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giovedì 18 agosto 2022
 
Un ricordo
 

Addio a Pierre Boulez, maestro schivo del Novecento

07/01/2016  Si è spento a 90 anni una delle figure chiave della musica contemporanea: compositore, direttore e saggista.

Ci sono grandi artisti che entrano nella vita di tutti i giorni, che appartengono alla società: e che rappresentano un modello anche per chi poco sa della musica, della pittura, del cinema. Beethoven, Michelangelo, Luchino Visconti appartengono all’immaginario collettivo. E ci sono artisti che rappresentano un punto di riferimento per chi l’arte la fa o la vive nel profondo. Artisti che la gente non conosce, o che percepisce come distanti.

Pierre Boulez appartiene alla seconda categoria. E’ stato - il participio passato è d’obbligo, visto che si è spento il 5 gennaio a Baden Baden – un gigante della musica: compositore, direttore d’orchestra, organizzatore (ha fondato l’Ircam e l’Ensemble InterContemporain, una delle più importanti istituzioni per la ricerca musicale del mondo, ed uno dei gioielli di Parigi, città nella quale Boulez era un’autorità). Ed è stato un grande saggista, un uomo che con i suoi scritti, le sue polemiche, i suoi interventi ha analizzato, criticato, sviluppato la riflessione sulla musica del ‘900, il più discusso e controverso dei capitoli della storia dell’arte dei suoni: “Note di apprendistato”, “Per volontà e per caso” sono testi fondamentali del nostro tempo.

Da compositore Boulez ha lasciato pagine che il pubblico “tradizionale” difficilmente ha trovato o può trovare congeniali: ma che rappresentano un contributo fondamentale alla musica contemporanea. Un contributo che colloca Boulez, pur nell’abissale differenza di linguaggio, sulla scia della grande tradizione francese: erede dunque di Ravel, di Debussy, di Messiaen, della loro purezza di suono plasmata in forme ammirevoli. La sua musica non è mai “melodica” naturalmente, ma è espressione di una mente lucida, analitica e curiosa nei confronti di ogni sperimentazione del nuovo.

Determinante è stato poi il suo contributo da direttore d’orchestra: quel gesto schematico, quasi meccanico, quelle scelte che spaziavano su tutto il grande repertorio per poi approdare all’amata musica del ‘900, alla scuola di Vienna, alle sue pagine e all’opera lirica della quale non è mai stato interprete superficiale, di routine. Memorabile furono il suo Wagner e la prima esecuzione nella versione originale della Lulu di Alban Berg che diresse alla Scala su invito di Claudio Abbado con la regia di Patrice Chéreau nel 1979.

Pierre Boulez, nato 90 anni fa a Montbrison, era persona estremamente schiva, riservata, gentile. La sua vita priva è stata avvolta nel riserbo assoluto. Viveva per la musica, per l’Ircam, per i giovani che accorrevano a lui, vero vate, da tutte le parti del mondo. Di lui rimarranno le opere, gli scritti, i dischi. E forse, fra tante incisioni importanti, il pubblico continuerà a stupirsi per l’ultimo disco inciso con Daniel Barenboin al pianoforte: una esecuzione dei concerti per pianoforte di Liszt di stupefacente bellezza, intensità e poesia. Un regalo fatto al pubblico: anche a quello che più ama “le grandi melodie”.

 
 
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