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mercoledì 22 settembre 2021
 
IL VERTICE ONU
 

«Senza valorizzare i sistemi alimentari indigeni non ci sarà il cibo per tutti»

28/07/2021  Al pre summit sull’alimentazione a Roma non si è lavorato su un’agenda definita dall’alto, ma si è attivato un processo dal basso dove tutti i partecipanti hanno proposto le strategie per trasformare e rendere più resistenti le filiere alimentari in tutto il mondo in vista del vertice di New York a settembre. L’appello del Papa a «sradicare l’ingiustizia della fame» e l’intervento del cardinale Turkson che auspica «un dialogo di conoscenza permanente con i popoli indigeni/tradizionali di tutto il mondo per valorizzare i piccoli agricoltori»

Cibo, ambiente, fame, agricoltura, cambiamenti climatici, sprechi, sostenibilità. Sono i temi dibattuti nel pre summit sul Food System Summit 2021 sul tema “Sistemi alimentari indigeni e dieta naturale”, organizzato dalle Nazioni Unite e dal governo italiano a Roma. L’obiettivo era quello di mettere a sistema le circa duemila proposte arrivate da ogni parte del mondo da presentare a settembre a New York dove si terrà il vero e proprio incontro internazionale. Il vertice romano, che si è svolto da lunedì a mercoledì nella sede della Fao, serviva, dunque, per identificare le azioni concrete intorno alle quali costruire vere e proprie alleanze d’azione a livello mondiale ed è stata la prima volta in cui non si è lavorato su un’agenda definita dall’alto, ma si è cercato di attivare un processo dove tutti i partecipanti hanno proposto le future strategie e iniziative per trasformare e rendere più resistenti le filiere alimentari in tutto il mondo.

Cinquecento i delegati in presenza e collegati da tutto il mondo che hanno ascoltato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres (in video collegamento), il Presidente del Consiglio Mario Draghi e i delegati degli Stati e dei Governi invitati, tra cui il Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, mons. Paul Richard Gallagher, che ha letto il Messaggio inviato da papa Francesco e il cardinale Peter Kodwo Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che è intervenuto martedì pomeriggio. «Produciamo cibo a sufficienza per tutti, ma molti restano senza il pane quotidiano. Questo costituisce un vero scandalo, un crimine che viola i diritti umani fondamentali. Pertanto, è dovere di tutti sradicare questa ingiustizia attraverso azioni concrete e buone pratiche, e attraverso audaci politiche locali e internazionali», ha scritto il Papa sottolineando che l'«importante incontro» di Roma «ancora una volta mette in mostra come una delle nostre più grandi sfide attuali sia vincere la fame, l'insicurezza alimentare e la malnutrizione nell'era del Covid-19». Per Francesco occorre «un cambiamento radicale». In questa prospettiva, gioca un ruolo importante «l'attenta e corretta trasformazione del sistemi alimentari, che devono essere mirati per poter aumentare la resilienza, rafforzare le economie locali, migliorare la nutrizione, ridurre gli sprechi alimentari, fornire diete sane accessibili a tutti, essere ambientalmente sostenibili e rispettose delle culture locali. Se vogliamo garantire il diritto fondamentale a un tenore di vita adeguato e adempiere i nostri impegni per raggiungere l'obiettivo Fame Zero», ha spiegato il Pontefice, «non basta produrre cibo. C'è bisogno di una nuova mentalità e di un nuovo approccio integrale e di progettare sistemi alimentari che proteggano la Terra e mantengano al centro la dignità della persona umana; che garantiscano cibo sufficiente a livello globale e promuovano il lavoro dignitoso a livello locale; e che nutrano il mondo di oggi, senza compromettere il futuro».

Per il Papa, «è fondamentale recuperare la centralità del settore rurale», ed «è urgente che il settore agricolo riacquisti un ruolo prioritario in il processo decisionale politico ed economico, volto a delineare il quadro del processo di “ripartenza” post-pandemia. Questo riconoscimento dev'essere accompagnato da politiche e iniziative che soddisfino pienamente le esigenze delle donne rurali, promuovano l'occupazione giovanile e migliorino il lavoro degli agricoltori nelle aree più povere e remote. Siamo consapevoli», ha aggiunto Bergoglio, «che interessi economici individuali, chiusi e conflittuali - ma potenti - ci impediscono di progettare un sistema alimentare che risponda ai valori del Bene Comune, alla solidarietà e alla cultura dell'incontro. Se vogliamo mantenere un multilateralismo fecondo e un sistema alimentare basato sulla responsabilità, la giustizia, la pace e l'unità della famiglia umana sono fondamentali. La crisi che stiamo affrontando è in realtà un'opportunità unica per impegnarsi in dialoghi autentici, audaci e coraggiosi, affrontando le radici del nostro sistema alimentare ingiusto».

Il cardinale Turkson non ha dubbi e ha chiesto di «promuovere i sistemi alimentari indigeni» per «aumentare la produzione di cibo in tutto il mondo di oltre il 50%, e rifornire così gli oltre 9 miliardi di persone che si prevede popoleranno il pianeta entro il 2050». Per questo bisogna stabilire «un dialogo di conoscenza permanente con i popoli indigeni/tradizionali di tutto il mondo che permetta di disegnare politiche pubbliche globali che valorizzino i piccoli produttori indigeni e tradizionali come protagonisti di un'azione globale di lotta alla povertà alimentare». Il porporato ha spiegato che l’utilizzo di questi sistemi alimentari, definiti “agroecosistemi”, sarà utile soprattutto «nei paesi con sistemi agricoli sensibili al cambiamento climatico (ad esempio, la variabilità delle precipitazioni, la temperatura, la siccità, le inondazioni)».

