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giovedì 04 giugno 2020
 
 

Per combattere il pregiudizio sui Rom

22/02/2013  Sono molte le famiglie rom che, in questi anni, hanno fatto il possibile per uscire dalla povertà e dall'esclusione. Alcune donne raccontano come hanno combattuto per i loro figli..

«Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri e Responsabilità per le tue azioni». È su questi tre concetti che si muove la campagna di comunicazione “Tre Erre” presentata ieri a Milano, realizzata dalla Fondazione Romanì Italia e pensata per combattere il pregiudizio, per dare ai minori rom che vivono in Italia la possibilità di fare conquiste e scoperte, per stimolare l'integrazione e promuovere i loro diritti. In programma fino all'autunno del 2013, la campagna, su scala nazionale, si articola in tre fasi ricalcando nei contenuti le tre Erre e realizzando spot, video e manifesti a tema.

La Fondazione chiama e nel capoluogo Lombardo la Casa della Carità, impegnata da anni nei campi della città e nelle periferie, risponde promuovendo sul territorio, sui media e in rete la diffusione dei materiali di comunicazione e, grazie al contributo dei suoi educatori, organizzando dei laboratori nelle scuole. Secondo un rapporto di Casa della Carità del 2012, infatti, oltre il 47 per cento dei rom residenti in Italia dichiara di essere stato discriminato o trattato male a causa della sua appartenenza etnica. E poco è cambiato dal 2008 quando un sondaggio ha rivelato che solo un italiano su mille conosce realmente la situazione nella quale vivono i 170mila rom presenti nel nostro paese.

Eppure, a dispetto di questi pregiudizi, la realtà è molto cambiata. «Questa campagna – sottolinea don Virginio Colmegna presidente della Casa della Carità – è contro ogni discriminazione: dal pregiudizio e dalla discriminazione nei confronti dei rom si può partire per combattere e sconfiggere questi sentimenti nei confronti di ogni minoranza Sono molte le famiglie rom che, in questi anni, hanno fatto il possibile per uscire dalla povertà e dall'esclusione nelle quali erano costrette. Si tratta di veri percorsi virtuosi che hanno fatto di queste persone cittadini che possiedono una casa e un lavoro, vivono senza problemi con i loro vicini e colleghi e si preoccupano di assicurare ai loro figli un'istruzione e un futuro migliore. Queste storie meritano oggi di essere raccontate ed ecco la campagna Tre Erre. Perché solo attraverso la conoscenza si superano le barriere della diffidenza e ogni atteggiamento di chiusura».  

Ecco i link agli spot della Campagna Tre Erre https://www.youtube.com/channel/UC0-UBJXwaWohKmdVFMfbvpw?feature=watch  

E’ emblematica la storia di Carmen che ha lasciato la Romania per forza e si è ritrovata a vivere in una baracca. Perché così capita a tanti. Nel suo paese aveva una casa mentre in Italia, almeno all’inizio, non ha trovato di meglio. «In Romania vivevamo bene – racconta Carmen, arrivata nel 2005 con il marito e tre figli. Il più piccolo dei miei figli, però, aveva un grave problema di salute e così ci siamo trasferiti e abbiamo trovato rifugio nel campo di via Caporizzuto a Milano». Ma il campo è irregolare e nell’estate dello stesso anno vengono sgomberati. Trovano una prima ospitalità in Casa della Carità che si prende cura del bambino più piccolo fino ad ottenere, attraverso il sistema sanitario nazionale, una serie di interventi e di cure. Carmen inizia a lavorare in mensa, ben presto il lavoro diventa full time; per il marito, invece, resta saltuario così da poter seguire il figlio.

«Il lavoro ci permette di tornare a vivere in un appartamento dato da casa della Carità – sottolinea Carmen - e di mandare a scuola i nostri figli». Permette loro una normale dignità. Oggi Maria, la più grande, ha 22 anni, con le scuole serali ha preso il diploma di terza media, ha la patente e sceglie di non sposarsi presto ma di lavorare per rendersi autonoma. Ha un suo conto corrente, fa la cameriera in un ristorante ma non dice di essere rom anche se, secondo lei, i suoi datori di lavoro l’hanno capito. Dopo aver fatto richiesta, nell’agosto 2012 ottengono una casa popolare in zona Affori.

E oggi Carmen è felice di poter vivere nuovamente in una casa.    

