ti è mai parso che vi siano delle cose alle quali bisogna prima credere per poterle capire?».

I racconti evangelici pasquali sono prima di tutto testi di fede, ma per questa via aprono la ricerca di una comprensione che sia anche razionale e storica. Il credere e il comprendere s’intrecciano in modo complesso e delicato e costituiscono la struttura fondamentale della teologia cristiana. Un filosofo, il gesuita Xavier Tilliette, nella sua opera la Settimana santa dei filosofi (1992), scriveva che «la filosofia deve arrestarsi alla soglia delle apparizioni pasquali, al Sabato santo. Essa non deve testimoniare la Gloria. Occorre mantenere castamente la propria frontiera».

Certo, la filosofia e la storiografia non possono appropriarsi delle vie della grazia e della fede. Tuttavia questo non impedisce alla fede di agganciarsi alle vie della ragione e alla ragione di guardare oltre le sue frontiere. Scriveva sant’Agostino: «Chiunque crede pensa e pensando crede... La fede se non è pensata è nulla».

Card. Gianfranco Ravasi
presidente del Pontificio consiglio della cultura

«La “porta della fede” (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi». Si apre con queste parole la Lettera apostolica in forma di motu proprio Porta fidei con la quale Benedetto XVI indice l’Anno della fede. Ed ecco come il Pontefice scandisce il calendario e spiega le ragioni di questo anno speciale. «Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del concilio Vaticano II, e terminerà nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il 24 novembre 2013».

Oltre al cinquantesimo anniversario dell’inizio del concilio Vaticano II, il Papa ricorda un’altra data significativa: «L’11 ottobre 2012 ricorreranno anche i vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato dal mio predecessore, il beato papa Giovanni Paolo II. Questo documento, autentico frutto del concilio Vaticano II, fu auspicato dal Sinodo straordinario dei vescovi del 1985 come strumento al servizio della catechesi e venne realizzato mediante la collaborazione di tutto l’episcopato della Chiesa cattolica. E proprio l’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi è stata da me convocata, nel mese di ottobre del 2012, sul tema de La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Sarà quella un’occasione propizia per introdurre l’intera compagine ecclesiale a un tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede». Benedetto XVI invita la Chiesa intera a promuovere durante l’Anno della fede

C’è un momento nella vita in cui ci ritroviamo nudi dinanzi a noi stessi. Ci guardiamo allo specchio, come se ci vedessimo per la prima volta. Ascoltiamo la nostra voce più profonda. E sentiamo di dover far chiarezza su quelle domande fondamentali che abbiamo sempre rinviato. Per omissione, indifferenza, paura. Il transito storico che stiamo vivendo, confuso e vuoto di riferimenti, alimenta questa urgenza. Ferruccio Parazzoli, viaggiatore di lungo corso sulle strade dello spirito e dell’interrogazione che salda il cielo alla terra, ha avvertito quest’imperativo. È sceso sul terreno con il quale un po’ tutti, o prima o dopo, facciamo i conti. La fede. Sulla quale ha basato la sua vita di uomo e di scrittore: «Per non uscire di scena, quando accadrà, senza avere avuto il coraggio e l’onestà non tanto di capire cosa sia rimasto di quella fede, ma quale sia davvero la tua fede, spoglia, drammatica, sia pure aggrappato a una zattera, al posto di tutto un imponente vascello, paludato di verità ormai ingestibili».

Non è stato facile per lui, non è semplice per chi legge Eclisse del Dio Unico (Il saggiatore), dove racconta la sua avventura interiore che è confessione, indagine sui confini estremi, denuncia, lacerazione, richiesta. La cosa certa, per liberare subito il campo da letture in superficie o strumentali, è che non ha «abbandonato il cristianesimo», come è stato scritto. Non ha vissuto una conversione alla rovescia. Certo, narrare Dio, protagonista assoluto del suo libro, chiede quel silenzio discreto e, a tratti, la pagina bianca che può suscitare il sospetto di una cancellazione. «Non si può avere fretta di parlare di Dio. Se cediamo troppo presto alla tentazione di ricorrere a un Dio, sia pure eclissato, rischiamo strade senza uscita». E aggiunge: «La fede in Cristo – poiché questo è il cristianesimo – è per me irrinunciabile. Vorrebbe dire altrimenti che la mia vita, oggi, in questo stesso momento, non ha più senso».

