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Perché dopo la caduta del Muro di Berlino la storia non è andata come pensavamo

09/11/2019  Dopo la caduta della cortina di ferro nel mondo ne sono state costruite 77. Perché? A colloquio con il giornalista Francesco Cancellato autore di un saggio dedicato alla fine della Guerra Fredda. "Credevamo di aver esportato la libertà e la democrazia, invece quel giorno si mescolarono due mondi".

Francesco Cancellato.
Francesco Cancellato.

Il paradosso della storia è che “la morte di un muro simbolico ha generato una clamorosa domanda di muri”, dice Francesco Cancellato, vicedirettore del quotidiano on line  Fanpage, giornalista, scrittore, autore di un pregevole libro che racconta quell’epoca attraverso 15 godibilissimi episodi legati a un personaggio, tra i quali un poco conosciuto Putin funzionario del Kgb nella Germania dell'Est (Il Muro. La fine della Guerra Fredda in 15 storie, Egea editore). “Attualmente siamo a 77 muri “, spiega. “Per non parlare dei ponti caduti, che sono come muri, come quello di Mostar, il 9 novembre 1993, la stessa data dell’evento di Berlino. A proposito, la numerologia del 9 novembre ha qualcosa di incredibile. Anche la Kristallnacht, la notte dei cristalli, è del 9 novembre 1938. Venne scatenata contro gli ebrei da Goebbels per ricordare il putsch di Monaco, che è anch’esso del 9 novembre 1921. Stessa data in cui avviene l’ingresso di Stalin al Politburo. Tra l’altro il 9/11 nella scrittura anglosassone  significa 11 settembre, 9/11, che ci riporta alla tragedia delle Twin Towers e al golpe di Pinochet, l’11 settembre 1973...".

Insomma il 9 novembre è una data triste, infausta, dal punto di vista della storia …

“Lo è talmente che siccome sussiste questo problema di festeggiare un anniversario felice – la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo -  in un data infausta, molti tedeschi, soprattutto a Lipsia, retrodatano i festeggiamenti all’ultimo lunedì di preghiera della comunità luterana, evento che preparò il terreno alla caduta di quella barriera. Per molta gente il Muro cade in quella data”

Che differenza c’è tra il Muro di Berlino e le barriere di oggi?

“Il Muro di Berlino era un muro che teneva dentro. Quelli di oggi tengono fuori. Oggi all’imperialismo si è sostituito l’experialismo”.

Experialismo?

“L’experialismo, definizione creata dallo scrittore David Foster Wallace nel grande romanzo del 1996 Infinite Jest, è il contrario del’imperialismo. Significa che costruisco la mia torre d’avorio e tengo fuori tutto il resto. Fondamentalmente è il grande passaggio del Novecento. Noi occidentali siamo diventati dei grandi experialisti. Ci teniamo le nostre torri d’avorio di ricchezza e benessere in modo quasi medievale e di conquistare altro non ci interessa più di tanto. Tanto in Africa ci arrivano le multinazionali, le nuove compagnie delle Indie che nell’epoca della globalizzazione, che significa attraversamento transnazionale dei confini, non hanno bisogno della politica per fare affari all’estero. L’importante è che non ci creino problemi con le migrazioni. Ed è una novità della storia. Le città una volta si conquistavano perchè non venissero conquistate da altri. Oggi si dice: tieniti la tua povertà, basta che non mi dai fastidio”.

Quando nacque, in piena Guerra Fredda, il Muro di Berlino doveva tenere dentro il mondo comunista, il cosiddetto Secondo Mondo, impedendogli che non tracimasse nel’Occidente libero…

“Il Muro era considerata una barriera antifascista. Doveva proteggere da tutto, dall’invasione occidentale, dalle tentazioni del mondo imperialista, eccetera. In realtà nella Berlino della DDR non ci voleva andare nessuno, al contrario  due milioni e mezzo di tedeschi dell’Est erano scappati in Occidente. Il paradosso è che la barriera berlinese nasce e muore per lo stesso motivo: per evitare un esodo di massa. Nel novembre dell’89 la gente stava assaltando le ambasciate a Praga a Budapest, aveva invaso la frontiera tra Austria e Ungheria. Era tutto aperto, ormai. Gorbaciov era andato poche settimane prima a Berlino e aveva detto alla nomenclatura di Honecker: non fatevi seppellire dalla storia. In pratica disse: aprite altrimenti qui passano tutti da Cecoslovacchia e Ungheria. La storia non andò come ancora volevano i dirigenti della Germania Est”.

