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mercoledì 30 novembre 2022
 
ANNIVERSARI
 

Pio La Torre, 40 anni fa, il figlio Franco: «La mafia può essere sconfitta, se lo Stato vuole»

30/04/2022  Il 30 aprile 1982, a Palermo, vennero uccisi l'allora segretario segretario regionale del Pci e il suo autista, Rosario Di Salvo. Ripubblichiamo la testimonianza di Franco La Torre raccolta in una serata organizzata nel 2019 per valorizzare le idee, l'azione e l'attualità del padre

Una serata per ricordare. Anzi per ricominciare. Partendo dalle parole di Pio La Torre, da quella legge che porta il suo nome, assieme a quello di Virginio Rognoni, e che è l’architrave della legislazione antimafia. Nel 37esimo anniversario dell’uccisione del politico siciliano, assassinato a Palermo il 30 aprile 1982 insieme con l’attivista, che gli faceva da autista e da scorta, Rosario Di Salvo, si torna a parlare, nell’incontro organizzato dall’Osservatorio della regione Lazio su sicurezza e legalità, presieduto da Gianpiero Cioffreda,  della sua tenace battaglia contro la criminalità organizzata. «Anche se», precisa il figlio Franco, «più che dire che mio padre era contro la mafia, si può dire che la mafia era contro di lui». Contro il fare di un politico che non cercava scorciatoie e non amava i compromessi, che portava via il figlio Filippo dagli allenamenti di calcio del Bacigalupo perché non voleva avere niente a che fare con Marcello Dell’Utri che ne era presidente. Un uomo lungimirante, profondo conoscitore del territorio e delle tecniche con le quali la mafia attingeva potere e consenso sociale.

«Non si può capire la sua opera antimafia se non si tiene conto anche di altri tre elementi importanti», ha raccontato Natale di Cola, segretario confederale Cgil Roma e Lazio. «Il suo impegno per la pace, l’occupazione delle terre, la lotta per la casa», dice Di Cola, siciliano trapiantato a Roma, profondo conoscitore della vita di La Torre nonostante i suoi 36 anni. «Uccidere lui» gli fa eco lo storico Enzo Ciconte, che invece La Torre lo ha conosciuto e frequentato, «è stato il primo grande errore della mafia. Senza quell’assassinio e, successivamente, senza l’uccisione del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la legge sulla confisca dei beni ai mafiosi non sarebbe mai stata approvata. Giaceva in Parlamento e un primo sblocco lo aveva avuto subito dopo il suo assassinio. Ma le resistente erano tante. Purtroppo ci è voluto un altro assassinio perché fosse approvata. E oggi il 416 bis, cioè il reato di associazione mafiosa, e la legge che confisca i patrimoni ai mafiosi con il successivo loro riutilizzo a fini sociali sono gli assi portati dell’intera legislazione antimafia».

In sala ci sono Rosy Bindi, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia e Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia, «l’unico che, finora, ha indetto gli stati generali dell’antimafia», ricorda Rodolfo Lena, presidente della commissione antimafia del consiglio regionale del Lazio. «Il punto vero però», spiega ancora Franco La Torre, «è affrontare il fenomeno delle classi dirigenti infedeli alla Costituzione. È indubbio che, senza l’apporto della politica, le mafie sarebbero state già distrutte. Quando lo Stato decide di combattere qualcosa, lo si è visto anche con il terrorismo, vince sempre. La mafia, lo vediamo anche con gli appalti e i subappalti, non può nulla se non ci fosse il consenso di chi governa quel territorio. Le cose vanno cambiate a partire dalla politica e dalle classi dirigenti che a volte vestono anche i panni dell’antimafia per avere consenso, meglio gestire il potere  e ottenere anche finanziamenti screditando chi l’antimafia la fa sul serio».   

 
 
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