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venerdì 22 ottobre 2021
 
 

Pena di morte, Usa fermi, Giappone no

25/02/2013  Il 21 febbraio, sono state eseguite tre condanne capitali in Giappone (e a inizio mese una in India). Dagli Stati Uniti d'America qualche timida apertura. Ma Carl è stato ucciso.

Nella battaglia contro la pena di morte, sono arrivate due brutte notizie dall’Asia. Il 21 febbraio all’alba, in Giappone sono state eseguite tre condanne a morte per impiccagione. Come da tradizione, ai detenuti è stato comunicato il momento dell’esecuzione solo poche ore prima. Dal marzo del 2012, nel Paese nipponico è infatti tornata la pena capitale, che per un anno era stata bloccata. Sempre per impiccagione, a inizio mese è stato ucciso Afzal Guru, in India: nella patria di Gandhi, è la seconda esecuzione in tre mesi, dopo ben otto anni di moratoria.

Una buona notizia è invece arrivata il 21 febbraio dalla Commissione del Senato del Maryland, dove è stato approvato il progetto di legge per l'abolizione, che passerà ora all'esame delle Camere. Negli Stati Uniti, infatti, il vento sta cambiando: negli ultimi cinque anni, ben cinque stati hanno abolito la pena di morte. E in tutto il Paese, le esecuzioni nel 2011 e nel 2012 sono state il 75 per cento in meno in rispetto al 1996.


Nello stesso giorno in cui i senatori del Maryland votavano conto la morte di Stato, in Texas è stato però ucciso Carl Henry Blue, 48 anni. Si tratta della seconda volta negli Stati Uniti dall’inizio del 2013
. Diciannove anni fa, Carl, sotto l’effetto di alcool e stupefacenti, aveva assassinato un donna a cui era legato.
Ma la sua storia testimonia come negli Stati Uniti la pena di morte sia spesso una condanna razzista, che colpisce sostanzialmente persone di colore, spesso povere. Il processo di Carl, a cui era stato riconosciuto anche un lieve ritardo mentale, è stato infatti fortemente viziato dall’intervento di uno psicologo, chiamato a testimoniare dal Texas, il quale affermò che l’etnia afroamericana dell’imputato dovesse essere un fattore da considerare, giacché indicava una "propensione alla violenza".

Così la Comunità di Sant’Egidio ha commentato l’esecuzione: «Va ribadito con forza il rispetto della vita umana in ogni circostanza: anche quella di un eventuale colpevole. Perché mai la società civile e gli stati devono abbassarsi al livello di chi uccide. Perché non si può mai legittimare al livello più alto, quello della giustizia pubblica, la possibilità di uccidere in nome della legge. Uccidere è sempre sbagliato, irrimediabile e inumano. Perché la vita è sacra. Sempre».

Carl era uno degli oltre 350 detenuti nel braccio della morte che curano una corrispondenza epistolare con la Comunità di Sant’Egidio. In questi luoghi, scrivere e ricevere posta è come spezzare le sbarre per far passare le parole e l'affetto che vengono da fuori, anche da molto lontano. In una delle ultime lettere a Maria, "amata sorella e amica" della Comunità, Carl ha scritto: «Vado alla casa di Gesù, non possono toccare né la mia anima, né il mio spirito. Grazie ai tanti che lottano con me per fermare questa ingiustizia. Nulla è impossibile a Dio».

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