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Pena di morte, gli Stati che non uccidono ora sono 102

18/05/2015  Gli ultimi due Paesi sono le isole Fiji, che l’ha abolita nel febbraio scorso e, a marzo, il Suriname. Ma sono ancora 37 quelli che giustiziano “a pieno ritmo”, in testa sempre la Cina.

La pena di morte nel mondo  
Infografica: la pena di morte nel mondo, gli Stati che permettono l'esecuzione capitale

Abolita in Suriname e Fiji

La buona notizia arriva dal Suriname. Il 6 marzo, l’ex colonia olandese dell’America meridionale è diventato il 102° Stato che ha cancellato il boia dal proprio ordinamento, un mese dopo le isole Fiji.

La battaglia per la vita prosegue lenta ma continua: nel mondo, gli Stati mantenitori sono 37, 6 quelli in moratoria, 47 abolizionisti de facto e altri 6 abolizionisti per crimini ordinari. Nell’aprile 2014, si è tornato a uccidere nell’unico paese mantenitore d’Europa, la Bielorussia. Qui il boia procede con un colpo di pistola alla nuca, in piena segretezza, senza avvisare i parenti. La morte di Pavel Selyun, 23 anni, si è saputa solo quando all’avvocato, recatosi in carcere per parlare con il cliente, è stato detto che il prigioniero era stato giustiziato.

Sebbene in questi giorni la Somalia stia mettendo a morte vari prigionieri, soprattutto membri di al-Shabaab, è dall’Asia che arrivano le notizie peggiori. L’Arabia Saudita, che ammazza soprattutto per decapitazione, supererà il record annuale secondo Amnesty International. Nei primi due mesi e mezzo del 2015, le esecuzioni sono state 44, quattro volte quelle registrate nello stesso periodo del 2014. Spesso la condanna è per reati di droga.

Giustiziati in Iran.
Giustiziati in Iran.

Esecuzioni pubbliche in Iran

  

Anche l’Iran continua con le impiccagioni pubbliche, 31 nei primi due mesi dell’anno. Del resto, in tutto il Medio Oriente è in corso una stretta autoritaria che non riguarda solo questo campo. A dicembre, la Giordania, dopo otto anni di sospensione, ha ripreso le uccisioni, impiccando undici detenuti. Alcuni di loro hanno chiesto di dare un ultimo messaggio alle famiglie, altri solo di fumare una sigaretta.

In Egitto, invece, negli ultimi mesi sono centinaia i sostenitori dei Fratelli musulmani condannati a morte dai militari. Per ora la mannaia è caduta su Mahmoud Hassan Ramadan, un islamista radicale che era accusato di aver sfruttato il disordine del dopo-Morsi (ma anche sullo stesso ex presidente grava la condanna in primo grado alla pena capitale, comminata pochi giorni fa) per partecipare a una barbara vendetta su alcuni giovani.

Shafqat Hussain.
Shafqat Hussain.

Il Pakistan ha annullato la moratoria

Violenza chiama violenza anche in Pakistan. Prima, a seguito della strage dei talebani nella scuola di Peshawar, ha annullato la moratoria, in vigore dal 2008, per gli atti terroristici; poi, subito dopo l’attentato alle chiese di Lahore, ha esteso la revoca a tutti i reati.

Il 17 marzo, sono state eseguite 12 persone in un solo giorno, facendo salire a 39 il numero dei morti da dicembre. Nel frattempo, è stata rimandata di un mese quella di Shafqat Hussain, che ora ha 23 anni ma è accusato di un omicidio commesso quando ne aveva 14. Durante l’interrogatorio, alla fine ha confessato ma poi ha ritrattato accusando la polizia di averlo torturato per ammettere un crimine che non avrebbe mai compiuto. «Vi supplico risparmiategli la vita. Non portatemelo via, lui è innocente», ha detto la madre, al cui appello si è unita la Commissione per i diritti umani del Pakistan.

I due australiani nel braccio della morte in Indonesia.
I due australiani nel braccio della morte in Indonesia.

"Fui obbligato ad assistere a un'esecuzione. Da allora sento una tortura nell'anima". Lu Jianping, giudice della Corte Suprema cinese

  

Grazie alle pressioni internazionali, l’Indonesia ha rimandato l’esecuzione, prevista tra marzo e aprile, dei dieci stranieri condannati per traffico droga, tra cui due australiani e un francese. Per lo stesso reato, invece, il 18 gennaio sono stati uccisi due donne e quattro uomini, cinque dei quali di nazionalità estera (Olanda, Malawi, Vietnam, Nigeria e Brasile). In Indonesia, sono 138 gli stranieri in attesa nei bracci della morte.

Infine, una buona notizia è arrivata dalla Cina. Nello Stato che nel mondo uccide di più (2400 persone nel 2013), si è levata una rara voce critica sulla Xhinua, l’agenzia stampa del Governo di Pechino. Lu Jianping, giudice della Corte Suprema e docente di diritto alla Normale di Pechino, ha raccontato di essere contrario alla pena di morte dal 1983, quando, studente di legge, fu obbligato ad assistere a un’esecuzione capitale per impararne le procedure. Da allora – dice – sente «una tortura nell’anima». E racconta: «Ho visto condannati a morte uccisi con un colpo alla testa davanti a me. Il fango, il sangue e il cervello schizzare sui miei pantaloni. Qualcuno non muore subito, si dibatte a terra, con le mani che si contraggono per aggrapparsi alla vita». 

 
 
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