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«Più di 20 anni fa ho abortito. Dio mi ha perdonata?»

22/05/2018  «La gravità di quello che ho fatto», dice Anita, «mi pesa come un macigno. Credo che la sofferenza, che ancora provo, sia la giusta punizione divina. E mi chiedo: Dio mi ha perdonato?». La lettera che ricevemmo in redazione e la risposta di don Antonio Sciortino, dalla rubrica Colloqui col Padre

Caro padre, ventidue anni fa ero malata di depressione e crisi ansiose: lo sono stata per nove lunghissimi anni. Ero in cura con psicofarmaci e spesso, per brevi periodi, dovevo entrare in ospedali psichiatrici. Accortami di essere incinta, dovetti subito interrompere ogni trattamento, con notevole peggioramento delle mie condizioni di salute. Quando un ginecologo, l’unico che conoscessi, mi consigliò l’aborto terapeutico, seguii quella “strada maledetta” senza chiedere altri pareri, prendendo come giustificazione il fatto che gli psicofarmaci avrebbero nuociuto al bambino. Con il tempo sono quasi guarita, conduco una vita che si avvicina molto alla normalità, anche se non potrò mai fare certe cose o essere in tutto uguale agli altri. A volte, mi capita di avere delle ricadute.

Potrà sembrarle che, con questi racconti, io voglia rendere meno grave la mia colpa, ma non è così. Ho persino avuto un altro figlio, che mi ha veramente aiutato a vivere e che mi ha fatto pensare, forse con troppa presunzione, che Dio doveva avermi perdonata per avermi concesso tanto.

Altre volte, però, temo che Dio possa ancora colpirmi proprio in quello che è l’amore più grande della mia vita. Naturalmente, ho parlato con vari sacerdoti, in confessione o di persona, e tutti hanno cercato di offrirmi la loro consolazione, parlando della comprensione e della misericordia di Dio, oltre che degli eventi della vita e della particolare condizione in cui mi trovavo in quel momento tristissimo.

Le sembrerà strano, ma il sollievo più grande mi venne dalla psicologa che mi seguiva; mi disse che dovevo considerare “quel fatto” come una cosa che mi era capitata, al pari della malattia di cui ero stata vittima, nella convinzione che mai avrei agito allo stesso modo se fossi stata psichicamente a posto.

Sono passati tanti anni, ma il ricordo, dolorosissimo, si riaffaccia periodicamente e il fatto di non poterne parlare con nessuno, di comprendere – ora che sto meglio – la gravità della cosa, mi pesa come un macigno. A nulla mi aiuta l’aver adottato a distanza vari bambini: il peso rimane e credo che la sofferenza che provo sia in parte una punizione. Padre, le chiedo: Dio mi ha perdonata? Dica una preghiera per me, perché ne ho veramente bisogno. Grazie di cuore se vorrà rispondermi e darmi la sua benedizione.

Anita

La morale cristiana ha sempre insegnato che la responsabilità si collega strettamente con la consapevolezza e la libertà, vale a dire con la capacità di intendere e di volere. Il grado di libertà e, quindi, di responsabilità, può diminuire o anche annullarsi per vari motivi e, tra questi, l’ignoranza, cioè ritenere buona un’azione che, invece, è cattiva o viceversa; la pressione sociale che diminuisce, a volte, la nostra libertà; particolari condizioni esistenziali che sconvolgono più o meno profondamente la persona.

In altre parole, si possono compiere azioni anche gravissime, come ad esempio il suicidio, ma in una condizione in cui la persona è profondamente turbata e, quindi, non padrona di sé stessa e delle sue decisioni.

Il parere competente della psicologa ha un serio fondamento e aiuta a comprendere l’effettiva responsabilità nella decisione che è stata presa nel ricorrere all’aborto. Tutto questo, però, non annulla la gravità del fatto, che ritorna insistentemente alla memoria e impedisce di vivere. Il senso di colpa paralizza e intristisce. Dove trovare luce e grazia non per cancellare ma per dare senso a quanto è accaduto?

Queste domande trovano risposta nel messaggio cristiano che Giovanni Paolo II ha annunciato proprio alle donne che hanno fatto ricorso all’aborto (cf. Evangelium vitae, 99). Mi limito a trascriverlo, non ha bisogno di commenti: «La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato di una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non si è ancora rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della riconciliazione. Vi accorgerete che nulla è perduto e potrete chiedere perdono anche al vostro bambino, che ora vive nel Signore... Attraverso il vostro impegno per la vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature ed esercitato con l’accoglienza e l’attenzione verso chi è più bisognoso di vicinanza, sarete artefici di un nuovo modo di guardare alla vita dell’uomo».

Questo testo è una perla evangelica: c’è tanta verità, carità e speranza. Come non fermarsi su alcuni passaggi: l’ingiustizia dell’aborto; la parola di conforto e di speranza detta alla donna; l’aprirsi al perdono di Dio e anche del «bambino che ora vive nel Signore»; il mettersi al servizio della vita. Dio, che si è rivelato in Gesù di Nazaret, non è un Dio che punisce, ma che salva e libera. Il suo perdono è grazia e luce che danno la capacità di una rinnovata esistenza.

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