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L'opinione
 

"Sei sfigato"

02/03/2019  La discriminazione aumenta tra gli adolescenti. Il commento dell'esperto sull'ultima ricerca di Save the children.

A ognuno di noi, soprattutto in adolescenza, piace essere considerato «adeguato» alle aspettative. Nessuno vuole trovarsi il dito puntata contro. L’adolescenza dovrebbe essere un’età di inclusione nel gruppo, dove lo sguardo del compagno, dell’amico, del tuo pari ti aiuta a sentirti accolto, a posto, benvoluto.

Se c’è un’emozione che affatica i nostri figli, oggi, quell’emozione si chiama vergogna. «Non voglio fare la figura dello sfigato», «Mamma, papà, vi prego: ditemi di sì, altrimenti i miei amici penseranno che sono l’unico a stare fuori dal coro. Penseranno di me che sono uno sfigato»: quante volte, come genitori, ci sentiamo dire frasi di questo tipo dai nostri figli? Dentro queste frasi c’è la paura enorme di essere considerati «out». Ovvero, la paura della discriminazione. Una paura che ha il suo perché, stando a quello che è stato rilevato dalla ricerca/sondaggio diffusa alla vigilia della Giornata internazionale contro le discriminazioni da Save the Children. Più di 2.000 studenti coinvolti hanno dichiarato, nella maggioranza dei casi, che tutti, prima o poi, si sono sentiti discriminati o derisi all’interno del proprio gruppo di riferimento. E se il 60 per cento è stato vittima di discriminazione, la quasi totalità ne è stato spettatore. Ovvero, a quasi tutti è capitato di osservare un amico o un‘amica presi in giro per un elemento che appartiene alla loro identità: ovvero l’etnia, la religione di appartenenza, l’orientamento sessuale o le caratteristiche della loro immagine corporea. Questi dati ci dicono che c’è ancora molto da fare in termini di prevenzione del bullismo e che l’adolescenza è un’età particolarmente a rischio in questo senso. Gli adolescenti vivono con l’ansia di costruire un’identità che li porti all’adultità con il profilo del vincente. E in questa ansia di riuscita e di successo, nulla è più temuto e distanziato da ciò che viene considerato diverso, poco conforme al concetto di «norma» e di «normale». Verrebbe da dire che è incredibile constatare che all’inizio del terzo millennio, in un mondo globale abitato da iperconnessi in cui tutti i confini e le distanze sono state abbattute, ci si trova ancora a rilevare che uno prende di mira il proprio compagno di banco perché ha un altro colore della pelle o semplicemente perché è in sovrappeso. Ma, forse, l’inganno sta proprio in questo: il mondo globale ti fa sentire vicino e in contatto con tutti solo per finta. Perché ti fa avere decine di contatti virtuali, ma al tempo stesso non ti educa al rispetto, alla responsabilità, all’attenzione ai bisogni dell’altro. Ogni giorno constatiamo quanto aggressivi e violenti siano gli haters che agiscono online. Ogni scuola ha da farsi carico di infiniti episodi di cyberbullismo che avvengono con estrema frequenza e facilità al proprio interno. E anche i nostri politici sembrano aver fatto delle politiche discriminatorie un vero e proprio manifesto del loro progetto e dei loro documenti programmatici. I ragazzi, di rimando, fanno da specchio e imitano ciò che vedono e ciò che vivono. Dovremmo davvero aiutarli a coltivare una dimensione di responsabilità e rispetto che devono imparare attraverso la relazione educativa che mettiamo a loro disposizione. Ma soprattutto attraverso l’esempio che, noi, per primi proponiamo.

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