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venerdì 18 settembre 2020
 
 

Per capire le 5 via del nuovo umanesimo

09/11/2015  Il Convegno ecclesiale di Firenze apre una finestra di approfondimento sul nuovo umanesimo. Si immerge nella giornata di Cafarnao e mette in stretta sintonia l’umanità di Gesù e la nostra, per definirne la dignità più profonda. Da ultimo, declina i 5 verbi e le cinque vie da seguire nella vita quotidiana.

Mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, vicepresidente per il Sud del Comitato preparatorio del quinto Convegno ecclesiale di Firenze.
Mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, vicepresidente per il Sud del Comitato preparatorio del quinto Convegno ecclesiale di Firenze.

Il percorso verso il Convegno ecclesiale di Firenze è stato orientato  in modo decisivo dalla Traccia: In Gesù Cristo il nuovo umanesimo, il documento teologico pastorale che dà indicazioni operative e che nella parte conclusiva indica “cinque vie”, “cinque azioni”, “cinque verbi” che chiamano a un rinnovato dinamismo di testimonianza. Conviene soffermarci brevemente sulla prima parte di questo documento, perché si danno le ragioni di fondo che sostengono, anche dal punto di vista dei princìpi, le cinque vie. Scelgo qualche parola che identifica sostanzialmente i temi affrontati.

 

Oltre l’autoreferenzialità, verso la relazione

Una prima importante parola, usata anche dal Santo Padre, è autoreferenzialità, che viene citata quando si fa una fugace visione d’insieme nel contesto contemporaneo sul modo in cui l’uomo definisce sé stesso e si situa nella mappa relazionale (chiamiamola così) della nostra società. Ribadiamo, per esempio, la forte accentuazione del principio di autonomia in epoca moderna (“io sono legge a me stesso e non voglio che la legge che mi riguarda provenga da altri: dalla religione o da poteri civili come imperatori, re o altri”), in contrapposizione con un cosiddetto principio di eteronomia. Partendo da questa coppia di termini, autonomia-eteronomia, nel ’900 sembra aversi un deterioramento del principio di autonomia, che pur ha registrato alcuni successi accolti nel concilio Vaticano II. Nello stesso ’900, si afferma un’altra coppia di termini: autoreferenzialità ed etero-referenzialità, in parte come risultato della precedente. Il primo termine significa che io determino il senso della mia vita, il progetto del mio cammino, quello che voglio essere come uomo e donna, riferendomi a me stesso (auto); non è difficile comprendere che questo modo di pensare e vivere ha grossi limiti. Il termine etero-referenzialità, invero, non è del tutto negativo perché dice che io mi definisco, mi conosco, so chi sono, dunque progetto il mio cammino, riferendomi ad altri (etero); per altri intendiamo sia Dio, quello adorato nelle varie religioni, sia gli altri che sono attorno a me. Ecco perché nella Traccia s’insiste sulla parola relazione, privilegiando in modo speciale la relazione di figli, cioè il riconoscersi figli dinanzi a Dio, dacché questo ci colloca come creature e ci accosta in modo del tutto speciale all’esperienza di Gesù di Nazaret.

Da quest’ultima osservazione s’intuisce il senso del titolo del Convegno: In Gesù Cristo il nuovo umanesimo. L’umanità di Gesù è il modello dell’uomo e della donna di oggi come di sempre. Per questo invitiamo a riflettere e a cercare le tracce e le caratteristiche di quest’umanità di Gesù. Il Comitato ha preso come icona la giornata tipo di Gesù, quella di Cafarnao, come ce la descrivono i vangeli sinottici. Una giornata piena, sulle sponde del lago di Tiberiade, in cui Gesù annuncia, guarisce, e poi la sera tutto solo si ritira a pregare. Ecco due binari su cui scorre l’umanità di Gesù: il prendersi cura e il pregare, l’esser solo, il raccogliersi nel Padre; due binari che comunque s’incrociano nell’esser figlio, esser figlio del Padre e per questo inviato a noi e in relazione con noi.

