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venerdì 23 ottobre 2020
 
Il segretario
 

Piano lavoro? Ok se serve ai giovani

12/01/2014  E’ presto per giudicare nel dettaglio le misure del "Job Act" di Matteo Renzi. Ma il segretario del Pd sappia che giudicheremo in base a un criterio preciso e per noi fondamentale la sua “riforma”: quanto lavoro garantirà agli under 30.

Una manifestazione di protesta contro la disoccupazione giovanile. Il dato indicato nello striscione - 36,6 per cento - è stato purtroppo superato.
Una manifestazione di protesta contro la disoccupazione giovanile. Il dato indicato nello striscione - 36,6 per cento - è stato purtroppo superato.

Il Paese delle riforme mancate partorirà dunque l’ennesimo Piano per il lavoro. La targa è quella di Renzi. Dopo Treu, Biagi, Sacconi, Fornero un altro nome si aggiunge così alla lista di chi vuol porre (doverosamente) mano all’edificio cascante del lavoro all’italiana. Disoccupazione giovanile al 41%; 40 tipologie diverse di contratto; scarsa mobilità geografica; pessimo incrocio tra domanda e offerta; ammortizzatori sociali costosi e improduttivi. L’elenco delle inefficienze è esteso e dunque daremo tempo al “sindaco” per verificare se ha la vista più lunga  di chi lo ha preceduto. E se la sua “riforma” - che vedrete spiegata in dettaglio in un altro articolo - riuscirà a smuovere la palude  che già Giuseppe Di Vittorio descriveva come tale nel suo Piano del Lavoro (anno ’49, congresso della Cgil di Genova).

Ma c’è un punto di metodo che noi vorremmo adottare, da qui in avanti, nel valutare ogni mossa di questa partita, nel seguire il percorso di avvicinamento all’obiettivo, nel discernere gli elementi che nel dibattito emergeranno come utili da quelli secondari. E’ un punto di vista che giudicherà la riforma Renzi guardandola con gli occhi dei giovani. Ci spieghiamo meglio. Il lavoro è stato il terreno su cui in questi anni si è perpetrata un sanguinosissima, grande guerra silenziosa. Al conflitto tra  garantiti e precari se n’è infatti affiancata nel tempo, fino a sovrapporvisi interamente, un’altra: quella tra vecchi e giovani.

Sono stati gli under 30 italiani a pagare il prezzo maggiore di una flessibilità scriteriata che gattopardescamente ha finto di cambiare tutto per lasciare identiche le rendite di sempre. Sono stati i giovani a essere costretti a emigrare, per cercare altrove le opportunità che un sistema Paese anchilosato non è riuscito più ad offrire. La cittadella dei garantiti, per usare una terminologia cara al giuslavorista Pietro Ichino, ha assicurato diritti e salari a chi era dentro (innanzitutto per età) e ha scaricato l’intero peso della flessibilità sulle giovani generazioni. E’ in parte quanto è accaduto con le pensioni: ci si è (giustamente) preoccupati di garantire gli esodati, chi cioè era in bilico tra vecchio e nuovo, sorvolando su quanti con il nuovo non potranno che fare i conti: a lavori precari e saltuari oggi, corrisponderanno domani pensioni da fame. Il danno non è solo economico, ma sociale. Ed è quello di creare una faglia che spacca in due il Paese in base alla sua anagrafe.

E’  appunto su questo filo, quello del conflitto generazionale, che si gioca secondo noi la partita della riforma Renzi. Per essere davvero innovativa, non basterà che dia lavoro agli italiani. Dovrà darne ai giovani italiani.

Badi bene signor sindaco-segretario, non è retorica. Chi in Italia è nato dopo il ’68 è abituato a trattare i giovani come un oggetto sociologico  innocuo. Target di consumi, non soggetto portatore di interessi e dunque di potenziale violenza. Chi non ha conosciuto il ’68 e aveva pochi anni per capire il ‘77 ha difficoltà, forse,  a comprendere quanto le guerre generazionali siano costate in passato in termini di conflitto anche in questo smemorato Paese.

I giovani hanno un difetto, caro segretario: non sanno perdonare quando si sottrae loro il futuro. Lei che in un giorno ha svecchiato la sua segreteria, probabilmente lo sa bene. Ma è utile che lo ricordi la politica tutta nel mettere mano all’ennesima riforma. Ora che finalmente non di processi e immunità parlamentari, ma di cose vere si torna a parlare.

 
 
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