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sabato 25 maggio 2024
 
IL FATTO
 

Polizia violenta: intervista esclusiva a Gian Carlo Caselli

11/06/2023  A proposito dei fatti di violenza all'interno della questura di Verona il commento dell'ex magistrato: «Proprio perché devo molto alla Polizia pretendo rigore con chi la tradisce così»

Le notizie che giungono dalle indagini di Verona sono davvero inquietanti: si parla di gravi abusi da parte di alcuni agenti della Mobile (cinque di loro sono stati arrestati) nei confronti di persone che si trovavano sotto la loro responsabilità: in uno Stato di diritto è un tema delicatissimo, che rischia di mettere a repentaglio, anche quando riguardasse pochi singoli, la credibilità dello Stato agli occhi dei cittadini. 

Abbiamo chiesto a Gian Carlo Caselli, che per storia personale e professionale si confronta da sempre con il lavoro delle forze dell’ordine, di ragionare insieme sulla gravità di simili episodi.

Dottor Caselli, che effetto fanno vicende come quelle che emergono nel rapporto tra cittadini e Stato?

«Sabato scorso ho partecipato alla messa che ogni anno l’AVITER (Associazione italiana   vittime del terrorismo) fa celebrare a Torino, questa volta nella cornice solenne del santuario della Consolata. E mi son chiesto ancora una volta quale sia l’eredità che queste vittime ci hanno lasciato. Tra le tante  possibili risposte ecco secondo me  la più significativa: sono state straordinari creatori di credibilità, di senso dello Stato;  vale a dire che operando come hanno operato in vita, e sacrificandosi fino alla morte, hanno compiuto una missione storica, restituire lo Stato alla gente; perché grazie a  loro   lo stato si presenta agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali è possibile identificarsi, per cui acquistano  un senso  le parole (altrimenti vuote)  “lo Stato siamo noi”. Poi ho pensato ai traditori di questa eredità, ai responsabili dei vergognosi fatti di Verona - presumerli innocenti, almeno quelli delle immagini e intercettazioni divulgate dai media, sarebbe ipocrita - e mi son detto che i semi di credibilità diffusi dalle vittime non sono germogliati da quelle parti. Anzi a germogliare sono stati dei mostri, che hanno infangato e devastato pesantemente la nostra Polizia. Con effetti che ci vorrà tempo e fatica per cancellarli». 

Quanto il tradimento anche di uno solo, finisce per mettere a repentaglio la credibilità del tutto e come si contrasta tutto questo?

«In nessuna corporazione, neppure in Polizia, funziona una proprietà transitiva che automaticamente trasmetta ad altri i difetti o le tendenze perverse di alcuni.  Siamo però in presenza di una specie di metastasi che va rigorosamente combattuta e circoscritta. Con la formazione professionale, con più vigilanza e controlli, con una maggior diffusione della cultura del rispetto di chi si vorrebbe classificare come altro, come diverso rispetto a noi, perché straniero o tossico o povero o quant’altro appaia estraneo a un sentire che purtroppo  va diffondendosi nella nostra società anche in forza di cattivi esempi dall’alto. Condivido quel che scrive  (su ”Liberainformazione”)  l’ex questore Piero Innocenti, ora in pensione ma già in posti di grande responsabilità: non sarebbe male ricordare, di tanto in tanto, che tutti i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge come prescrive l’articolo 54 della Costituzione. Per quanti poi decidono di entrare a far parte della Amministrazione della Polizia di Stato, nel momento della assunzione in prova c’è la promessa solenne di osservare lealmente la Costituzione e le leggi dello Stato, di adempiere ai doveri dell’ufficio per il pubblico bene». 

Che effetto fanno notizie come queste a un magistrato che per mezzo secolo ha lavorato in necessaria sinergia con le forze dell’ordine e che per le condizioni in cui ha lavorato vive ancora protetto da una scorta della Polizia di Stato?

«Sul piano personale devo premette due considerazioni. 1) ho sempre sostenuto e ne sono tuttora convinto che la magistratura può ottenere buoni risultati quanto più nelle sue vele soffia la spinta della Polizia giudiziaria in una delle sue articolazioni (Carabinieli, Polizia, Guardia di finanza) . 2) Vivo con la scorta della Polizia di  stato fin dal 1974 (sequestro Sossi). La scorta mi ha salvato la vita diverse volte,  tutte documentate, sia ai tempi dell’antiterrorismo che dell’antimafia. La  scorta di Palermo è stata (con l’obiettivo di proteggermi al meglio)  persino “spietata”, a tal punto che, senza esagerare,  fuori dell’ufficio di fatto   ero libero solo di… respirare. Per tutto il resto dipendevo da loro. Ma l’efficienza (anche spietata se necessario) si è sempre combinata con una sincera cordialità nei confronti miei e dei miei famigliari. Efficienza e cordialità sono un ossimoro. La mia vita. Dunque, vuoi come (ex) magistrato, vuoi come cittadino, vuoi come singolo che ha fruito di speciali “attenzioni”, la mia gratitudine  è infinita e  mi sento in diritto e in dovere di urlare a piena gola: giù le  mani  dalla  Polizia  e anatema, per così dire,  ai farabutti che la coprono di infamia con comportamenti indegni della divisa».

Ancora in questi giorni si discuteva dell’opportunità di avere e mantenere il reato di tortura. Che opinione ha in merito a questo strumento legislativo?

«Quanto al reato di tortura, ci sono imperfezioni su cui lavorare per allinearci alla normativa e giurisprudenza europea, ma intanto credo che con la legge vigente si possano ben fronteggiare  le gravi patologie tipo  Verona». Si discute anche spesso di separazione delle carriere, un tema che trascina la cultura della giurisdizione del Pm e il rapporto di dipendenza funzionale con la polizia penitenziaria: un Pm avvocato dell’accusa aumenterebbe i rischi di queste derive o sono problemi diversi? La separazione delle carriere fra Pm e giudici comporta - ovunque esiste - che il potere esecutivo può (per legge!) impartire ordini o direttive al Pubblico Ministero che perciò non è indipendente. Un mio un ricordo che può aiutarci a percepire meglio il problema. Anni fa, fui invitato a Vienna per un convegno. I magistrati della procura anticorruzione che lo avevano organizzato stavano festeggiando una novità da loro giudicata “rivoluzionaria”. In un quadro di carriere separate, i Pm austriaci dipendevano dal ministro della Giustizia, del quale dovevano diligentemente osservare le direttive sulle inchieste (se cominciarle o no, fino a che punto arrivare, quali personaggi escludere...). Ma gli “ordini”, che prima erano soltanto verbali, adesso dovevano essere impartiti con atto scritto da inserire nel fascicolo processuale. Ecco la grande novità, la conquista cui gli austriaci brindavano con euforia. Da noi, (dove il Pm è come il giudice indipendente da ogni altro potere e soggetto soltanto alla legge, ndr.), invece, sarebbe una conquista impedire che una novità simile venisse introdotta...».

Un altro modo di dire che siamo più avanti, che sarebbe un cattivo affare procedere all’indietro come il gambero.

 
 
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