Rispecchiarsi nel volto di Cristo

Qui tocchiamo un punto cruciale, che voglio riportare al nostro discorso. Se ci chiediamo qual è l’identità di Gesù, possiamo fare due affermazioni: Gesù ha un volto, si presenta con la sua umanità e si presenta a quelli che lo guardano, a quelli che gli stanno dinanzi; volto è essere dinanzi a qualcuno, porsi nell’interezza della personalità dinanzi a qualcuno. Gesù ha un volto e grazie a questo volto raduna, raccoglie, chiama, predica, cura e così via. È anche vero che se io tento di definire questo volto, se cerco di dire chi egli sia fino in fondo (Gesù stesso ha chiesto ai discepoli: “Chi dice la gente che io sia? E voi chi dite che io sia?”), allora questo volto rivela una profondità e un’eccentricità, perché non è il centro di sé stesso, ma è il volto di un altro.

«Chi vede me, vede il Padre», risponde Gesù a Filippo. Accanto all’affermazione vera - Gesù ha un volto - possiamo porre anche l’affermazione: Gesù è il volto di un Altro, e ambedue queste affermazioni sono ovviamente vere, nei vangeli si tengono l’una con l’altra. Infatti, se mi fermo alla prima domanda, sarebbe sufficiente la risposta della gente; ma non si perviene alla profondità della seconda risposta: «Tu sei il figlio di Dio, il Messia». L’identità di Gesù è quindi particolare, unica; un’identità che ha un apparire mondano, qualcosa che posso cogliere sulla terra, un volto che è dinanzi a me e che io posso cogliere sulla terra, ma che rimanda a un’identità oltre sé stesso, la figliolanza, il sapersi figlio di un Padre posto perennemente dinanzi a lui.

Adesso chiedo attenzione per compiere un passaggio più impegnativo, chiedendo: poiché la Gaudium et spes ci dice al n. 22 che Cristo rivela l’uomo all’uomo, cioè egli è la verità dell’umanità, posso di conseguenza, fondandomi su tale affermazione del Concilio, attribuire a ogni uomo, quello che fin qui ho affermato di Gesù, il figlio di Dio? Posso dire di ogni uomo e di ogni donna sulla terra che ognuno di noi “ha” un volto e ognuno di noi “è il volto di un altro”? Io penso di sì. Questa è la grande sfida perché cogliamo il nostro essere qui e ora, la nostra storicità, il nostro porci dentro la storia con impegno profondo. D’altronde la Chiesa italiana ha camminato per decenni su questo binario. Dall’altra parte, quando dico che il volto dell’uomo e della donna è anche il volto di un altro, dico la sua trascendenza che è dentro di noi, dico l’andare oltre che è già in me, non fuori di me. Come dicevo all’inizio, l’andare oltre me stesso, l’etero-referenzialità, il riferirmi a un altro, ad altri; quindi l’autonomia – per riprendere il discorso iniziale – non si contrappone necessariamente all’etero-refenzialità. Io posso affermare l’autonomia, “io ho un volto”, e in quanto tale affermo me stesso – sono qui – ho una mia autonomia che debbo saper governare, accettare, una responsabilità di cui farmi carico; dall’altra parte, però, c’è una etero-referenzialità: quando io vado fino in fondo a me stesso, chi sono? Chi e come si definisce la mia identità? La definisco in riferimento ad altri e questi altri sono Dio, il trascendente, ma anche gli altri uomini e il Creato intero.

