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martedì 30 novembre 2021
 
 

Mamma, la mia rosa è equa e solidale

12/05/2012  Si importano soprattutto dal Kenya dove spesso si utilizzano coltivazioni intensive. Esiste però un mercato equosolidale attento al territorio e alle persone.

Andiamo a comprare le rose per la Festa della mamma (quest'anno è domenica 13 maggio) e magari non pensiamo che i fiori arrivano dall'Africa, molto probabilmente dal Kenia, quarto esportatore al mondo di rose.
Una quantità crescente di fiori recisi venduti in Europa proviene dall’Africa e dall’America Latina. Il 70% proviene da 4 Paesi: Kenya, Colombia, Israele e Ecuador. Di questi, più di un terzo sono rose. Coltivate da donne, spesso in condizioni difficili, per donne di un altro continente dove dovranno arrivare il prima possibile, così come richiede il mercato.

 

Nel 2010, il Kenya ha esportato rose per un valore di circa 344 milioni di dollari. Insieme al turismo e alla coltivazione delle piante da tè, la produzione di fiori è una delle industrie più importanti del paese. L’export di fiori e l’economia keniana sono quindi oggi fortemente correlati: un aumento dell’export di fiori - negli ultimi 15 anni la produzione è quadruplicata - può costituire una grande opportunità per il Paese.

 

Allo stesso tempo, la coltivazione di rose in maniera intensiva può anche dimostrarsi altamente nociva per l’uomo e l’ambiente. L’uso intensivo di risorse idriche e di sostanze chimiche utilizzati nella coltura convenzionale ha infatti un impatto significativo sia sulla natura che sui lavoratori coinvolti nella produzione. L'enorme uso di acqua nelle serre è, ad esempio, una delle cause principali del rapido abbassamento del livello del lago Naivasha, nella Valle del Rift.

Nel libro “Dal Kenya all’Italia l’incredibile viaggio dei fiori” (Altreconomia) Padre Alex Zanotelli scrive: “Ho visitato tante serre, soprattutto nella zona del lago Naivasha che si sta lentamente prosciugando perché tanta acqua è usata per la coltivazione dei fiori. Ho visto con i miei occhi come i lavoratori e le lavoratrici (sono soprattutto donne che vengono impiegate per tali lavori) sono trattati, come sono usati e abusati. Mi ha impressionato vedere come le donne venivano sistemate, impacchettate quasi, in roulotte (anche in sei per ciascuna) che dovevano essere le loro case.”

 

Un'alternativa però c'è e Fairtrade (il marchio che contraddistingue nel mondo i prodotti equosolidali) sta contribuendo a uno sviluppo del settore florovivaistico nei paesi del Sud del Mondo sostenibile per i lavoratori e il più possibile anche per l’ambiente.

I lavoratori hanno la garanzia di contratti che contengano tutti i requisiti previsti dalla legge (inclusi quelli relativi al pagamento del salario e contributi previdenziali), tutele contro discriminazioni e maltrattamenti, libertà di pensiero e parola e libertà di associazione e la presenza di un ambiente lavorativo dignitoso e sicuro. Per tutelare l’ambiente, la certificazione Fairtrade richiede maggiori limiti nell’uso di sostanze chimiche e prevede controlli stringenti nella gestione delle acque e dei rifiuti. 

Ad oggi, l’Italia rappresenta uno dei principali importatori e consumatori di fiori. Nel 2010, il valore delle rose importate è stato pari a 90 milioni di dollari, mentre l’export ha raggiunto solo i 6,2 milioni di dollari. La maggior parte delle rose straniere distribuite in Italia è stata coltivata in Kenya, Etiopia, Colombia e Ecuador, una produzione necessaria a soddisfare la domanda interna di questo prodotto.

 

Come cambierebbe la vita delle comunità locali in questi Paesi incrementando l'importazione di fiori equosolidali? Sicuramente vi sarebbe un impatto significativo ed è importante che alcune catene di supermercati (come Coop) si impegnino a offrire ai consumatori esclusivamente rose certificate Fairtrade. 

Janice Kotut gestisce l'azienda di famiglia che si occupa di esportazione di rose in tutto il mondo.
Janice Kotut gestisce l'azienda di famiglia che si occupa di esportazione di rose in tutto il mondo.

Una storia di famiglia

Per capire come funziona un'azienda florovivaistica kenyana, bisogna parlare con Janice Kotut.

35 anni, laureata in legge, dopo aver lavorato per anni in banca in Kenya, India, Singapore e Hong Kong, è rientrata in Kenya lo scorso anno per seguire la gestione dell’azienda di famiglia. In particolare, ha deciso di investire le proprie conoscenze ed esperienze nel potenziamento del marketing dell’azienda.

 

“Sono fiera di quanto ha fatto da sola mia madre, ma penso che ora bisogna rafforzare il ruolo dei lavoratori all’interno dell’azienda e la loro crescita umana. Grazie al Fairtrade Premium (una somma pagata dall’importatore direttamente) sono stati finanziati diversi progetti, che hanno trasformato la fisionomia della cittadina. Dalla costruzione di aule scolastiche e di un asilo, di cui i lavoratori possono beneficiare a tariffe agevolate, a quella di una biblioteca o di un centro ricreativo che include anche un laboratorio di sartoria, una biblioteca per i lavoratori e un laboratorio di informatica.”

Janice, sempre sorridente, ci racconta con orgoglio di una delle iniziative di maggior successo, che è stata la creazione di un fondo prestiti (“Edu-credit”), cui i lavoratori possono accedere a interessi zero per finanziare attività educative proprie o della propria famiglia. Questo fa sì che i lavoratori possano garantire l’educazione secondaria dei propri figli.  

“Dà soddisfazione vedere come il livello di educazione della popolazione cresca in questo modo. La nostra azienda impiega 1.200 persone e ognuna di loro ha una famiglia, i figli sono in grado di andare avanti negli studi grazie a questo programma”.

 

Sembra difficile immaginare che l'acquisto di una rosa possa influenzare la vita di una persona a chilometri di distanza, perché non ci rendiamo conto delle dimensioni del fenomeno.
Solo l'azienda di Janine - che è considerata di medie dimensioni e rappresenta il 2% del mercato kenyota - esporta ogni settimana un milione di rose. In Italia, ma anche in Gran Bretagna, Germania e Olanda.

“Abbiamo creato un circolo virtuoso – spiega Janine – grazie ai consumatori europei che sono sempre più consapevoli. Anche la salute dei lavoratori migliora perché usiamo sempre meno prodotti chimici e più lotta integrata, ovvero insetti che mangiano i parassiti delle rose. Addirittura abbiamo creato due serre per produrre in casa i nostri insetti alleati e ridurre i costi. Anche il compost per concimare lo produciamo noi”.

L'export delle rose è in continua crescita ma così il costo dei fertilizzanti e degli stipendi, quindi la sfida del commercio equo e solidale non è facile, anche se chi è coinvolto apprezza la svolta.

Il Kenia d'altronde è anche la patria del Premio Nobel Wangari Maathai, una donna che ha contribuito a sviluppare piani di forestazione in tutto il Paese.

“E' una donna straordinaria, a lei dobbiamo se il governo è così sensibile all'ambiente. Come azienda anche noi siamo coinvolti e quest'anno abbiamo l'obiettivo di piantare 9.000 nuovi alberi” chiosa Janine.

 
 
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