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«Perché Dio mi ha fatto nascere donna?»

25/11/2016  Dove sono ammassati i profughi e gli sfollati le donne sono più esposte al rischio di molestie, violenze e stupri. Ecco cosa accade nei tanti campi in giro per il mondo in cui vivono gli oltre 65 milioni di persone in fuga. Anche in quelli della civilissima Europa

«Mi chiedo perché Dio mi ha fatto nascere donna, per essere punita in questo modo», Martha, dieci anni, Sud Sudan, sa che il padre la sposerà presto, perché ne ricaverà parecchie mucche. «Nella nostra cultura», spiega, «una ragazza non può opporsi alla decisione del padre». Nelle crisi umanitarie, aumentano i matrimoni prematuri, perché i genitori pensano di mettere così al sicuro la figlia e, al contempo, la “barattano” con generi di sopravvivenza.

«Sono stata tre mesi nascosta in un cespuglio con i miei tre bambini per timore che qualche soldato mi vedesse e abusasse di me e di mia figlia di dieci anni». Mary-Joseph è una giovane donna di 23 anni, che vive in un campo profughi nei pressi dell'aeroporto di Pibor, Stato di Jonglei, Sud Sudan.

Il più giovane Stato del mondo, costituitosi ufficialmente il 9 luglio 2011, ha visto la pace per pochissimo tempo. A dicembre 2013 si è scatenata una lotta di potere interna fra il presidente Salva Kiir (etnia dinka) e il suo vice Riek Machar (etnia nuer). E come sempre accade, il clima di insicurezza generale dovuto ai continui combattimenti ha creato un numero enorme di sfollati.

Ndiyokubwayo, profuga burundese fuggita in Tanzania a causa dei disordini in atto nel proprio Paese, riceve il "dignity pack", un kit igienico (saponi, salviette, assorbenti), che Plan International ha distribuito a donne e ragazze per offrire un minimo di agio. In copertina: Mary-Joseph, una giovane donna di 23 anni, che vive in un campo profughi nei pressi dell'aeroporto di Pibor, Stato di Jonglei, Sud Sudan.
Ndiyokubwayo, profuga burundese fuggita in Tanzania a causa dei disordini in atto nel proprio Paese, riceve il "dignity pack", un kit igienico (saponi, salviette, assorbenti), che Plan International ha distribuito a donne e ragazze per offrire un minimo di agio. In copertina: Mary-Joseph, una giovane donna di 23 anni, che vive in un campo profughi nei pressi dell'aeroporto di Pibor, Stato di Jonglei, Sud Sudan.

Per le bambine e le donne che vivono in Paesi in situazioni di crisi – dovute a calamità o conflitti – il rischio di essere stuprate aumenta vertiginosamente, anche nei campi profughi, dove, teoricamente, dovrebbe esistere una certa vigilanza, invece la protezione resta carente. In Tanzania, nel campo di Knembwa, il 26% delle bambine e delle donne provenienti dal Burundi, tra i 12 e i 49 anni, che avevano già subito stupri di matrice etnica, sono state ulteriormente violentate. In un campo profughi della Liberia, è emerso che l'abuso sessuale – in particolare sulle bambine sotto i 15 anni – era molto comune e perpetrato dagli stessi ufficiali del campo, dagli impiegati governativi, dagli operatori di pace e dagli insegnanti.

Gli sfollati si trovano a vivere con mezzi di fortuna in tende o capanne di fango prive di serrature e in zone generalmente poco illuminate. In questi nuovi agglomerati abitativi vengono a mancare tutte quelle forme di protezione tradizionale che, nei luoghi di origine, sono garantite dalla presenza della famiglia e del clan. Anche all’interno dei miseri rifugi le donne convivono con il terrore di attacchi da parte di uomini, ma la loro esposizione alla violenza diventa maggiore quando devono spostarsi per raccogliere legna da ardere o per andare alla ricerca di un luogo isolato per altri bisogni (le latrine nei campi scarseggiano sempre). In Giordania, nel campo di Zaatari, il secondo più grande del mondo, che ospita 120mila rifugiati, le donne hanno paura di usare i servizi igienici comuni, soprattutto dopo il tramonto, così trattengono lo stimolo a urinare, compromettendo la propria salute.

