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domenica 11 aprile 2021
 
Colloqui col Padre
 

Perché viene trasferito un sacerdote molto amato?

19/10/2018  Una lettrice di Roma scrive in Redazione chiedendo come mai spesso i sacerdoti vengano trasferiti dalle parrocchie, anche quando anziani e molto ben voluti. Ecco la risposta del direttore, don Antonio Rizzolo

Caro don Antonio, voglio affidare alla sua equilibrata sensibilità una riflessione che da qualche mese mi addolora e amareggia. Sono una parrocchiana del SS. Redentore di Roma, una chiesa gestita dagli Scalabriniani che raccoglie un gran numero di fedeli, non solo nel territorio di pertinenza.

La frequento da quando sono tornata a vivere a Roma, anche grazie all’incontro con padre Ampelio, un sacerdote che mi ha riavvicinato alla pratica della fede nella quale ero molto discontinua e persino confusa, non mi vergogno ad ammetterlo. Con il tempo ho scoperto che tantissimi fedeli, in un modo o nell’altro, erano stati da lui aiutati, ascoltati, sostenuti, consolati se malati. Essendo stato parroco e viceparroco era “un’istituzione”.

Nel corso del tempo al SS. Redentore ho visto avvicendarsi diversi padri: a volte non si faceva in tempo a conoscerli e affezionarsi che andavano via, pedine di un disegno imperscrutabile. Finché è toccato anche a padre Ampelio. Il responsabile della Casa Maria Assunta per missionari anziani e malati, ad Arco di Trento, a giugno era molto malato e serviva un sostituto temporaneo. Il provinciale ha chiesto a diversi padri se volevano andare a sostituirlo e hanno detto tutti di no. Finché è arrivato a padre Ampelio, che ha accettato. Doveva essere un incarico temporaneo, ma il padre da sostituire è mancato dopo pochi giorni e nessun altro ha dato la disponibilità per andare a dirigere la Casa. Perciò rimarrà lui.

Domenica scorsa, alla sua “Messa di saluto” ho visto molti occhi lucidi, oltre ai suoi. E ai miei. Perché noi parrocchiani ci affezioniamo ai “nostri” sacerdoti, punti di riferimento spirituali, ma anche persone a cui si vuole bene, puntelli di certe giornate un po’ zoppe in cui fatichiamo a camminare. Noi abbiamo bisogno di loro, ma anche loro hanno bisogno di noi, ne sono sicura: hanno bisogno del nostro affetto, della nostra amicizia di pecore, della nostra fedeltà perché la Chiesa, per chi la frequenta con amore, è davvero una famiglia.

Alla luce di tutto questo, mi chiedo come sia possibile che padri che hanno una certa età, benché perfettamente lucidi e in forze, vengano spostati dalla loro casa, a cui sono ormai legati e affezionati. Sempre per citare la mia parrocchia, penso ad altri due spostamenti dei mesi scorsi: padre Luciano, altra “istituzione” che, per esempio, veniva a benedire la mensa dei poveri della nostra chiesa, all’improvviso è stato mandato alla Casa degli Scalabriniani di Piacenza, o a padre Antonio che, invece, pur ottantenne, è venuto da Piacenza a Roma, al Redentore! Ci sarà senz’altro una logica, dietro a tutto questo, ma sarebbe bello conoscerla perché aiuterebbe, forse, ad accettare più facilmente i cambiamenti. “Una certa età”, per un prete significa avere intorno una rete di conoscenze, anzi, di anime, perché di questo si tratta, di pecore che riconoscono la sua voce. Anche molte pecore del SS. Redentore hanno una certa età, ed è paradossalmente una forza, perché sono le persone di “una certa età” a portare a casa la chiesa, a suggerire, magari con l’esempio, a figli e nipoti che se ne sono allontanati, che è bello seguire il pastore.

Mi creda, don Antonio, non le scrivo con disinteresse per i poveri padri ricoverati ad Arco di Trento: è fondamento del cristianesimo occuparsi dei fratelli sofferenti, a maggior ragione per un religioso, oserei dire. Ma ha senso mandare un sacerdote di una certa età tra sacerdoti… molti di una certa età e malati? Mi sembra che da questa prova di pietas cristiana non escano molti vincitori, se solo un padre – e questo è già un indicatore della sua umanità – ha accettato di andare in una realtà di sofferenza.

