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venerdì 10 luglio 2020
 
Diritto e diritti
 

Pena più lieve se il figlio è adottivo. Il problema è la legge, cambiamola

29/09/2017  Niente ergastolo per l’omicidio del figlio adottivo. Colpa di una norma fuori dal tempo

Sta facendo molto discutere una decisione della Cassazione che ha annullato la sentenza che condannava all’ergastolo un padre per l’omicidio del figlio adottivo, proprio perché “adottivo”.  I giudici di legittimità hanno rinviato gli atti alla Corte d’Appello che dovrà rideterminare la pena, tenendo conto dell’articolo 557 del Codice penale. Il tema ovviamente, anche per il suo carattere squisitamente familiare, ci coinvolge. Facile, magari leggendo un titolo a effetto, cedere alla tentazione di attribuire alla discrezionalità di chi ha deciso la “scelta” di una pena più lieve per un figlio adottivo rispetto a uno naturale.

In realtà la questione dipende non tanto dall’interpretazione dei giudici, quanto dalla lettera di un Codice penale che, aggiornato in molti punti, in altri riflette la società di quasi novant’anni fa: l’articolo 577 prevede infatti un’aggravante specifica in caso di omicidio, che porta all’ergastolo se si uccide l’ascendente o il discendente (padri, figli, madri). Ma recita: «La pena è della reclusione da ventiquattro a trenta anni, se il fatto è commesso contro il coniuge, il fratello o la sorella [c.p. 540], il padre o la madre adottivi [c.c. 291], o il figlio adottivo, o contro un affine in linea retta [c.c. 78; c.p. 307]». Una casistica esplicita e dettagliata che concede margini stretti.

Siamo in presenza di leggi “strabiche”: da un lato il Codice civile non fa più alcuna distinzione tra figli adottivi e naturali, che ormai godono di identici diritti e doveri, dall’altro il Codice penale all’articolo 577 non ha recepito questa equiparazione.  Dunque nel caso specifico, preso atto che di figlio adottivo si trattava, la Corte di Cassazione ha applicato l’articolo 577, chiedendo al giudice di merito di rideterminare la pena che in quel caso è compresa tra 24 e 30 anni, vincolando la Corte d’Appello a non scendere sotto i 16 anni, tenendo conto dello sconto di un terzo previsto per il rito abbreviato.

A un comune cittadino verrebbe certo da chiedersi se non si sarebbe potuto equiparare il figlio adottivo al figlio naturale per via interpretativa. La risposta, in questo caso, è no, perché il diritto penale vieta di estendere per analogia una condizione più sfavorevole all’imputato. Dovendo spiegare con un esempio banale, vuol dire che se il Codice penale scrive “animale domestico” si può applicare la norma si può applicare a una condotta che riguarda il cane e il gatto, ma se scrive “cane” non si può estendere per analogia al “gatto”, se l’imputato così facendo incappa in una sanzione più grave.

Detto questo ovviamente si può, anzi si deve pretendere una legislazione più coerente e aderente alla realtà del tempo in cui opera,  e si deve discutere dell’opportunità di mantenere com’è un articolo del Codice penale, di certo obsoleto, che risente dell’epoca in cui quel Codice è nato (1930) e che, per come si è evoluta la società, suona oggi profondamente ingiusto, tanto da urtare la sensibilità del cittadino che lo scopre solo ora alla luce di una sentenza che diventa pubblica.

Non a caso già nel 2011, scrivendo “Violenza in famiglia. Percorsi giurisprudenziali”, Emilia Anna Giordano e Valeria De Masellis osservavano che, riguardo a quell’articolo, il Codice penale: «sembra offrire una quantomeno discrezionale classificazione di imprtanza del legame familiare, a seconda del grado e della linea di parentela, che prescinde da un’opportuna ricognizione del reale contesto in cui il delitto si compie».

Di sicuro si tratta di una classificazione che, nel 2017, nessuno si sentirebbe più di sottoscrivere, né nella distinzione padre e madre vs fratelli e coniuge, né, a maggior ragione, nel punto in cui parla di figli, padri e madri adottivi, quando risulta ormai acquisito che, non fosse altro che per le complesse procedure in vigore, quel tipo di legame familiare presuppone semmai un particolare grado di motivazione e di disponibilità all’accoglienza.

Sarebbe il minimo pretendere che il Parlamento s’affrettasse a correggere una norma fuori dal tempo, forse già opinabile in origine, di certo non più accettabile nel punto in cui perpetua distinzioni che il Codice civile e la coscienza sociale hanno già cancellato da tempo. 

(Foto iStock)

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