La copertina del saggio di Cancellato dedicata al Muro di Berlino.
La copertina del saggio di Cancellato dedicata al Muro di Berlino.

Trent’anni dopo siamo nell’era dei populismi e dei nazionalismi e l’Est non ne è immune, pensiamo all’Ungheria di Orban, alla Polonia di Kaczyn’ski ...

“Sono quelli che io chiamo i germi dell’irrisolto. I germi hanno creato le premesse per i populismi e i nazionalismi. Tutti i Paesi della cortina di ferro non avevano mai affrontato la questione nazista anche se ne erano stati vittime. In Polonia, ad esempio, sono  tutti figli di Solidarnosc ma  sono tutti ultraconservatori su molte tematiche. Voglio dire che oltrecortina non è stato elaborato un pensiero autenticamente democratico, sono passati dalle monarchie, dagli imperialismi, al comunismo, al totalitarismo e improvvisamente sono stati proiettati in un mondo democratico che non avevano vissuto, elaborato, metabolizzato. E così finiscono per diventare terreno fertilissimo per una nuova ondata di movimenti di estrema destra che non trovano alcuno stigma sociale nella società, perché non hanno gli anticorpi democratici e repubblicani”.

Sono questi i germi irrisolti?

“Anche noi occidentali ne abbiamo. Durante la Guerra Fredda pensavamo a un mondo congelato, triste e affamato, dall'altra parte. Per me Praga era lo Sparta Praga, la squadra di calcio cecoslovacca che veniva a giocare a San Siro contro l’Inter. Me li immaginavo, immobili e un po’ malinconici, vivere il loro campionato nel freddo, poi fare le valige e venire da noi a giocare a Milano. In realtà non erano affatto congelati, era un mondo in fibrillazione. Basta leggere la tesi di laurea di una certa tedesca dell’Est di nome Angela Merkel sulle lotte sindacali, sulla primavera di Praga. Non abbiamo capito cosa ci stava arrivando addosso. Erano i regimi autoritari che stavano venendo da noi, non solo noi che esportavamo la nostra libertà. Quello spirito è penetrato fin dentro le istituzioni europee. A parte Macron, i protagonisti dell’Europa, quelli che dettano l'agenda, attualmente vengono tutti da lì, dalla Merkel a Orban a Kaczyn’ski. Anche Putin, cui dedico un capitolo, era legato ad Andropov, l’ex capo del KGB divenuto segretario del Pcus, ma aveva vissuto a lungo a Dresda”.

Nel tuo libro metti in exergo una citazione tratta dal Cielo sopra Berlino: alla fine si arriva sempre al Muro…

"Alla fine si arriva sempre al muro e quando ce ne saranno troppi li distruggeremo. Poi però qualcuno li ricostruirà. L’umanità è un eterno pendolo tra muri e ponti, tra l’idea della segregazione e dell’apertura. Questa è una fase storica: la fase dei muri. I discorsi dei leader europei e americani del primo Novecento, quando nasce la Società delle Nazionai, sono di grandissima apertura. L’Austria voleva accogliere i fratelli polacchi. Oggi Kurz è sovranista e non li vuole. Pensiamo alla Brexit, che è stata votata aanche per togliersi dai piedi i polacchi. Paradossalmente il muro ha cominciato a  vincere nel momento in cui è stato distrutto. Era il simbolo dell’ideologia sconfitta, il comunismo. Ma comincia a vincere quando diventa popolare anche tra i popoli che avevano contribuito a distruggerlo. “Tirate giù quel maledetto muro", diceva nel 1989 Ronald Reagan, presidente repubblicano. Trent’anni dopo un repubblicano anomalo, Donald Trump, vince le elezioni sulla base di un altro muro, quello tra Usa e Messico”.

Il muro. La fine della guerra fredda in quindici storie

Berlino bombardata di caramelle; il Muro sorvolato da centinaia di palloncini colorati; una comune anarchica ed ecologista che, nel cuore della città, si autoproclama "la Terza Berlino".

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9 novembre 1989: cade il Muro di Berlino
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