Per questo, ha ricordato, la Fao, Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura, «ha individuato sette regioni socioculturali per rappresentare i popoli indigeni del mondo: Africa; Asia; America Centrale, America del Sud e Caraibi; Artide; Europa Centrale e Orientale, Federazione Russa, Asia Centrale e Transcaucasia; America del Nord e Pacifico». Un'azione successiva, per il prefetto del Dicastero vaticano, «sarebbe quella di identificare e applicare le istituzioni informali che hanno permesso ai sistemi alimentari di persistere nel tempo e organizzare i sistemi alimentari di queste regioni nel loro sviluppo attraverso il tempo». Dato che gran parte delle terre del mondo «sono spazi indigeni – ha concluso Turkson - il ripristino di sistemi efficaci di gestione delle risorse bioculturali in tutto il mondo deve includere il mantenimento, e in alcuni casi il ristabilimento, di istituzioni indigene a più livelli».

Nel suo intervento, il cardinale ghanese ha ricordato che «molte ricerche e studi sulla produzione alimentare indigena ne hanno evidenziato il potenziale anche in caso di cambiamenti di uso del suolo e del clima», e il grande valore del loro ripristino in futuro. «Gli indigeni – ha chiarito - hanno saputo proteggere le conoscenze che hanno permesso la perpetuazione dei loro sistemi agroalimentari nel tempo; e queste conoscenze possono essere utilizzate in quei territori con povertà alimentare».

Citando studi sulle produzioni alimentari indigene hawaiana e australiana, Turkson ha sottolineato che l’utilizzo delle tecniche tradizionali si è dimostrato fondamentale per la vitalità e la resilienza delle colture e delle specie alimentari indigene, mentre l’introduzione di specie straniere, accompagnate da fertilizzanti, pesticidi, erbicidi, «compromette gravemente questa vitalità, e l'agricoltura tradizionale locale in Africa lo dimostra».

Creare nuovi habitat, come fa l’agricoltura commerciale, per le specie indigene, può essere deleterio per loro, «come la necessità di usare fertilizzanti chimici (efficaci solo quando il suolo è morto), pesticidi (efficaci solo per proteggere le piante malsane) e macchinari agricoli (utili solo quando si deve coltivare una vasta area. Questi metodi sono inefficaci o addirittura dannosi su terreni fertili, colture sane e sementi piccole e locali. Tuttavia, gli interessi economici guidano alcune di queste pratiche ecocide!».

Della necessità di valorizzare le donne ha parlato invece Jemimah Njuki, responsabile di empowerment di genere e delle donne: «Dobbiamo assicurarci di mettere donne e ragazze al centro della trasformazione alimentare», ha detto, «il 43 per cento del lavoro nel settore agricolo è rappresentato da donne», ha aggiunto, specificando che si tratta di una «percentuale più alta in alcuni continenti, visto che in Africa si arriva al 60 per cento, ma si tratta di dati sottostimati che non prendono in considerazione tutto il lavoro delle donne per il cibo». E le donne sono state al centro del concorso “Good food for all (Buon cibo per tutti)”, in cui sono state premiate cinquanta piccole e medie imprese (Pmi) di tutto il mondo riconosciute come le migliori. La metà di esse è composta da giovani e quasi il 50 per cento da donne. Selezionate tra quasi duemila candidature provenienti da 135 Paesi, le 50 Pmi premiate rappresentano soluzioni d'impatto volte al miglioramento dell'accesso ad un cibo sano e sostenibile, e condivideranno un premio di 100mila dollari. «Le piccole imprese sono gli eroi nascosti dei nostri sistemi alimentari. Gestiscono almeno la metà delle nostre economie alimentari e hanno permesso al cibo di arrivare sulle nostre tavole durante la pandemia di Covid-19», ha detto Agnes Kalibata, inviata speciale del Segretario generale dell'Onu per il vertice sui sistemi alimentari del 2021. Le Pmi vincitrici provengono da 42 Paesi e sono state selezionate principalmente secondo tre parametri: le modalità in cui contribuiscono ad un cibo più sano, sostenibile ed equo per le comunità servite; la forza della loro visione per il futuro e il modo in cui riescono a comunicare l'impatto della propria azienda.

Il vertice è stato seguito con interesse dall'Organizzazione mondiale della Sanità e dal Fondo dell'Onu per l'Infanzia (Unicef). «Il pre-summit dei sistemi alimentari dell'Onu è un'opportunità per stabilire l'agenda su come rafforzeremo i sistemi alimentari, promuoveremo diete sane e miglioreremo la nutrizione, in particolare per i bambini e i giovani», hanno spiegato in una nota congiunta, «a livello globale, un bambino su tre non cresce bene a causa della malnutrizione - una delle principali cause di mortalità infantile nel mondo - mentre due bambini su tre non hanno accesso alle diete minime di cui hanno bisogno per crescere, svilupparsi e apprendere. Continuiamo a vedere tassi di deperimento ostinatamente elevati e un preoccupante aumento del sovrappeso e dell'obesità tra i bambini piccoli», si aggiunge nel comunicato. La nota evidenzia anche «una combinazione tossica di crescente povertà, disuguaglianza, conflitti, cambiamenti climatici e Covid-19» come ulteriore minaccia per i sistemi alimentari e il benessere nutrizionale dei bambini, in particolare quelli delle comunità e delle famiglie più povere e vulnerabili. Oms e Unicef fanno appello per «una trasformazione del sistema alimentare che ascolti le voci dei bambini e dei giovani e sblocchi diete nutrienti, sicure, convenienti e sostenibili per ogni bambino, ovunque».

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Il Papa: «C'è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare»
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