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venerdì 13 dicembre 2019
 
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Pedofilia: il Papa scrive ai vescovi Usa

03/01/2019  La volontà di voler nascondere gli abusi ha fatto perdere credibilità all'intera Chiesa. E oggi, dice Francesco, quando si vuol mettere a tacere la voce scomoda dei pastori si tirano in ballo gli scandali. Occorre preghiera, unità, comunione e l'ascolto sincero del popolo di Dio per cercare di sanare le ferite, è il monito ai vescovi statunitensi riuniti per gli esercizi spirituali.

Il Papa avrebbe voluto andare negli Stati Uniti per unirsi in preghiera ai vescovi nordamericani in occasione degli esercizi spirituali. E per  affrontare con loro lo scandalo pedofilia che ha minato la credibilità della Chiesa. Lo si apprende da una lunga lettera datata primo gennaio e resa nota oggi con la quale Bergoglio – che ha inviato a guidare gli esercizi il predicatore della Casa Pontificia padre  Raniero Cantalamessa – ricorda che il problema degli abusi va affrontato con determinazione e con rimedi che non siano peggiori del male. Francesco esorta i vescovi statunitensi a lottare «contro la “cultura dell’abuso”» e ad «affrontare la crisi della credibilità».

«Molte azioni», scrive il Papa, «possono essere utili, buone e necessarie e addirittura possono sembrare giuste, ma non tutte hanno “sapore” di vangelo. Se mi permettete di dirlo in modo colloquiale: bisogna far attenzione che “il rimedio non diventi peggiore della malattia”. E questo richiede da noi saggezza, preghiera, molto ascolto e comunione fraterna».

Il Papa riconosce chiaramente che «negli ultimi tempi la Chiesa negli Stati Uniti si è vista scossa da molteplici scandali che toccano nel più profondo la sua credibilità. Tempi burrascosi nella vita di tante vittime che hanno subito nella loro carne l’abuso di potere, di coscienza e sessuale da parte di ministri ordinati, consacrati, consacrate e fedeli laici; tempi burrascosi e di croce per quelle famiglie e tutto il Popolo di Dio».

La credibilità della Chiesa, spiega il Pontefice, è stata minata non solo dagli atti in se, ma «specialmente dalla volontà di volerli dissimulare e nascondere, il che ha generato una maggiore sensazione di insicurezza, di sfiducia e di mancanza di protezione nei fedeli. L’atteggiamento di occultamento, come sappiamo, lungi dall’aiutare a risolvere i conflitti, ha permesso agli stessi di perpetuarsi e di ferire più profondamente la trama di rapporti che oggi siamo chiamati a curare e ricomporre».

Gli abusi «hanno creato un’impronta e una ferita profonda nel cuore del popolo fedele. Lo hanno riempito di perplessità, sconcerto e confusione; e questo serve anche molte volte come scusa per screditare continuamente e mettere in dubbio la vita donata di tanti cristiani che “mostrano l’immenso amore per l’umanità ispiratoci dal Dio fatto uomo”».

Il Papa fa riferimento a tutte le volte in cui la parola scomoda della Chiesa viene messa  atacere ricordando lo scandalo della pedofilia: «Ogni volta che la parola del Vangelo disturba o diventa una testimonianza scomoda, non sono poche le voci che intendono farla tacere segnalando il peccato e le incongruenze dei membri della Chiesa e ancor di più dei loro pastori».

Bergoglio ricorda che «la ferita nella credibilità esige un approccio particolare poiché non si risolve con decreti volontaristici o stabilendo semplicemente nuove commissioni o migliorando gli organigrammi di lavoro come se fossimo capi di un’agenzia di risorse umane. Una simile visione finisce col ridurre la missione del pastore della Chiesa a un mero compito amministrativo/organizzativo nella “impresa dell’evangelizzazione”. Diciamolo chiaramente, molte di queste cose sono necessarie, ma insufficienti, poiché non riescono ad assumere e ad affrontare la realtà nella sua complessità e corrono il rischio di finire col ridurre tutto a problemi organizzativi». Va invece rafforzata la capacità, come comunità, «di costruire vincoli e spazi sani e maturi, che sappiano rispettare l’integrità e l’intimità di ogni persona. Implica la capacità di convocare per risvegliare e infondere fiducia nella costruzione di un progetto comune, ampio, umile, sicuro, sobrio e trasparente. E questo esige non solo una nuova organizzazione, ma anche la conversione della nostra mente (metanoia), del nostro modo di pregare, di gestire il potere e il denaro, di vivere l’autorità e anche di come ci relazioniamo tra noi e con il mondo».

Basta alla «autoreferenzialità, autopreservazione e autodifesa» per non «cadere come “un sacco vuoto”», per non essere «forse un corpo ben strutturato e organizzato, ma senza forza evangelica, poiché non aiuterà a essere una Chiesa più credibile e testimoniale, bensì “un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna”».

C’è bisogno di una nuova stagione ecclesiale con «pastori maestri del discernimento nel passaggio di Dio nella storia del suo popolo e non di semplici amministratori, poiché le idee si dibattono, ma le situazioni vitali si discernono. Pertanto, in mezzo alla desolazione e alla confusione che le nostre comunità vivono, il nostro dovere è – in primo luogo – di trovare uno spirito comune capace di aiutarci nel discernimento, non per ottenere la tranquillità frutto di un equilibrio umano o di una votazione democratica che faccia “vincere” gli uni sugli altri, questo no! Ma un modo collegialmente paterno di assumere la situazione presente che protegga – soprattutto – dalla disperazione e dalla orfanità spirituale il popolo che ci è stato affidato».

