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Mons. Lafont, il parroco di Mandela

06/12/2013  Monsignor Lafont è stato per 11 anni il parroco di Soweto, il ghetto nero dell'apartheid in Sudafrica. E lì visse la liberazione di Mandela.

Monsignor Lafont celebra la Messa a Soweto (Sudafrica).
Monsignor Lafont celebra la Messa a Soweto (Sudafrica).

Il 27 aprile 1994, un sacerdote francese ottenne di essere presidente di seggio a Soweto. La sede scelta per le elezioni fu proprio la parrocchia, nel cuore turbolento della township. Dopo aver rigirato la scheda fra le mani, con gesto deciso, padre Emmanuel Lafont pose una croce accanto a un nome. Quello di Nelson Mandela. Oggi cardinale, monsignor Lafont ha trascorso in Sudafrica gli anni cruciali della storia del Paese, quelli dell'apartheid, delle rivolte dei ghetti, della fine del regime razzista e della trionfale elezione di Nelson Mandela.

     Della sua esperienza, il cardinale parla nel suo libro Un curé a Soweto (Un parroco a Soweto) pubblicato in Francia dalle edizioni Du Rocher proprio quest'anno, mentre il Sudafrica festeggia vent'anni dalla fine dell'apartheid e ovunque compare l'effigie di Mandela. I ventisette anni di detenzione trascorsi nelle prigioni di Stato, quali la famigerata Robben Island, non furono in grado di smorzare la forza delle idee di Madiba.

     Lo sa bene monsignor Lafont, che con Mandela ha mantenuto sempre negli anni un rapporto di amicizia e di rispetto reciproco. Da una parte, il sacerdote bianco che insisté, contro tutto e tutti, per diventare parroco presso la chiesa San Filippo Neri di Soweto, dall'altra il leone nero che diede animo a un popolo intero, con il suo esempio. Padre Lafont  sfidò i divieti e le leggi dell'apartheid. Ai bianchi era proibito vivere nelle township. Ma se tutti seguissero le regole, non esisterebbe la storia. E cosí nel 1985, si ritrova ad essere acclamato dalla popolazione del ghetto più famoso di Johannesbourg, in una calorosa festa di benvenuto. Una donna gli disse: "Noi, quando festeggiamo, festeggiamo. Di quello che vali non abbiamo alcuna idea, lo si vedrà".

     Il sacerdote era sbalordito. Una tale manifestazione d'affetto proprio non se l'aspettava. "Ho ricevuto in quell'occasione una grande lezione di tolleranza e umanità", ricorda "quelle persone cosí sorridenti verso un bianco, erano tormentate tutti i giorni dal regime dell'apartheid". Padre Lafont ha voluto vivere a Soweto per essere in simbiosi con la gente della township, per condividere con loro gioie e dolori, momenti di serenità e di tensione. Solo cosí poteva davvero conoscere i loro problemi, solo cosí poteva conquistare la loro fiducia. "Mi unii alle loro proteste. La forza repressiva dei bianchi era estremamente potente. Le mie messe erano spiate, il mio telefono era sotto ascolto".

     Non sempre Padre Lafont condivideva però i metodi adottati dagli abitanti di Soweto per fronteggiare i bianchi. "Anche se una causa é giusta, non sempre i mezzi per raggiungerla sono buoni. Non ho mai potuto accettare gli atti di violenza, le decisioni di partire all'attacco di chicchessia, le ingiurie proferite verso i poliziotti. Mi sono sentito solo in molti momenti. Ero in collera quando vedevo dei giovani partire per spedizioni punitive. D'altra parte, sapevano della mia disapprovazione e agivano spesso di nascosto. Vengo a conoscenza di certi "incidenti" ancora oggi!".

     A volte Padre Lafont aveva l'impressione  che "nessuno ascoltasse più nessuno" e un giorno espresse il suo sconforto con  uno sciopero della fame. Poi arrivò il 1990 e con esso la liberazione di Nelson Mandela. "Ricordo dei momenti magnifici. Qualche settimana prima della sua scarcerazione, vennero liberati otto suoi compagni di lotta, fra cui il suo più caro amico Walter Sizulu. Le leggi dell'apartheid e lo stato d'emergenza erano ancora in vigore. Ma abbiamo organizzato per questi uomini una cerimonia  trionfale nel grande stadio FNB alle porte di Soweto. Per la prima volta le bandiere dell'African National Congress sventolavano libere. Indossavamo tutti magliette con i colori e il logo dell'ANC. Tutto questo ufficialmente era ancora proibito, ma tutti avvertivamo che l'apartheid stava perdendo forza, che aveva i giorni contati".

     L'11 febbraio, Mandela venne a sua volta scarcerato e il 13 si presentò davanti a una folla di 110.000 sostenitori a Soweto. Monsignor Lafont ricorda la frase con cui esordí: "Se continuate a fare questo baccano, non dirò niente. Ci vuole della disciplina!" Il venerdí successivo, il sacerdote è invitato a casa di Madiba dalla figlia Zindzi. Winnie Mandela si occupa delle presentazioni. "Quel giorno c'erano più di ottanta persone stipate nella sua casa matchbox (grande quanto una scatola di fiammiferi), quattro stanze in tutto. Trascorsi con lui mezz'oretta in giardino. Era libero da quattro giorni ed era stato prigioniero per ventisette anni. Eppure trovai un uomo estremamente calmo, sereno, che esprimeva pensieri profondi e analisi lucide su tutti i soggetti che affrontammo".

     Dopo che Mandela venne eletto presidente, Padre Lafont sentí che la sua missione in Sudafrica era terminata. "Ero ben cosciente che era compito dei sudafricani quello di dare un nuovo assetto al Paese. Mi venivano offerti posti di responsabilità e me ne sono chiesto il motivo. Inconsciamente, pensavano forse che un bianco avrebbe agito meglio di loro? Tutto questo doveva finire".

     Monsignor Lafont ama ricordare una frase di Steve Biko, il leader militante torturato e ucciso dalla polizia nel 1977 a Pretoria: "L'arma più potente dell'oppressore é lo spirito dell'oppresso", diceva, alludendo al fatto che senza rendersene conto, la popolazione di colore stava assimilando il senso di inferiorità imposto per anni dai bianchi. Era tempo per i neri del Sudafrica di riprendere in mano il proprio destino. Padre Emmanuel Lafont lasciò Johannesburg nel 1996. Oggi é arcivescovo presso la diocesi di Cayenna.  

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