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«Dobbiamo essere preparati a convivere col terrore»

14/09/2021  L'Afghanistan, il terrorismo islamico, le misure da prendere per proteggere il nostro Paese. A colloquio con il sottosegretario ai Servizi segreti e alla sicurezza Franco Gabrielli. «Non dobbiamo rinunciare al nostro stile di vita e ai nostri valori, ma il ritiro dall'Afghanistan renderà la situazione ancora più complessa. Il Vaticano obiettivo sensibile»

Franco Gabrielli.
Franco Gabrielli.

«Dobbiamo abituarci a interpretare il terrorismo internazionale come un rumore di fondo. Purtroppo avremo a che fare con questo rumore per molto tempo». I primi sei mesi al Governo con Draghi di Franco Gabrielli, sottosegretario di Stato con delega all’Intelligence e alla Sicurezza della Repubblica, già capo della Polizia e della Protezione civile, non sono stati certo di ordinaria amministrazione. Ora si è aggiunto l’Afghanistan e quello che ha scatenato, anche se il prefetto aggiunge che purtroppo non c’è nulla di nuovo sotto i “mille splendidi soli” di questo travagliato Paese. L’intervista avrebbe dovuto ripercorrere i vent’anni dall’11 settembre 2001, ma dopo gli attentati di Kabul bisogna partire dall’ultimo episodio di un lungo ciclo di attentati “globali” che ha visto il suo inizio proprio da quell’ecatombe. Per Gabrielli tutto si tiene, è cambiato forse il quadro geopolitico, «ma la minaccia terroristica, anche per il nostro Paese, seppure non necessariamente imminente, rimane immanente, una minaccia permanente insita nelle nostre democrazie, quasi come un virus». Ma secondo il prefetto «ciò non significa che dobbiamo rassegnarci a chiuderci in casa e vivere di paura. Dobbiamo continuare ad affermare i nostro valori di libertà e di democrazia, altrimenti è come se avessero vinto i terroristi. Anche la missione militare in Afghanistan ha fallito per le sue modalità, non certo per i suoi originari obiettivi».

Cosa significano gli attentati di Kabul per la sicurezza globale?

«Confermano che l’avvento al potere del regime talebano non stabilizzerà il Paese, anzi complicherà ancora di più la situazione. I dubbi se li stanno ponendo anche Russia e Cina, che hanno ai confini con questo travagliato Paese interessi primari e che temono infiltrazioni o contagi con i loro jhadisti, su tutti gli uiguri, i musulmani dello Xinjiang, eterna preoccupazione del governo di Pechino. Per russi e cinesi il tema della stabilizzazione dell’Afghanistan è assolutamente prioritario».

I due attentati sono un segnale anche per l’Occidente?

«I fatti di Kabul ripropongono il tema con forza ma la minaccia c’era già prima, non è mai venuta meno. Gli apparati di sicurezza sono ben consapevoli di questo, anche se ovviamente hanno innalzato l’allerta e l’attività di intelligence. Dobbiamo prepararci a convivere con il terrore alla stessa stregua con la quale l’abbiamo vissuto almeno in questi vent’anni, da quell’11 settembre che ha cambiato la storia».

Si ricorda dov’era quel giorno, al momento dell’attentato alle Torri?

«All’epoca ero dirigente della Digos di Roma. Allora si usava staccare alle 14 per la pausa pranzo per poi affrontare la probabile nottata in servizio. Una mia amica giornalista mi telefonò: “Hai visto?”, e io: “Visto che cosa?”. Accesi la televisione e feci in tempo a vedere l’impatto del secondo Boeing sull’altra Torre. Presi la macchina e tornai al lavoro, il resto lo può immaginare».

Ve lo aspettavate?

«Avvertivamo quel terribile episodio, il primo attacco sul territorio Usa della storia dopo Pearl Harbor, come l’ennesimo evento di un’escalation del terrorismo globale. Al Qaeda nasce nel 1988 ma gli episodi che l’avevano portata agli onori della cronaca internazionale erano del 1998, con gli attentati alle due ambasciate americane in Tanzania e Kenya. Cominciammo a ragionare sulla necessità di predisporre la protezione degli innumerevoli obiettivi sensibili, a cominciare da quelli statunitensi, come l’ambasciata americana in Via Veneto».

È vero che pensaste anche a San Pietro come un obiettivo imminente?

