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martedì 09 agosto 2022
 
 

Pochi figli perché c’è poco lavoro

01/10/2014  Ricerca del Censis: 62mila nati in meno in un anno. Effetto di politiche familiari assenti. Ma anche di qualcosa che sta a monte: la crisi. Messaggio in una bottiglia: sicuri che tutto il dibattito su articolo 18 e dintorni non c’entri nulla?

Dando un’occhiata ai dati del Censis presentati stamane, verrebbe da dire: nulla di nuovo sul fronte natalità. La ricerca “Diventare genitori oggi” mette a nudo le solite criticità, che si sintetizzano nel dato dei nuovi nati, in calo di 62mila unità nell’ultimo anno. Nulla di nuovo tra le cause, che secondo l’istituto di ricerca di Piazzale di Novella stanno sempre al punto a cui le abbiamo lasciate, come Sistema Paese s’intende. Ovvero: scarse politiche di sostegno, pochi sgravi fiscali che favoriscano le nascite, servizi al lumicino (asili nido su tutti), alti costi per rette scolastiche, mense, manuali… Ma tutto questo assume una luce nuova nel tempo stretto in cui siamo, mese VII dell’era Renzi. Prende riflessi particolari nei giorni in cui i giornali parlano di ennesimo rialzo della disoccupazione e perfino della proposta di anticipare in busta paga il tfr per dare più fiato ai consumi.

Vediamo perché

«Per l’83% di chi ha risposto al sondaggio – spiega il rapporto del Censis - la crisi rende più difficile la scelta di avere un figlio. E la percentuale supera il 90% tra i giovani fino a 34 anni, cioè le persone che subiscono maggiormente l’impatto della crisi e allo stesso tempo sono maggiormente coinvolte nella decisione della procreazione». Dietro questa frase si nasconde la parola lavoro, il tema del patto generazionale che non c’è, e perfino l’eterno dibattito sull’articolo 18. Sembrano cose che non si tengono e invece un legame c’è eccome. Perché ampliare la cerchia dei tutelati – contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti per i nuovi assunti – non è disgiunto dal fatto di fare o non fare un figlio. Un contratto a tempo indeterminato è la condizione per accende un mutuo per una casa. E’ la precondizione per fare un’assicurazione. E’ soprattutto la possibilità anche psicologica di impostare un progetto di vita sul medio e lungo periodo. C’è ormai una barriera all’ingresso nel “fare famiglia”. Diciamolo meglio: “tenere famiglia” oggi non significa tanto non perdere il lavoro, ma trovarlo mai, soprattutto se si è giovani, magari ben istruiti ma drammaticamente fuori dalla cittadella fortificata del alvoro stesso.

Ecco perché figli e lavoro si tengono

  

E perché non è estranea a tutto ciò la stessa questione dell’articolo 18. Ovvio, non si tratta di fare equazioni banali, affrettate e tagliate con l’accetta. Nessuno vuol dire che se non ci fosse il reintegro in caso di licenziamento per giusta causa si farebbero più figli. Al contrario però tutti possiamo concordare sul fatto che tanta precarietà – i mille contratti a termine, a tempo, a chiamata… - non hanno fatto bene né ai giovani né al Paese. Forse neanche alle famiglie. La questione è: si può attuare uno scambio virtuoso tra più contratti a tempo indeterminato e vincoli meno forti al licenziamento per giusta causa (incentivo economico invece che reintegro) per dare una scossa al mercato del lavoro e anche alla crescita della natalità? La crisi è questa in fondo. Incertezza, precarietà, famiglie che non nascono per l’ansia del futuro. Siamo certi che chi difende i “diritti dei lavoratori” sappia vedere anche queste sofferenze e dare giuste soluzioni? Siamo persuasi che a furia di “battaglie” per chi un lavoro ce l’ha già non si finisca per buttare all’aria anche i diritti di chi ancora non ce l’ha e di questo passo non l’avrà mai, lavoratori e padri mancati di domani? Non abbiamo risposte certe. Ma semplicemente non vorremo che si buttasse l’acqua dei diritti (di chi non li ha mai avuti) con tutti bambini (che non si fanno più).

 
 
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