Che il Dio Unico, ebraico-cristiano, sia diventato una Presenza sfocata che non interessa più, lo avvertiamo tutti. Nel privato, come nel pubblico. Lo stesso Benedetto XVI ha parlato di una «stanchezza del credere» che ha portato a quel nichilismo di massa che Parazzoli individua come «l’incapacità dell’uomo occidentale di “prendere parte”, di rischiare su qualcosa d’assoluto, sul sì o sul no. In passato il silenzio di Dio provocava la rivolta, oggi crea l’indifferenza. Chi ancora crede non osa dire: e Dio dov’era quando... Gli è stato insegnato che un uomo di fede questa domanda non se la pone. La maggioranza, non si pone nemmeno più il problema della fede.

Che c’entra mai quel tale Dio nella nostra vita, quel Vecchio Dio che ci arriva da quel libro remoto, che si chiama Bibbia? Quel Dio tace, andiamo avanti, non venite a disturbarci, la vita è già difficile così com’è!». Ma Dio non si arrende. È in agguato sulle nostre strade. Ci aspetta perché lo rintracciamo nella sua Presenza in ogni spazio della vita e dell’universo. È impastata con il nostro corpo e anima.
Ha un’ampiezza fuori ogni misura umana, imprendibile. Come di fronte al mistero del male e della sofferenza, che contrasta con l’idea di bontà, amore, bellezza che la tradizione ci ha consegnato. Sempre Benedetto XVI, in visita ad Auschwitz, sopraffatto da «uno sbigottito silenzio», ha gridato: «Perché Signore hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? Non permettere mai più una cosa simile». E invece Auschwitz ha continuato a moltiplicarsi in Cambogia, in Argentina,nella ex Jugoslavia, in Ruanda, in tante stragi di oggi.

Ma è proprio il suo apparire in ogni cosa a renderlo “inevitabile”. C’imbattiamo di continuo in lui, come nell’aria che respiriamo. «Il mondo nel suo presente, nella sua dinamicità è la rappresentazione stessa di Dio, è la vita stessa di Dio». Per incontrarlo dobbiamo metterci in gioco, “sporcarci le mani” nel rischio del dubbio, superare la paura di lasciare il certo per l’incerto. Creare un approccio nuovo, a cominciare dal linguaggio, incapace di verticalità come di abissi, mediatico e autoreferenziale. L’uomo d’Occidente, abbandonata la dimensione metafisica, parla solo di sé stesso.

Non c’è più preghiera, come non c’è rivolta. La stessa Chiesa, per prima, sembra avere perso la forza di un linguaggio vivo, che superi la difesa delle istituzioni, per diventare profetico. Conclude Parazzoli: «Non ha bisogno, per essere presente, di uomini sconfitti e rassegnati. Ma del Cristo vittorioso che scavalca il sepolcro, come nel dipinto di Piero della Francesca. Il Risorto, anche se non sappiamo, per quanto osiamo tuttavia dire quando diciamo Risurrezione. Non un Cristo strumento di un disegno previsto e prevedibile, per rimettere le nostre colpe e quelle dei nostri Padri a costo della propria vita. Egli si offre come Dio che può risorgere, allora e oggi, solo con la risurrezione di Cristo. Per poter donare il Regno dell’amore a quel mondo, basato sulla sopraffazione e sulla violenza che lo ha eclissato. È dunque il Cristo Risorto che dobbiamo accogliere e che accolgo. E se questo è un rischio, ben venga il rischio. “Non so altro”, come diceva Paolo».

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