1 - Ci sono due considerazioni che desidero porgere. La prima: Gesù ribalta le nostre attese, le nostre domande, i nostri pensieri, i nostri progetti, particolarmente nella sua Passione e Morte. Egli ribalta anche la risposta di Pietro che non comprende, pur avendo risposto bene; la ribalta perché ci presenta, ci fa conoscere il cuore di Dio, cuore che è sempre più grande di quello che noi possiamo immaginare e pensare, perché perdona fino a 70 volte 7, perché guarisce, perché si prende cura. Direi, ed è uno dei punti chiave, perché svuota sé stesso, come dice la lettera ai Filippesi, perché si fa schiavo pur essendo il Signore, il padrone, il re. La lavanda dei piedi è proprio un simbolo dello svuotamento (la kenosis), della passione. In questo ribaltamento sempre sorprendente per noi, in qualsiasi momento, così come per Giona fu dover accettare ciò che non voleva accettare (cioè andare a predicare a Ninive, città di pagani); in questo capovolgimento, dicevo, si mostra il cuore di Dio, l’identità di Cristo.

Ecco il primo punto forte: si capovolge anche l’idea dell’uomo, cioè quello che l’uomo sa di sé, che si aspetta da sé, che pensa di essere. La costruzione che l’uomo ha fatto su di sé è capovolta dal Dio che si fa schiavo, dal padrone che si fa servo, dal «non sono venuto per essere servito ma per servire». Gesù, dunque, non annulla l’idea che Dio sia il padrone, l’Onnipotente, il Creatore, ma supera l’idea che l’uomo si è fatto di Dio, dell’Onnipotenza, dell’essere Creatore ma anche dell’essere Salvatore; tutti termini che oggi abbiamo molto codificato ma che ai tempi di Gesù avevano un significato politico, sociale e così via. Egli ribalta questo pensiero, questo progetto, queste attese; quindi dovremmo concludere che ribalta anche l’idea che l’uomo ha dell’uomo stesso? Sembra di sì.

2 - La seconda questione. Chi è l’uomo? Lo si trova nello specchiarsi in Cristo? L’uomo ritrova sé stesso nel conoscere Gesù? Ma conoscere Gesù non è la rispostina, la frase per quanto perfetta e azzeccata. Alla conoscenza di Gesù si accede entrando in una relazione personale con Lui. L’uomo si conosce se entra in questo processo/dinamica che Gesù, Dio-uomo, ha vissuto. Ecco perché il Papa dice che l’umanesimo nuovo non è un’idea, che non vuole teorie e speculazioni ma desidera una vita, un’incisività nell’esistenza, perché Gesù chiede di seguirlo in un’esistenza, in una condotta. La risposta su quale sia il nuovo umanesimo, non può essere un trattato, altrimenti avremmo organizzato un convegno di filosofi o di teologi. Certamente si può fare ed è fatto dalle istituzioni a ciò deputate; queste ci aiutano, ci danno idee, ci chiariscono, ci fanno evitare equivoci, pericoli, illusioni, ma non sono deputati ad allestire un programma pastorale legato alla vita concreta. Non svalutiamo, da nessun punto di vista, il valore della riflessione anche critica e teorica, ma naturalmente, forti di queste riflessioni, abbiamo bisogno di andare all’essere, al vivere. Da lì viene questa lezione del ribaltamento: gli ultimi sono i primi e i primi gli ultimi. Accettare di morire con Cristo, è vivere. Accettare di essere gli ultimi, è essere i primi nel Regno dei cieli, nel Regno della Vita.

Chi è allora Gesù? È vero, il Gesù terreno è un volto; quando loro lo incontravano, erano davanti a un volto, a un’identità definita. Ma quando andavano a fondo, quando entravano in una relazione intima, la risposta non era e non è immediata ma mediata. Gesù, infatti, non ferma a sé, non blocca su di sé, non dice che lui è il punto di arrivo. Chi sei tu? Non sono il Padre. Io sono la via la verità la vita; c’è uno più grande di me. Da Lui vengo e a Lui vado; parlo di ciò che ho sentito da lui. Dunque un’identità non fissa, ma che rimanda a un altro, a una relazione, e che si configura grazie a quella relazione. Non potrei fare nulla da me stesso, egli dice. Gesù prende una figura in relazione a una profondità, a un altro che non è immediatamente afferrabile, ma è afferrabile solo tramite lui e in lui.

