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Perché la vera guerra si combatte nelle scuole

03/04/2015  Da Boko Haram all’Isis agli Al Shabaab, i gruppi dell’islamismo attaccano l’istruzione per garantirsi il controllo dei giovani.

C'è una logica in questa follia. O, almeno, c’è una strategia nello stragismo islamista che colpisce gli studenti e le scuole con un accanimento e una ferocia che a noi risulta incomprensibile. L’attacco al campus universitario di Garissa, anche con i suoi 150 morti, è ben lungi dall’essere un’eccezione. Come ha ricordato Save the Children, l’Ong che si occupa in modo particolare di bambini e ragazzi, dal 2009 a oggi sono stati messi a segno 9.500 attentati contro scuole di 70 Paesi. L’anno 2014, inoltre, si era chiuso con la strage nella scuola di Peshawar (Pakistan), dove i seguaci di Al Qaeda avevano ucciso 141 persone di cui 132 bambini.

La strage di Peshawar era arrivata pochi giorni dopo l’assegnazione del premio Nobel per la Pace a Malala, la ragazza pakistana sopravvissuta per miracolo a un attentato dei talebani che volevano impedire a lei e a tante altre ragazze di andare a scuola. Sembra un paradosso ma i gruppi del terrorismo islamico hanno una vera ossessione per tutto ciò che riguarda l’istruzione. Gli Al Shabaab (vuol dire “giovani”, “gioventù”, “movimento giovanile”) sono il prodotto delle scuole coraniche di impostazione salafita (la stessa corrente islamica dei terroristi tunisini del Musdeo del Bardo) proliferate in Somalia all’inizio della guerra civile degli anni Novanta. Boko Haram (ovvero, “l’istruzione occidentale è peccato”), che con la guerriglia tiene in scacco la Nigeria, ha preso le mosse da una scuola coranica per famiglie povere fondata nel 2001 da Ustaz Mohammed Yusuf, primo leader del movimento, nella città di Maiduguri. E’ tutt’altro che un caso, quindi se Boko Haram attacca così spesso le scuole, uccide gli studenti e si accanisce, proprio come i talebani afghani, contro le ragazze che vanno a scuola: nessuno può dimenticare il rapimento delle 276 studentesse nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2014.

Anche l’Isis, subito dopo essersi assicurato il controllo su una porzione di territorio della Siria, ha dedicato attenzione alle scuole. Ha chiuso quelle esistenti e le ha riaperte solo dopo averle riorganizzate per un insegnamento da un lato più legato alla shari’a, cioè alla legge islamica, dall’altro più funzionale agli obiettivi della milizia. Ha fatto sensazione che nella città siriana di Raqqa, consdeiarata la “capitale” dell’Isis, sia stata inaugurata una scuola in inglese, destinata con ogni evidenza ai ragazzi che dovrebbero in futuro militare nell’ala del più diretto confronto con gli occidentali.

I fanatici dell’islamismo, insomma, hanno capito fin dall’inizio quanto sia decisiva la battaglia per la cultura e l’istruzione e, dal loro punto di vista, per il controllo delle informazioni e delle menti. Il fatto che Boko Haram, Al Shabaab e Isis siano poi anche pronti a massacrare giovani innocenti, giustamente ci inorridisce. Ma non deve farci trascurare quanto “moderno” sia il loro spunto originario. Forse più moderno del nostro, così affidato agli eserciti e alle armi.

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