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martedì 25 gennaio 2022
 
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Sotto la Croce in cerca di unità

02/04/2021  Padre Cantalamessa ricorda l'insegnamento della Fratres omnes e invita i cattolici a riscoprire il proprio essere fratelli nella fede, capaci di resistere alle tentazioni del "diabolos", colui che semina zizzania

È tutta sulla Fratres omnes l’omelia di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della casa Pontificia e creato cardinale lo scorso novembre. Alla presenza del Papa e dopo che Francesco si è prostrato davanti all’altare e i lettori hanno annunciato il brano della passione, il frate cappuccino, ricorda la firma come l’enciclica abbia smosso tanti cuori e, di fronte alle tante ferite del mondo, ha ridestato l’anelito verso questo valore universale.

Una enciclica rivolta a tutti, «dentro e fuori la Chiesa, all’umanità intera», sottolinea il cardinale. C’è però un paragrafo che è rivolto esplicitamente ai cristiani, «dove il fondamento evangelico della fraternità è riassunto in poche ma vibranti parole. Dice: “Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo. Da esso scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti”». Padre Cantalamessa chiede di concentrarsi proprio su questo punto, «su questo fondamento teologico della fraternità perché è sulla croce che essa fu inaugurata».

E spiega il fondamento della parola fratelli, che non indica solo chi è nato dallo stesso padre e dalla stessa madre, ma un intero popolo, e ogni persona umana. «Fratello è quello che la Bibbia chiama il “prossimo”. “Chi non ama il proprio fratello…” vuol dire: chi non ama il suo prossimo. Quando Gesú dice: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”, intende ogni persona umana bisognosa di aiuto». Ma fratello, nel Nuovo Testamento «va sempre più chiaramente indicando una categoria particolare di persone. Fratelli tra di loro sono i discepoli di Gesú, quelli che accolgono i suoi insegnamenti. “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? […] Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre”». In quest’ottica, dice il predicatore, «la Pasqua segna una tappa nuova e decisiva. Grazie ad essa, Cristo diventa “il primogenito tra molti fratelli”. I discepoli diventano fratelli in senso nuovo e profondissimo: condividono non solo l’insegnamento di Gesú, ma anche il suo Spirito, la sua vita nuova di risorto. È significativo che solo dopo la sua risurrezione, per la prima volta, Gesú chiama i suoi discepoli “fratelli”: “Va' dai miei fratelli - dice a Maria di Magdala - e di' loro: ‘Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro’”. “Colui che santifica e coloro che sono santificati –si legge nella Lettera agli Ebrei - provengono tutti da una stessa origine; per questo [Cristo] non si vergogna di chiamarli fratelli”».

È dopo la Pasqua che l’uso più comune della parola fratello «indica il fratello di fede, membro della comunità cristiana. Fratelli “di sangue” anche in questo caso, ma del sangue di Cristo! Questo fa della fraternità in Cristo qualcosa di unico e di trascendente, rispetto a ogni altro genere di fraternità ed è dovuto al fatto che Cristo è anche Dio. Essa non si sostituisce agli altri tipi di fraternità basati su famiglia, nazione o razza, ma li corona. Tutti gli esseri umani sono fratelli in quanto creature dello stesso Dio e Padre. A ciò la fede cristiana aggiunge una seconda decisiva ragione. Siamo fratelli non solo a titolo di creazione, ma anche di redenzione; non solo perché abbiamo tutti lo stesso Padre, ma perché abbiamo tutti lo stesso fratello, Cristo, “primogenito tra molti fratelli”».Tutto questo, continua il cardinale, ci dice che «la fraternità si costruisce cominciando da vicino, da noi, non con grandi schemi, con traguardi ambiziosi e astratti. Questo significa che la fraternità universale comincia, per noi, con la fraternità nella Chiesa Cattolica». Ma questa fraternità è divisa. «La tunica di Cristo è stata fatta a pezzi». E non solo dalla divisione tra le Chiese, ma da quelle all’interno di ciascuna confessione. E se «la vera tunica di Cristo, il suo corpo mistico animato dallo Spirito Santo» non può essere lacerata e se agli occhi di Dio, la Chiesa resta «”una, santa cattolica e apostolica”, e tale rimarrà fino alla fine del mondo», questo «non scusa le nostre divisioni, ma le rende più colpevoli e deve spingerci con più forza a risanarle».

Il predicatore individua la causa più comune delle divisioni tra i cattolici non nel dogma, nei sacramenti, nei ministeri, ma «nell’opzione politica, quando essa prende il sopravvento su quella religiosa ed ecclesiale e sposa una ideologia, dimenticando completamente il valore e il dovere dell’obbedienza nella Chiesa». Un peccato, «nel senso più stretto del termine» perché significa che «“il regno di questo mondo” è diventato più importante, nel proprio cuore, che non il Regno di Dio», che si è dato spazio all’opera del «“diabolos”, cioè il divisore, il nemico che semina zizzania, come lo definisce Gesú nella sua parabola». E invece dobbiamo imparare dal Vangelo a resistere alla tentazione di portare il gregge da una parte o dall’altra perché si è pastori di tutto il gregge. Per questo bisogna «fare un serio esame di coscienza e chiedersi dove stanno portando il proprio gregge: se dalla propria parte o dalla parte di Gesù. Il Concilio Vaticano II affida soprattutto ai laici il compito di tradurre le indicazioni sociali, economiche e politiche del Vangelo in scelte anche diverse, purché sempre rispettose degli altri e pacifiche». La Chiesa deve coltivare il carisma dell’unità, evitare le divisioni. «Il recente viaggio del Santo Padre in Iraq», conclude padre Raniero, «ci ha fatto toccare con mano cosa significa, per chi è oppresso o reduce da guerre e persecuzione, sentirsi parte di un corpo universale, con qualcuno che può far udire il tuo grido al resto del mondo e fare rinascere la speranza. Ancora una volta si è realizzato il mandato di Cristo a Pietro: “Conferma i tuoi fratelli”». Un corpo universale che deve cercare l’unità guardando la croce e continuando a pregare, come fa la  Chiesa a ogni Messa prima della Comunione, con le parole: «Signore Gesù che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà».

 
 
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