Dovremmo dire questo anche per l’uomo, chiedendoci: quale uomo nuovo? Dovremmo, per transitività, applicare questo per l’uomo? Alla domanda “Chi è l’uomo?”, abbiamo risposto in un primo tempo che l’uomo lo troviamo spesso nelle condizioni limite, nelle situazioni ultime, nelle situazioni di schiavitù, non di regno, non di potere, non di forza, non di ricchezza o di autosufficienza ma nelle Beatitudini. Nel versante dell’anima, per così dire, dovremmo dire: dove trovi l’uomo? Non lo afferri in quello che è adesso e nemmeno nella sua corporeità che pure dà una consistenza, ma non esaurisce il suo essere uomo. Egli ha una profondità, qualcos’altro che va perfino oltre lui stesso e lo pone in relazione a un Altro, da cui proviene e verso cui va. E perché io possa conoscere quest’uomo devo far strada con Lui: «Io sono la via, la verità e la vita». La via che conduce al Padre, la verità che rivela il Padre, la vita che il Padre dà al mondo. Anche l’uomo in qualche modo è così: a cavallo tra il cielo e la terra, tra il finito e l’infinito e dunque occorre conoscerlo così, rispettarlo così e dargli la possibilità di essere ed esprimersi così.

 

Luoghi e periferie

Sulla base di questa fondazione teorica del nostro discorso, passiamo alle cinque vie: cinque verbi. Perché scegliere cinque verbi invece che «gli ambienti quotidianamente abitati, come la famiglia, l’educazione, la scuola, il Creato, la città, il lavoro, i poveri e gli emarginati, l’universo digitale e la Rete» (dalla “Traccia per Firenze”)?

Questi erano luoghi da tempo discussi che non abbiamo scelto perché ci sembravano troppo statici e perché essi oggi sembrano avere una doppia valenza: sono cioè vere e proprie frontiere e, in quanto tali, possono divenire linee che dividono. A volte, le frontiere contrappongono le parti e da esse tante volte si fugge perché diventano linee di un confine pericoloso, dove si spara, dove si è nemici, dove non c’è pace e sicurezza; talvolta, le frontiere sono linee di incontro, dove si commercia con piacere e guadagno, dunque attraggono. Faccio sempre l’esempio, essendo siciliano, di due confini, quello tra Italia e Svizzera e quello del Mediterraneo. Ambedue sono linee di confine, però mentre la prima è centro di scambi e di incontri e attrae tanti lavoratori transfrontalieri, perché ci sono molte possibilità di sviluppo e di ricchezza, e tutti corrono nei pressi di quella frontiera; la seconda, dove mi trovo a vivere, cioè il Mediterraneo, è una linea di morte, di guerra, una linea che diventa sempre più pericolosa in questi anni di immigrazione, da cui si tende a fuggire, diventando sempre più povera. In realtà, quei luoghi di cui parlavo prima, la famiglia, il lavoro, ecc., sono frontiere in doppio senso: luoghi di povertà e di deserto (il Papa li chiama “periferie esistenziali” oltre che geografiche), oppure luoghi di ricchezza e di grandi incontri.

A questo punto, la domanda dei cinque verbi, delle cinque operazioni, è la seguente: in questi luoghi dell’umano, in quello della famiglia, come è possibile costruire comunità cristiane, annunciare il Vangelo e costruire legami improntati al mistero di Cristo morto e risorto? Questo è il Vangelo che ciascuno di noi intende portare.

Sono cinque operazioni che vorrebbero interrogare i cattolici d’Italia circa il modo di costruire e operare nelle comunità; ecco perché vie. Vie è dinamismo, vie significa che non vogliamo fermarci a osservare quasi staticamente una fotografia della famiglia o del lavoro, dove sarebbe facile metter giù un elenco di lamentele, di cose che non vanno e tentare, poi, di auspicare ricetta. Più che su elenchi di lamentele e di desideri vorremmo porre l’attenzione su come di fatto in Italia, le nostre comunità stanno attualmente operando, costruendo, camminando (vie significa appunto questo) e abbiamo scelto alcuni verbi; cinque verbi estrapolati dalla Evangelii Gaudium, la lettera programmatica del pontificato del Santo Padre che come Chiesa italiana desideriamo recepire, con cui desideriamo confrontarci e lasciarci ispirare.

