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lunedì 22 aprile 2024
 
america latina
 

Perù nel caos, la ribellione del popolo delle periferie contro i potenti della capitale

01/02/2023  Il Paese è in preda alle proteste, spesso represse con violenza da parte dell'esercito e delle forze dell'ordine. La crisi politica e sociale sta minacciando i poveri, ma anche i migranti da altri Paesi, come il Venezuela

Il Perù sta vivendo l’ennesima crisi politica, una instabilità in cui la comunità degli indigeni si sente particolarmente minacciata. A dicembre sono iniziate le prime manifestazioni dopo l’arresto dell’ex presidente Pedro Castillo (un maestro di scuola ed ex sindacalista) che aveva tentato di sciogliere il Parlamento. La decisione di Castillo era partita quando i parlamentari peruviani stavano per destituirlo con l’accusa di corruzione. Al posto del presidente è subentrata la sua vice, Dina Boluarte, da allora sono iniziati gli scontri con la richiesta da parte della popolazione, di elezioni anticipate e lo scioglimento del Parlamento.

I blocchi delle strade da parte dei manifestanti e l’intervento violento dell’esercito, hanno causato più di 60 morti, tra cui dei ragazzi e un bambino. L’obiettivo della cittadinanza è di andare al voto nel 2023 per offrire ai cittadini la possibilità di scegliere chi deve guidare il Paese. I manifestanti, specialmente la gran parte di origine indigena del Sud del Perù, hanno interpretato la destituzione come il disconoscimento della volontà popolare che aveva eletto Castillo. «Vi è il sospetto, soprattutto nella capitale, dove l'élite di Lima ha sostenuto il suo avversario, Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente del Perù, che la vicenda sia stata strumentalizzata. Si parla di un escamotage per azzerare i voti dei contadini indigeni che avevano appoggiato Castillo, con il pretesto di una truffa elettorale mai provata». Per il professor Deyvi Astudillo, un sacerdote gesuita studioso della realtà peruviana, a pagare sono come sempre i poveri delle periferie. «Il popolo della capitale, il gruppo che guida l’economia, non nutre attenzione per i contadini delle zone rurali composto dalle popolazioni indigene. In questo senso si può dire che le proteste di oggi, anche al di là del "caso Castillo", riflettono la stanchezza dei peruviani delle periferie, il popolo dei sobborghi -miseri e con scarsi servizi urbani –, in protesta per i tanti maltrattamenti subiti dallo Stato. Certamente, oltre alle proteste pacifiche ci sono gruppi violenti e infiltrati che cercano solo caos e disordini, una minoranza di matrice anarchica, capace di un attaccato all’aeroporto e altri luoghi strategici».

Le forze governative, senza fare alcuna distinzione tra bande agitatrici e studenti, hanno represso con violenza tutti i manifestanti, per questo oggi si contano più di 60 morti. «Il governo di Dina Boluarte ha scelto di classificare la maggioranza dei manifestanti come terroristi», chiarisce padre Astudillo , «il che è assurdo, tuttavia la politica non sembra intenzionata a stabilire veri canali di dialogo». Oggi buona parte della popolazione chiede le dimissioni del presidente, ma la situazione non è accettata dai palazzi del potere. «Un'alternativa che il governo sembra preferire è quella di anticipare le elezioni alla fine di quest'anno, anche se la decisione spetta al Congresso, un'istituzione screditata dalla popolazione, che sembra essere più interessata ad altro, come la permanenza al potere, che a risolvere i problemi».

La crisi politica e sociale che attraversa il Perù sta minacciando non solo i poveri ma anche i migranti, generando una serie di conseguenze come la scarsità di cibo e lavoro. Sono tante le famiglie che, lasciati i loro Paesi in cerca di un futuro più dignitoso, come i rifugiati in fuga dal Venezuela, sono alle prese con una complicazione inaspettata: i disordini sociali. «Coloro che vivono una delle situazioni più a rischio sono le famiglie che avevano scelto di fermarsi nelle aree di Puno e Arequipa. Queste regioni hanno le più grandi riserve di litio del Paese, producono oro, stagno, uranio e argento e spesso sono bloccate da cortei e manifestazioni di protesta». María Cecilia Céspedes, coordinatrice nazionale del progetto "Mano nella mano con i migranti", è preoccupata da una situazione ogni giorno peggiore. «Il blocco delle strade sta generando carestie e un aumento del prezzo del cibo», spiega la Céspedes. La maggior parte delle famiglie del popolo migrante sopravvive con semplici lavoretti, come la vendita per strada. A causa degli scontri che alimentano una protesta crescente, mercatini e ambulanti non possono lavorare, le piazze sono preda di cortei e sassaiole tra polizia e manifestanti, «una situazione che mette a rischio anche la loro sicurezza».

(Foto Reuters: una manifestante affronta gli agenti di polizia a Lima)

 
 
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