Dopo la guerra in Liberia, uno studio nazionale nel 2008 metteva in luce che le principali vittime di stupro erano bambine e ragazzine tra i 10 e i 19 anni. Dopo lo tsunami del 2004, almeno 9 su 10 giovani donne indiane, e 6 su 10 dello Sri Lanka, hanno subito violenza fisica nei due anni dalla calamità.

L’incidenza di abusi, molestie e attacchi violenti di varia entità sulle popolazioni sfollate, e in particolar modo sulle donne, è stata documentata, nel febbraio 2013, dallo Human Rights Watch (Osservatorio per i Diritti Umani), nei campi profughi somali, dove era anche presente la consuetudine delle mutilazioni genitali femminili.

Campo profughi di Knembwa, in Tanzania.
Campo profughi di Knembwa, in Tanzania.

«Lavoriamo nei campi profughi nei Paesi in via di sviluppo», spiega Tiziana Fattori, direttore nazionale di Plan International Italia, «seguendo con particolare attenzione le problematiche dei più svantaggiati fra tutti, bambine e ragazzine. Creiamo spazi di protezione, forniamo servizi sulla salute riproduttiva e sessuale e attuiamo interventi per dar loro sicurezza. Per esempio, nel “Mahama Refugee Camp” in Ruanda, abbiamo fatto installare dei lampioni a energia solare, in modo tale che le donne quando necessitano di andare al bagno si sentano più tranquille».

Ndiyokubwayo, 15 anni, è stata costretta a fuggire a causa dei disordini che si sono verificati in Burundi negli ultimi mesi. Attualmente vive a Nyarugusu, campo profughi nel nord-ovest della Tanzania. Originariamente costruito per ospitare 50mila, ne accoglie 146mila.  Ndiyokubwayo condivide un rifugio con più di 150 persone; una media di più di due persone per metro quadrato. Ma lì si sente abbastanza al sicuro. Quando esce, invece, ha paura, perché spesso una folla di ragazzi la circonda e la “stalkerizza”.  Si chiama “dignity pack”, e il nome già ci piace. Si tratta dei kit igienici (saponi, salviette, assorbenti...), che Plan International ha distribuito a donne e ragazze per offrire un minimo di agio.

In un conflitto, mentre i bambini vengono reclutati come combattenti (il Sud Sudan è uno dei Paesi più colpiti da questa piaga) o per lavori pericolosi, le bambine sono spesso vittima di abusi sessuali, anche da parte di coloro che dovrebbero proteggerle – soldati, familiari – o costrette alla prostituzione. «Vanno al mercato per vendere il latte e i soldati le attirano a sé, lusigandole con qualche soldo. E le violentano. Le vittime non ne parlano, perché se ne vergognano e sono traumatizzate, e tutto viene nascosto», spiega Mary-Joseph, che ha paura per sua figlia adolescente, età in cui le ragazze sono più vulnerabili. La sua amica Elizabeth è caduta in un'imboscata dei miliziani. «Stava raccogliendo legna di giorno, quando alcuni uomini l'hanno afferrata da dietro, l'hanno spinta a terra e due di loro hanno abusato di lei. Lei urlava, ma nessuno è intervenuto per aiutarla». 

La violenza colpisce anche i campi profughi europei. Nella famosa “giungla di Calais”, che si estende tra la Manica e il mare del nord, 60 minori stranieri non accompagnati, di età compresa fra gli 11 e i 16 anni, provenienti da Afghanistan, Egitto, Eritrea, Etiopia, Iran, Iraq, Kuwait, Siria e Vietnam, hanno raccontato all'Unicef di aver subito violenze e abusi o di essere stati costretti a prostituirsi in cambio della promessa di essere accompagnati dalla Francia nel Regno Unito.

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Chloe, Mamie, Annie: donne che difendono le donne
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