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Pellegrini al tempo dell'Isis: cristiani, ebrei e musulmani a confronto

15/11/2015  A Roma il 16 e 17 novembre il convegno "Pellegrinaggio e misericordia nelle tre grandi religioni monoteiste” organizzato dall'Opera romana pellegrinaggi, alla vigilia dell'inizio del Giubileo. Mercoledì 18 novembre i delegati incontrano papa Francesco

«Laddove le teste delle grandi democrazie non sono riuscite a risolvere i problemi di questi Paesi, ci provano il cuore e le gambe dei pellegrini. Finché le gambe dei pellegrini la calpesteranno, la Terra Santa avrà una speranza, il mondo avrà una speranza». Ne è convinto monsignor Liberio Andreatta, vice-presidente e amministratore delegato dell'Opera romana pellegrinaggi, che da quarant'anni porta i pellegrini nel cuore della cristianità. E oggi, nonostante nei media riecheggi l'ipotesi di una nuova intifada, e nonostante i tragici fatti di Parigi e la paura di nuovi attentati da parte dell'Isis, «i nostri pellegrini vanno  e continuano a fare file di un'ora per entrare al Santo Sepolcro. Significa che Gerusalemme in questo momento è piena di pellegrini, perché il pellegrino è uomo di pace, di preghiera, non è un “invasore”, è uno che porta ricchezza. La Terra Santa, la Palestina in particolare, sta in piedi con tre popoli: israeliani, palestinesi e pellegrini. È come un tavolino che si regge con tre gambe, se una viene mancare, il tavolino cade. Sarebbe una caduta umana, psicologica e, da non sottovalutare, economica. I pellegrini sono il collante fra israeliani e palestinesi, la loro presenza denota che si possono ancora varcare i confini di uno stato. Se loro vanno, vuol dire che la pace è possibile. Dalla Terra Santa ci dicono: “Non lasciateci soli”. In quarant'anni di guerre e intifade, non è mai stato torto un capello ad un pellegrino, che è da tutti accolto, rispettato e amato». 

In quest'Anno Santo, indetto da papa Francesco, "il pellegrinaggio incontra la Misericordia, alla luce delle tre grandi religioni monoteiste". Succede il 16 e 17 novembre, a Roma, al The Church Village Hotel (via di Torre Rossa 94 - Roma), in occasione del convegno nazionale teologico-pastorale, appuntamento annuale organizzato dall'Opera Romana Pellegrinaggi. «L'iniziativa - continua monsignor Andreatta -, che da 18 anni richiama da tutta Italia sacerdoti e operatori dei pellegrinaggi, è un'occasione unica per riflettere su tematiche spirituali, pastorali e teologiche».  Alla tavola rotonda, parteciperà il “gotha” del mondo ebraico, cristiano e islamico. «Pellegrinaggio e misericordia sono pilastri fondanti di tutte e tre le religioni. Possiamo, perciò, dialogare, a partire da ciò che ci unisce». L'evento sarà coronato, la mattina del 18 novembre, dall'incontro con papa Francesco.  

Perché il pellegrinaggio ha un così grande fascino? «Oggi, nonostante la tecnologia, nonostante il benessere economico diffuso, l'uomo è infelice. Perché? Che cosa cerca? Ho iniziato negli anni '90 a provare a capire, somministrando questionari a tutti i pellegrini. Ponevo domande esistenziali, sulla vita, sulla fede, sui bisogni. Chiedevamo: “Perché hai scelto un pellegrinaggio? Dopo, ti sei sentito cambiato?” Era una sorta di laboratorio. I dati venivano analizzati all'Università Lateranense. I risultati, trasmessi alla Conferenza episcopale italiana, diventavano indirizzi pastorali alla Chiesa e al popolo. E anche i miei pellegrinaggi dovevano rispondere a quelle linee programmatiche. Ogni persona si incammina per motivi personali: sportivi, ricreativi, religiosi, per curiosità, scommessa, voto... Prendiamo, Santiago, per esempio. La stragrande maggioranza della gente non parte per un sentimento religioso, ma all'arrivo in cattedrale, sono diventati tutti pellegrini. Perché il cammino rende tutti uguali nella fatica, nel sudore, predispone alla solidarietà con gli altri. A piedi si vedono il sorgere del sole, il tramonto, la natura, la rosa che sboccia, le famiglie che chiacchierano, il contadino che lavora duro; si acuiscono la capacità di osservazione e soprattutto di contemplazione».  

Lei è all'Opera da quarant'anni. Com'è cambiato il pellegrino? «Oggi è un uomo di cultura, di ricerca, di pensiero, di riflessione. La società moderna consente agli uomini moderni di comunicare in tempo reale agli estremi antipodi della terra, ma mai come oggi l'uomo è stato solo, è smarrito, ha bisogno di ritrovare sé stesso, ma anche di riscoprire l'incontro con l'altro. Il pellegrino va alla riscoperta di quella verità, di quel senso di pace, che sono già nel suo cuore, ma che nel frastuono della quotidianità sono più difficili da captare».

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