Ultima nota, più generale: parlando con diverse persone anche di altre parrocchie, vedo che le “proteste” dei parrocchiani non hanno nessun effetto, neppure quando vengono fatte petizioni di quartiere per evitare il trasferimento di un sacerdote molto amato. Sempre senza risposte e senza spiegazioni, come se i parrocchiani non contassero nulla…

Ecco, caro don Antonio, affido a lei questi dubbi e quesiti ringraziandola in ogni caso per il tempo che mi ha dedicato.

C.M.

Grazie per questa bella lettera, che è anche una testimonianza personale che può far bene a molte persone. Il tema che affronti è molto spinoso, tanto che il cardinale Elia Dalla Costa, ora venerabile, arcivescovo di Firenze dal 1931 al 1961, ebbe a dire: «Il trasferimento dei parroci è il più grande tormento del vescovo». Nella mia risposta parto da quel che prevedono le leggi ecclesiastiche per arrivare a delle considerazioni personali.

Riguardo ai parroci, il Codice di diritto canonico (can. 522) afferma: «È opportuno che il parroco goda di stabilità, perciò venga nominato a tempo indeterminato». Il vescovo diocesano, però, può nominarlo a tempo determinato «se ciò fu ammesso per decreto dalla conferenza dei vescovi». Ed è proprio quello che ha fatto la Conferenza episcopale italiana nei primi anni ʼ80, stabilendo che «le nomine dei parroci ad certum tempus hanno la durata di nove anni». Si tratta comunque di una possibilità, a discrezione del vescovo.

Nel caso della tua parrocchia, essendo retta da religiosi, entra in gioco un altro elemento, il voto di obbedienza, in base al quale i superiori trasferiscono i confratelli da una comunità all’altra, a secondo dei bisogni.

Personalmente penso che per un parroco avere di fronte un tempo determinato sia quasi sempre positivo. Gli permette di dare il meglio di sé negli anni che ha a disposizione, di non “sedersi sugli allori”, di essere veramente a servizio di Cristo e dei fedeli e di non mettere al centro sé stesso. Potrà poi mettere i suoi talenti a disposizione di altre comunità parrocchiali che, magari, non hanno avuto il dono di un pastore altrettanto valido. Tutto questo, però, non deve apparire ai fedeli come una pratica burocratica, che passa sopra le loro teste. Ci deve essere chiarezza e dialogo sia prima (spiegando che il nuovo parroco non sarà necessariamente lì per sempre), sia dopo, al momento del commiato. Non sempre tutto questo avviene. Aggiungo poi che molto dipende dalla sensibilità del vescovo e dei superiori. Ci sono situazioni che consigliano di non spostare un parroco o un religioso, considerando il bene della persona e quello degli stessi fedeli.

C’è un altro aspetto che emerge dalla lettera, e cioè la scarsa disponibilità di tanti confratelli. È qualcosa che fa pensare, anche se dietro ci sono magari dei motivi validi, come problemi di salute. Nello stesso tempo appare ancora più luminoso l’esempio di padre Ampelio. In questi casi, comunque, i superiori si trovano in grandi difficoltà perché devono far fronte a tante necessità e il numero di religiosi capaci e disponibili è sempre più ridotto. A volte, davvero, non sanno che pesci pigliare. E lo so per esperienza, visto che faccio parte del “governo” italiano dei Paolini. È sempre bene, però, soprattutto quando ci sono rapporti con i fedeli di una parrocchia, che ci sia un dialogo previo, magari favorito dallo stesso confratello che è chiamato a un nuovo servizio. Bisogna anche evitare di considerare i confratelli delle semplici pedine da spostare a piacimento sullo scacchiere delle necessità. Si deve invece cercare sempre il bene più grande.

Dietro a tutto questo c’è anche il grande problema della crisi delle vocazioni. Mi auguro che il Sinodo dei vescovi che affronta anche il tema del discernimento vocazionale possa favorire la decisione di tanti giovani a donare la vita al Signore. Tutti noi possiamo fare la nostra parte con la preghiera e favorendo la risposta positiva di chi sente in cuor suo la chiamata di Dio. Non dobbiamo, comunque, perdere la fiducia, nonostante le difficoltà, anche quando a un parroco molto amato è chiesto un altro servizio. Ringraziamo il Signore che ce l’ha donato e per il bene che abbiamo ricevuto. E ricordiamo che l’amicizia non viene meno, nonostante la distanza.

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