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martedì 07 dicembre 2021
 
INTERVISTA
 

Poletti: ecco il piano del Governo contro la povertà

26/03/2015  Il ministro del Lavoro annuncia un piano nazionale per l'inclusione sociale che coinvolge i centri per l'impiego, la Caritas e il Terzo settore. E sul Jobs Act: "Comincia a funzionare".

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti la prima rondine del Jobs Act, il segno che avrebbe funzionato, dice di averla notata per la prima volta un sabato sera nella sua Imola, due settimane fa, mentre era a cena in pizzeria con sua moglie: “Si è avvicinato un giovane di 35 anni, amico di mio figlio, un piccolo artigiano che fa porte e finestre, e mi ha detto: ministro quand’è che comincia a funzionare la tua legge che ho due ragazzi da prendere per estendere l’attività? Bene, ora li può assumere, e così stanno facendo migliaia di vecchi e giovani imprenditori. Io dedico il 50 per cento del mio ruolo a girare per l’Italia e mi rendo conto che la volontà di assumere c’è, da Telecom a Farinetti di Eataly alla McDonald. Però sono contento quando vedo che non ci sono solo i grandi gruppi, ma anche i piccoli artigiani”.
Lei ha previsto 150 mila posti di lavoro a tempo indeterminato grazie al Jobs Act già nel 2015. Non è una cifra azzardata?
“Continuo ad essere ottimista. Credo che questo obiettivo sia alla portata. Certo, non accadrà tutto in tre mesi. Il 2015 per noi è l’anno di transizione, l’anno dove bisogna dare la spallata alla crisi e fare in modo che assumere a tempo indeterminato torni ad essere la regola e non l’eccezione. Il dato di fatto è che su 100 assunti finora solo 15 sono assunti a tempo indeterminato. Cominciamo a raddoppiare questa percentuale per l’anno in corso…”
Il segretario della Cisl Furlan sostiene che la prova del nove della nuova riforma saranno i mutui concessi dalle banche alle giovani coppie. Altrimenti vuol dire che il Jobs Act non funziona.
“Sono d’accordo. Vuol dire che il contratto a tempo indeterminato ha assunto la sua connotazione di contratto che dura negli anni. Ma, ripeto, perché diventi un fatto consolidato ci vorrà del tempo. C’è un problema di risorse e di regolamenti. Tutto il mondo, quando cambia il quadro, ha bisogno di tempi di adattamento. E’ incontestabile il fatto che un contratto a tempo indeterminato è meglio di un contratto a termine di sei o dodici mesi. Vedo finalmente ragazzi che dopo cinque, sei, otto anni si vedono finalmente proposto un contratto a tempo indeterminato. Ed la soddisfazione più bella”.
L’abolizione delle tutele previste dall’articolo 18 vale solo per i nuovi assunti.  Ma così non si scoraggia chi è tentato dal cambiare posto ma ha paura di rinunciare alle vecchie tutele? Non si ingessa il mercato del lavoro?
“Questa è una controindicazione che non poteva essere evitata. L’unica alternativa era togliere l’articolo 18 a tutti o non far niente, lasciando tutto com’è. Di fronte a questa scelta abbiamo pensato di mantenere l’articolo 18 per chi già ce l’ha e di modificarlo per i nuovi contratti, eliminando, però, i contratti precari. Io credo che col tempo ci abitueremo a una mentalità nuova, al fatto che la tutela del posto di lavoro dipende prima di tutto dalla capacità, dalla competenza, dalla fiducia in azienda. Il problema non è l’articolo 18. Noi abbiamo 800 mila posti di lavoro persi in sei anni, dal 2008 al 2013, per la chiusura delle fabbriche. Tutta gente che l’articolo 18 ce l’aveva. La tutela vera sta nel dinamismo dell’economia, nella capacità di innovare, di fronteggiare la crisi. E dalla capacità dello Stato di aiutare chi ha perso il lavoro a trovarne un altro”.
Ammetterà che i centri per l’impiego non hanno mai funzionato un granché in questo senso.
“I centri per l’impiego cambieranno in maniera significativa. Prevediamo di far coagire i soggetti pubblici con le agenzie private che si occupano di collocamento, con i sindacati, con le associazioni del commercio e dell’industria, le agenzie del terzo settore, insomma con tutti coloro che si occupano della messa in relazione del lavoratore con l’impresa. Il tutto sotto la supervisione di un’agenzia nazionale. Senza dimenticare il ruolo della scuola, dove verranno previsti stage in azienda”.
Che ne pensa del reddito di cittadinanza proposto da Beppe Grillo, un reddito fisso per chi cerca lavoro o lo ha perso?
 “Esistono già alcuni strumenti di sostegno sociale come il SIA, Sostegno all’Inclusione Attiva, un programma sperimentale già attivo da due anni nelle grandi città italiane e che ora verrà esteso a tutto il Paese. Inoltre, in uno dei decreti attuativi della riforma del lavoro è prevista l’Asdi, assegno di disoccupazione per i più poveri che perdono il lavoro e non lo ritrovano entro i due anni di copertura della Naspi previsti dalla legge. Ma il nostro obiettivo è quello di promuovere politiche attive per far uscire le persone dalle situazioni di difficoltà. Per farlo bisogna coinvolgere tutti i soggetti attivi nelle comunità. Molte delle situazioni di povertà sono figlie di una mancanza di lavoro. Ecco perché è necessario far agire diversi soggetti impiegati nelle politiche sociali, statali e non statali: i servizi per l’impiego, i centri di volontariato, le Caritas, il terzo settore”.
La proposta di Grillo però pare più definita: un sussidio minimo garantito di 780 euro al mese
“Questa proposta riguarda un’area molto estesa di persone ed ha un costo di molti miliardi, insostenibile per l’attuale bilancio pubblico. Questa valutazione non nega l’esistenza di situazioni estreme di disagio e di povertà che noi vogliamo affrontare”.
E come?
“Pensiamo sia necessaria una svolta sul tema della lotta alla povertà. Entro giugno sarà predisposto un piano operativo nazionale per l’inclusione sociale".
I fondi ci sono?
“Parte dei fondi sono già nel bilancio statale, nuove risorse finanziarie verranno messe a disposizione da Bruxelles per un importo di 1 miliardo di Euro in sei anni. Ma è chiaro che per fare un buon lavoro servono ulteriori risorse”.
La social card rimarrà?
“La social card rimarrà ancora fino a quando non costruiremo uno strumento diverso e più incisivo nell’ambito del piano per la lotta alla povertà. Rischieremmo di togliere una cosa che c’è senza essere in grado di sostituirla con qualcosa di migliore”.
Estenderete gli 80 euro agli incapienti?
"A coloro che guadagnano meno di 7.500 euro al mese? “Se ci sarà una ripresa dell’economia e, di conseguenza, maggiori risorse pubbliche, una parte dovrà certamente essere usata per sostenere quelle fasce di cittadini che non hanno avuto gli 80 euro. La volontà c’era già e la porteremo avanti”.

 
 
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