Il Papa richiama all’unità, alla comunione, alla necessità della conversione, «perché non vogliamo annunciare noi stessi, ma Colui che è morto per noi e testimoniare come nei momenti più bui della nostra storia il Signore si rende presente, apre cammini e unge la fede scoraggiata, la speranza ferita e la carità addormentata».

Va cercato il bene comune alla luce del Vangelo per non finire «poco a poco con l’annunciare “un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo”», per «non fare di Dio un “idolo” di un determinato gruppo esistente. Il costante riferimento alla comunione universale, come anche al Magistero e alla Tradizione millenaria della Chiesa, salva i credenti dall’assolutizzazione del “particolarismo” di un gruppo, di un tempo, di una cultura dentro la Chiesa. La Cattolicità si gioca anche nella capacità che abbiamo noi pastori di imparare ad ascoltarci, aiutare ed essere aiutati, lavorare insieme e ricevere le ricchezze che le altre Chiese possono apportare nella sequela di Gesù Cristo. La Cattolicità nella Chiesa non si può ridurre solo a una questione meramente dottrinale o giuridica, ma ci ricorda che in questo pellegrinaggio non siamo né procediamo soli: “un membro soffre? Tutte le membra soffrono con lui”».

«La comunione affettiva con il sentire del nostro popolo », continua la lettera, «con la sua sfiducia, ci spinge a esercitare una paternità spirituale collegiale che non banalizzi le risposte e non resti neppure prigioniera di un atteggiamento sulla difensiva, ma che cerchi d’imparare – come fece il profeta Elia in mezzo alla sua desolazione – ad ascoltare la voce del Signore, che non si trova né nelle tempeste né nei terremoti, ma nella calma che nasce dal confessare il dolore nella sua situazione presente e si lascia convocare ancora una volta dalla Sua parola». Un atteggiamento che «ci chiede la decisione di abbandonare come modus operandi il discredito e la delegittimazione, la vittimizzazione e il rimprovero nel modo di relazionarsi e, al contrario, di dare spazio alla soave brezza che solo il Vangelo ci può offrire. Non ci dimentichiamo che “la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti è ciò che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poiché non le lascia spazio per produrre quel bene possibile che si integra in un cammino sincero e reale di crescita” (Francesco, Gaudete et exsultate, n. 50). Tutti gli sforzi che faremo per rompere il circolo vizioso del rimprovero, della delegittimazione e del discredito, evitando la mormorazione e la calunnia, in vista di un cammino di accettazione orante e vergognosa dei nostri limiti e peccati e stimolando il dialogo, il confronto e il discernimento, tutto ciò ci disporrà a trovare cammini evangelici che suscitino e promuovano la riconciliazione e la credibilità che il nostro popolo e la missione esigono da noi. Faremo questo se saremo capaci di smettere di proiettare sugli altri le nostre confusioni e insoddisfazioni, che costituiscono ostacoli per l’unità e se oseremo metterci insieme in ginocchio dinanzi al Signore lasciandoci interpellare dalle sue piaghe, nelle quali potremo vedere le piaghe del mondo».

Infine papa Francesco ricorda che «il Popolo fedele di Dio e la missione della Chiesa hanno già sofferto, e soffrono troppo, a causa degli abusi di potere, coscienza, sessuali e della loro cattiva gestione, per aggiungere loro la sofferenza di trovare un episcopato disunito, concentrato nel discreditarsi più che nel trovare cammini di riconciliazione. Questa realtà ci spinge a porre lo sguardo sull’essenziale, a spogliarci di tutto quello che non aiuta a rendere trasparente il Vangelo di Gesù Cristo.

Oggi ci viene richiesta una nuova presenza nel mondo conforme alla Croce di Cristo, che si cristallizzi in servizio agli uomini e alle donne del nostro tempo». Confidando nello Spirito Santo: «Non possiamo permetterci, in mezzo alla tormenta, di perdere la fede nella forza silenziosa, quotidiana e operante dello Spirito Santo nel cuore degli uomini e della storia. La credibilità nasce dalla fiducia, e la fiducia nasce dal servizio sincero e quotidiano, umile e gratuito verso tutti, ma specialmente verso i prediletti del Signore. Un servizio che non intende essere un’operazione di marketing o una mera strategia per recuperare il posto perso o il riconoscimento vano nel tessuto sociale ma perché appartiene “alla sostanza stessa del Vangelo di Gesù”».

Non si deve cadere in «false opposizioni o riduzionismi e dal tacere dinanzi a un ambiente propenso all’odio e all’emarginazione, alla disunione e alla violenza tra fratelli. La Chiesa, “il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”, porta nel suo essere e nel suo seno la sacra missione di essere terra d’incontro e ospitalità non solo per i suoi membri, ma anche per tutto il genere umano. È proprio della sua identità e missione lavorare instancabilmente per tutto ciò che può contribuire all’unità tra persone e popoli. È questo il suo servizio più grande, ancor più quando vediamo risorgere nuovi e vecchi discorsi fratricidi. Le nostre comunità oggi devono testimoniare in modo concreto e creativo che Dio è Padre di tutti e che dinanzi al suo sguardo l’unica classificazione possibile è quella di figli e fratelli. La credibilità si gioca anche nella misura in cui aiutiamo, insieme ad altri attori, a intrecciare un tessuto sociale e culturale che non solo si sta sfaldando, ma che alberga e rende possibili nuovi odi. Come Chiesa non possiamo rimanere prigionieri dell’una o dell’altra trincea, ma dobbiamo vegliare e partire sempre dal più indifeso. Da lì il Signore ci invita a essere, come recita la Preghiera Eucaristica V D: “In mezzo al nostro mondo, diviso dalle guerre e discordie, strumenti di unità, di concordia e di pace”».

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