 

La prima via: uscire

Nella Traccia facciamo alcune affermazioni e poniamo alcune domande; qui ne sottolineo qualcuna: cosa vuol dire uscire? Il Papa l’ha usato in diversi modi; per esempio, ha usato il verbo per quella straordinaria metafora in cui noi teniamo chiuso il Cristo dentro il tabernacolo, dentro la Chiesa, dentro la sacrestia e non gli permettiamo di uscire fuori. Oppure significa che noi stessi rimaniamo fermi e bloccati senza venire fuori dalle nostre mura o peggio ancora dagli schemi precostituiti, dai programmi preconcetti fatti a tavolino, dalle progettazioni pastorali che abbiamo pensato altrove e che poi vorremmo tentare di imporre alle nostre comunità, alla città. Così naturalmente sbagliamo di grosso.

Se questo non dobbiamo fare, allora per uscire bisogna davvero anzitutto mentalmente essere immersi profondamente nel secolo, nella mondanità – per le strade, dice il Papa – con l’uomo di oggi, nella realtà concreta. D’altra parte, papa Francesco non ha richiamato, sempre nella stessa Enciclica, il fatto che la realtà precede ed è più grande dell’idea? Non ha ripetuto più volte che non bisogna soltanto limitarsi a costruire convegni di carattere accademico, lasciando ciò agli studiosi, anche se pure questo è necessario? Insomma, ci ha fortemente richiamato al radicamento nella concretezza e alla capacità di intercettare le domande, le preoccupazioni, le situazioni dell’uomo che vive ogni giorno per la strada, a casa sua, nella famiglia.

Uscita è, anzitutto, un fatto mentale. Non è lontano pensare alla parola “conversione”, intesa nel suo significato greco, metanoéin, cioè, oltre la mente (nous), portare oltre la nostra mentalità. Metà vuol dire “oltre” ma vuol dire anche “accanto”, “con”, “accompagnata”: una mente che si accompagna o che è accompagnata; allora: uscire come? Il rischio è quello di “mondanizzarsi”, di perdere il radicamento nel trascendente, nel soprannaturale, appiattendosi con l’uomo della strada alla mentalità di questo secolo. In questo caso siamo rimproverati di rimanere solo alla dimensione sociale del cristianesimo.

Uscire/convertirsi possiamo tradurlo con “accompagnare la mente”, “con la mente”; ma chi accompagna la mente? Secondo me, la luce della fede, il Cristo Gesù, l’umanità di Cristo. La nostra mente cerca nel secolo, esce, per così dire, accompagnata dalla luce di Cristo risorto, da quest’umanità di Gesù che risplende e conduce, perché se Cristo rivela l’uomo all’uomo, la sua umanità conduce come fosse una lampada che fa conoscere e mettere a fuoco sempre più e sempre meglio la realtà dell’uomo contemporaneo, la nostra umanità, consentendoci, dunque, alla fine, di essere accanto all’uomo di oggi. Noi diciamo di essere concreti, di essere accanto all’uomo di oggi, ma alla fine la vera domanda è: chi in realtà lo è? Quando lo si è? Chi dà la garanzia che io lo sia? C’è una formula astratta o concreta che mi assicura? Basta soltanto aprire case di accoglienza, fare mense o creare nuovi posti di lavoro per essere certi di essere accanto all’uomo di oggi? O c’è bisogno, comunque e sempre, di un preciso discernimento? Direi, uscire senza dubbio ma accompagnati dalla luce della Parola, dalla luce dell’umanità di Cristo che mi fa discernere. D’altra parte, di discernimento comunitario il Papa parla non solo nella Evangelii Gaudium, ma lo raccomanda ai vescovi quando ci ha parlato nell’assemblea generale di maggio 2014 della Cei, a proposito del convegno di Firenze.

