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lunedì 18 ottobre 2021
 
Giornata del migrante
 

Poveri e disperati? Ma no, chiamiamoli “migranti economici”

18/12/2016  È difficile respingere uno straniero povero, chi scappa da una carestia o dai cambiamenti climatici, chi proviene da un Paese dove la sanità, la scuola, le tutele sociali sono un’illusione, chi non trova lavoro nel proprio Paese e se lo trova viene sfruttato in modo disumano. Cambiandogli il nome, invece, è facile rispedirlo a casa.

C’era una volta l’extracomunitario. Poi il clandestino. E più di recente venne il diluvio di luoghi comuni: ci portano ebola, rubano il lavoro agli italiani, veniamo invasi dai musulmani, tra di loro si infiltrano i terroristi. Per anni certi politici e giornalisti hanno solleticato la “pancia” degli italiani con queste frasi fatte, prive di fondamento ma efficaci nell’incendiare l’opinione pubblica.

 

Parole che non sono rimaste confinate nelle chiacchiere da bar, come avrebbero dovuto, ma che hanno trovato progressiva “cittadinanza” nei comizi, nei talk show televisivi, nei media, facendo montare – non solo in Italia – intolleranza e xenofobia e razzismo, come non li avevamo mai conosciuti.

 

Gli immigrati oggi sono un problema. Lo sono perché la questione è oggetto di aspro scontro politico, in Italia ma anche in Europa, tanto da far tremare l’Unione.

 

Sono un problema non solo perché sulla loro pelle si fanno strumentali battaglie elettoralistiche. Lo sono anche perché un fenomeno di dimensione epocale e irreversibile che doveva essere affrontato 20 anni fa (quando se ne vedevano tutte le avvisaglie) è stato ignorato o gestito – a seconda dei casi e dei governi – col buonismo o col cattivismo, con scelte emergenziali anziché con uno sguardo lungo e di alto profilo, che guarda ai prossimi 20 anni invece che al prossimo voto fra sei mesi.

 

Così, di fronte al fallimento di gran parte delle politiche migratorie italiane, di fronte allo stallo europeo che non riesce a pensare progetti seri e credibili, la politica – italiana e non – al posto di cambiare rotta, ha pensato bene di cambiare le parole, di mettere nuove etichette e dividere in nuove categorie i migranti. Una specie di gioco delle tre carte. Con un bel trucco linguistico facciamo diventare “veri migranti” solo quelli che scappano dalle guerre. E agli altri appiccichiamo il titolo di migranti economici. Il gioco è fatto.

 

È difficile respingere o rifiutare un povero, chi scappa da una carestia, chi è stato scacciato dalla propria terra dai cambiamenti climatici, chi proviene da un Paese dove la sanità, la scuola, le tutele sociali sono un’illusione, chi non trova lavoro nel proprio Paese e se lo trova viene sfruttato in modo disumano. È facile, invece, rispedire a casa un migrante economico.

 

È una perfetta operazione di maquillage linguistico: il migrante economico, in fondo, che vuole? Può starsene a casa sua. Vuole migliorare le condizioni di vita sue e della sua famiglia, no? Be’, lo vogliamo tutti. Ci spiace, non potete entrare. I veri migranti sono quelli che scappano dalle guerre. Per loro sì possiamo commuoverci e aprire le porte della Fortezza Europa. Voi eritrei avete solo una dittatura feroce, mica una guerra. Tornatevene a casa. Voi somali siete nel caos dal 1991, non vorrete paragonarvi a quelli che hanno i veri conflitti come i siriani o gli iracheni. Voi africani che abitate in baraccopoli fatiscenti, non penserete che la guerra per la sopravvivenza quotidiana sia uguale a quella dei cannoni e dei kalashnikov.

 

Ecco fatto. L’ipocrisia italiana ed europea hanno risolto il problema. Con la nuova etichetta di migrante economico possono cacciare in un colpo solo il 70/80 per cento dei migranti. E restare comunque “buoni”, perché i veri migranti, quelli li accogliamo. Ci mancherebbe.

 

Oggi, 18 dicembre, si celebra si celebra la Giornata Internazionale per i diritti dei migranti. Ricordiamone uno, di diritto: non essere presi in giro con il gioco delle tre carte delle nuove parole.

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