«In effetti insieme con i possibili siti americani ci preoccupammo del Vaticano, che è sempre stato un obiettivo primario essendo il simbolo per eccellenza della cristianità. Nella vulgata jihadista Roma non si identifica necessariamente con Roma Capitale ma con i valori della cristianità e dell’Occidente. Le rappresentazioni retoriche della bandiera Isis sul Cupolone o sul Colosseo sonocertamente un mezzo della loro propaganda, ma la Città del Vaticano e Roma sono pur sempre un obiettivo sensibile di primaria attenzione. Ho sempre cercato di spiegare ai miei collaboratori che noi avevamo due esigenze primarie: quella di disarticolare preventivamente la rete di possibili attentati, ma l’altra cosa che a me premeva moltissimo era la riduzione del danno. Nella malaugurata ipotesi che un attentatore si fosse manifestato, bisognava essere pronti a fermarlo, a impedire il prima possibile che andasse avanti a seminare morte. Pensiamo alle vicende francesi di Charlie Hebdo e del Bataclan, con la difficoltà di neutralizzare subito gli attentatori. A Vienna il terrorista continuò ad agire indisturbato per ore. La riduzione del danno è sempre stata uno dei nostri obiettivi principali».

E come si riduce il danno?

«Aumentando la capacità reattiva di tutto il sistema di sicurezza: lo scambio di informazioni tra operatori, l’apparato comunicativo, la velocità di intervento dei corpi speciali. I nostri nuclei specializzati – Gis dei Carabinieri, Nocs della Polizia di Stato, ma anche quelli militari – hanno svolto esercitazioni e prove sul campo (una di queste la ricordo alla Stazione Termini) proprio per aumentare questa capacità di reazione il più possibile coordinata e immediata».

Come è potuto accadere che lo spazio americano aereo fosse violato in quel modo e con quelle conseguenze?

«Uno studio del Congresso americano, il “9/11 Commission report”, ha passato al setaccio tutte le fasi dell’attentato e ha messo in rilievo molti aspetti: la scarsa comunicazione tra gli apparati, la loro eccessiva frammentazione, na certa disorganizzazione. Qualcosa di analogo è avvenuto in Afghanistan e spiega quel che è accaduto».

L’Italia si è comportata diversamente?

«Se l’Italia è stato l’unico grande Paese europeo a non essere stato obiettivo del terrorismo jihadista non è solo per ragioni geopolitiche e per la capacità dei suoi appararti di sicurezza, ma anche per le modalità con cui ha gestito le missioni all’estero, compresa quella in Afghanistan, che ha comportato, lo voglio ricordare, il sacrificio di 53 uomini (di cui due appartenenti all’intelligence) e 700 feriti. I nostri militari hanno sempre avuto un contatto umano e di solidarietà con le popolazioni locali ovunque fossero. Al tempo degli attentati alla metropolitana di Londra gli investigatori britannici scoprirono che i terroristi per aizzare gli animi diffondevano video con le violenze dei loro militari in Afghanistan e in Iraq. Anche i nostri apparati hanno funzionato, sventando diversi attentati, soprattutto nel Centro Nord. Quello che ha funzionato è stato lo scambio di informazioni, che ha portato a monitorare e a espellere o arrestare soggetti che stavano preparando attentati».

Quale lezione ha acquisito l’intelligence in 20 anni?

«Noi italiani all’indomani degli attentati del 2001, e poi in particolare di quello di Madrid del 2004 e di Londra del 2005, abbiamo attivato un apposito Comitato di analisi antiterrorismo (CASA), che ha portato a sventare molti attentati nella fase preparatoria. Una struttura che prevede un tavolo permanente di intelligence e forze di polizia. Una buona pratica che tra l’altro avrebbe risolto le criticità messe in luce dal rapporto della Commissione del Congresso sull’11 settembre».

Con il ritorno dei talebani le associazioni terroristiche rialzeranno la testa? Contageranno il mondo islamico?

«Assolutamente sì. Purtroppo nonostante l’eliminazione di Bin Laden e la sconfitta militare dell’Isis queste organizzazioni non sono mai venute meno. In Afghanistan si ha contezza della presenza di nuclei che fanno riferimento al sedicente Stato islamico e ad Al Qaeda. Abbiamo visto con quali orrendi esiti».

Da dove dovrebbe ripartire la comunità internazionale?

«Le parole più sagge sono quelle del presidente Draghi: serve un ampio confronto che va ricercato a partire dal G20, coinvolgendo tutti i Paesi che possano concorrere alla reale stabilizzazione di quel Paese e a garantire diritti inalienabili per quel popolo. In buona sostanza, senza Russia e Cina non si va lontano». 

(quest'intervista è stata pubblicata sul numero 36 di Famiglia Cristiana del 5 settembre scorso)

 

 

 
 
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