 

La seconda via: annunciare

Qui faccio l’esempio di una situazione limite (che può anche essere applicata alla famiglia) che viviamo in Sicilia, ma ormai non più solo in Sicilia, riguardo le tematiche di legalità, etica, diritto, giustizia, mafie. Dinanzi a situazioni così al limite, come si pone la Chiesa? Il pastore e la comunità cristiana come si pongono? Cosa vuol dire annunciare in simili contesti, ormai pervasivi del vissuto quotidiano? Dobbiamo rinunciare a dire una parola che è insieme parola di verità, che fa luce e chiarezza e non rinuncia alla verità – inevitabilmente anche giustizia – ma è anche misericordia, cioè che non condanna definitivamente e totalmente anche il peggior criminale, com’è il mafioso? Messo in tutta coscienza, davanti a un uomo o a una donna macchiatisi di numerosi crimini, il pastore vorrà andare da questi personalmente per annunciare il Vangelo di Gesù.

La verità della Parola non solo rimprovera i comportamenti del passato, ma essendo misericordia, conferisce un senso e apre una nuova possibilità a lui o a lei di entrare nella salvezza di Cristo gratuitamente, con una conversione.

«Oggi sarai con me in paradiso», disse Gesù al buon ladrone. Il pastore fa questo puntando sulla sua dignità dell’uomo e della donna che ha dinanzi. La misericordia è, dunque, la possibilità che egli annunci a lui o a lei il Vangelo e creda nella loro coscienza, nella loro dignità e, dunque, nella loro possibilità di riscatto, perché figli di Dio. Se questo, che è un caso tanto limite quanto emblematico, lo applichiamo ad altre situazioni, oggi molto difficili e confuse, come all’interno dei legami familiari dove domina una certa ignoranza a partire dalla questione dell’educazione sessuale, della conoscenza della stessa corporeità, delle possibilità della corporeità e dei legami; qui l’annunciare è avere il coraggio, oltre che la convinzione di fede, che la Parola evangelica sia “verità” e “capacità di dare senso e significato”, di ridarlo anche là dove ci sono fili interrotti, fili quasi tranciati e confusi nella vita degli uomini e delle donne di oggi.

Così si ricostituiscono e ricostruiscono quei legami cruciali che il Vangelo è in grado di risanare e di riannodare.

 

La terza via: abitare

A tutti vengono in mente i legami sociali, la città, le parrocchie inserite in essa e siamo ricondotti a pensare alla gravissima piaga della disoccupazione, dei giovani, delle nuove grandi migrazioni dal Sud verso il Nord, e dal Nord fuori dell’Italia: parliamo di non meno di 100.000-150.000 persone all’anno, cifre che ormai da parecchi anni sono sostenute.

Secondo noi c’è la necessità di tornare a interessarci alla luce del Vangelo, pienamente, di tutta la questione sociale.

Sono contento di aver sentito dentro alcuni uffici della Cei parlare di “occuparsi di piani regolatori”, di come vengono costruite le nostre città, di architetti e urbanisti, di come si dispone dello spazio di una città, della sanità e non solo dell’impresa, del sindacato come la classica pastorale sociale del lavoro era finora impostata; sono luoghi dai quali l’annuncio del Vangelo e la presenza dei cristiani non può latitare. Sappiamo quanto ciò abbia un grande riverbero nella vita delle parrocchie e nella vita dell’intera comunità cristiana; dunque, farci carico di come abitare oggi le nostre città e di come viverle non è marginale per il cristiano.