Sono una ragazza rom dalla romania, ho ventinove anni, sono sposata e ho quattro figli. sono arrivata in italia dieci anni fa pensando di trovare una soluzione migliore per la mia vita; in romania c’era e c’è tanta povertà. Quando io ero bambina in romania abbiamo visto cosa significa essere poveri e stare male: non voglio che i miei figli conoscano questo. anche in romania eravamo vittime di pregiudizi e razzismo. Ho portato i miei figli in Italia proprio perché spero che loro non vivano questa situazione. Il mio sogno era: trovare un lavoro, una casa per vivere meglio con mio marito e i miei figli. purtroppo quando sono arrivata in Italia il mio sogno  è un po’ cambiato.

Che cosa ho incontrato quando sono arrivata in italia? 

Abbiamo fatto tanti sacrifici anche quando eravamo appena arrivati. Ho vissuto in un campo per cinque anni, senza corrente elettrica, senza acqua, senza scuola per i miei bambini. Che cosa ho pensato in quel momento quando ho visto questa situazione esasperata? Ho pensato che così, cioè nel campo, non si poteva vivere anche perché era pericoloso per la salute dei miei figli.

In quel periodo sono rimasta al campo anche perché non avevo altre possibilità; inoltre il fatto di essere rom mi ha chiuso tutte le porte: il lavoro, la scuola, i diritti più elementari ci erano negati solo perché siamo rom. Da tutte le parti abbiamo visto nei nostri confronti segnali di sospetto e di diffidenza, alcune volte anche di rifiuto.

Dopo questo periodo difficile ho conosciuto don Massimo Mapelli, don Virginio Colmegna e la Casa della carità. L’incontro con queste persone e con l’esperienza di casa della carità ha cambiato un po’ la nostra situazione. abbiamo collaborato due o tre anni, grazie a loro ho trovato un lavoro, i miei figli frequentano regolarmente la scuola e spero davvero che il loro futuro sarà migliore rispetto a quello che la mia generazione ha vissuto. spero che i miei figli possano vivere la loro infanzia come i bambini italiani; non vorrei che anche loro fossero costretti a fare quello che abbiamo fatto noi: chiedere l’elemosina, vivere in un campo…

Adesso i miei figli hanno i tempi della giornata impegnati come tutti i bambini italiani: svegliarsi, andare a scuola, tornare a casa, fare i compiti, ecc.. Spero che anche nei diritti e nei doveri i miei bambini siano guarati e trattati come i figli delle famiglie italiane. Vorrei che crescessero in una casa, insieme con tutta la famiglia; mi piacerebbe che i miei figli con i compagni avessero un ottimo rapporto: non solo a scuola ma anche nel tempo libero.

Sarebbe bello che loro venissero qualche volta da noi e i miei figli da loro; così anche noi genitori potremmo diventare amici dei genitori dei loro compagni. Questo scambio diventa un buon esempio anche per le altre famiglie rom che vivono al campo e gli fa capire che non devono più avere paura degli altri, ma alzare la testa e migliorare la loro condizione.

Ai miei figli non dovrebbe mai mancare ciò che serve per crescere bene: l’amore e l’armonia della famiglia, e tutto ciò che è necessario per vivere dignitosamente. Però c’è ancora qualche disguido: il razzismo non è del tutto superato perchè molti ancora credono che tutti i rom siano ladri, fannulloni e pericolosi. non è così: molti rom vogliono trovare una sistemazione per la vita delle loro famiglie ma vengono rifiutati o ostacolati proprio perché sono rom.

Io stessa sto lavorando con un regolare contratto presso la cucina di Casa della carità. questa conquista mi fa andare ancora più avanti e conferma il mio progetto di una casa con la mia famiglia e una vita “normale”. Per poter realizzare questo progetto è necessaria la fiducia delle persone che intendono aiutarci e mi piacerebbe che anche altre famiglie rom potessero vedere che è possibile una vita migliore e soprattutto un futuro migliore per i nostri figli.

Mi piacerebbe un giorno fare anche un altro lavoro, migliore di quello che ho adesso; mi piacerebbe aiutare tutti i rom che hanno perso la fiducia e fargli capire che invece ci si può integrare dal punto di vista scolastico, lavorativo, sociale. Se sono arrivata fino a qui è grazie anche al percorso che casa della carità mi ha aiutato a fare. Spero che i miei figli siano giudicati per quello che sono adesso, grazie anche alle fatiche che stiamo facendo giorno per giorno: la nostra battaglia contro i pregiudizi è cominciata da tanto tempo. Speriamo che i nostri figli possano continuare per questa strada.

 Alina

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