La quarta via: educare

Questa via, come ricorderete, è stata mutuata dal decennio del programma pastorale della Conferenza episcopale italiana e si lega alla relazione e al suo primato, che non è meno importante dei contenuti, dell’etica. Esso investe l’ambito della metodologia e della pedagogia con la necessità di ricostruire le grammatiche affettive ed educative. In questi mesi, è in auge la questione del “genere”, unita a quella dell’“omofobia”; in Sicilia, il parlamento siciliano ha varato, dal 4 marzo scorso, una legge sul registro delle unioni civili e da più parti in Italia le comunità cristiane cercano di approfondire la questione, che non è scevra da “colonizzazioni ideologiche”, come le ha chiamate papa Francesco.

Non di rado, in questi approfondimenti emerge una confusione di queste grammatiche delle relazioni, dell’affettività e, quindi, dell’educare. Se abbiamo smarrito grammatica e sintassi, se non comprendiamo più, se non sappiamo dare un nome anche ai segnali del corpo, anche all’eros, lo sfiguriamo continuamente. Noi stessi, sacerdoti e catechisti, nelle comunità cristiane non sempre riusciamo a decifrare e a parlare secondo una grammatica e una sintassi sufficientemente corrette; evidentemente i risultati dell’educare rischiano di essere poveri, senza trasmettere se non noi stessi e quindi, a nostra volta, confusione.

 

L’ultima via: trasfigurare

Forse è la via un po’ più difficile da intendere perché si tratta del verbo meno immediato. Comprenderemo meglio, se pensiamo alla trasfigurazione di Gesù sul Tabor, dove i discepoli presenti furono chiamati - e così anche noi, ancor oggi - a contemplare un volto, una figura che va oltre la realtà ordinaria che viviamo.

Così accade nei sacramenti, nella liturgia della Chiesa attraverso cui consacriamo, offriamo, trasformiamo in offerta gradita a Dio, il mondo, l’ordinario, il secolo, la città che costruiamo, le famiglie che tiriamo sù, il mondo così come ci è stato offerto in dono da Dio. È il ritorno, il riconsegnare a Dio il dono del Creato che ci è stato fatto, ma riconsegnarlo in Cristo. Trasfigurato significa nella figura di Cristo; una sintesi perfetta è la dossologia alla fine della preghiera eucaristica in ogni Celebrazione eucaristica, quando diciamo «Per Cristo, con Cristo, e in Cristo a te, Dio Padre onnipotente»; cioè rioffriamo il lavoro dell’uomo, quello che noi siamo, lo rioffriamo al Padre per Cristo, con Cristo e in Cristo.

Qui la domanda va a monte: attraverso la liturgia e la catechesi e la carità, attraverso questo modo di vivere dentro la Chiesa, riusciamo a trasfigurare il mondo? Il Creato è stato consegnato come dono di Dio in Cristo all’uomo che ne è luogotenente. L’umanità è chiamata a ricevere e ad assumere il Creato per dargli forma collaborando con Dio. Nostro compito è governarlo e curarlo per riconsegnarlo a Dio, “trans-figurato”, facendo la nostra parte perché esso assuma una figura luminosa, divina, come quella di Gesù trasfigurato sul Tabor.

Questo abbraccia tutta la preghiera, la lode, i sacramenti, la bellezza, la capacità dell’uomo di trasformare e di trasfigurare, di vedere con occhi nuovi. L’uomo in Cristo trasfigura, dà un senso nuovo alla realtà perché la vede con gli occhi rinnovati dalla grazia, guariti dalla luce del Risorto, costruisce il mondo in modo nuovo sapendo che esso non finisce qui, ma è aperto a una dimensione altra e diversa. Qui siamo in un ambito più strettamente intra–ecclesiale, perché ci chiediamo come costruiamo attraverso l’iniziazione cristiana e i sacramenti, la nostra liturgia, le para-liturgie, i pellegrinaggi, il mondo della devozione popolare, come costruiamo e operiamo le relazioni in riferimento a Dio pur nelle nostre relazioni terrene. Lì deve puntare essenzialmente questa via.


di Antonino Raspanti

vescovo di Acireale, vicepresidente per il Sud del Comitato preparatorio del quinto Convegno ecclesiale (Firenze, 9-13 novembre 2015)

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