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lunedì 06 dicembre 2021
 
 

Dossier: il Vangelo e la 'ndrangheta

11/04/2012  L'ennesimo attentato contro don Panizza e la realtà di una Chiesa che in Calabria è un baluardo contro la criminalità organizzata. L'inchiesta di Famiglia Cristiana.

Don Piacomo Panizza (foto del servizio: Giuliani/Cpp).
Don Piacomo Panizza (foto del servizio: Giuliani/Cpp).

Era già accaduto a febbraio e la gente calabrese si era mobilitata in segno di solidarietà. Adesso la 'ndragheta ci riprova a mettere paura a don Giacomo Panizza, il sacerdote che, con la sua comunità Progetto Sud (avevamo già raccontato la sua storia in una videointervista del giugno 2011), sta provando a ridare speranza alla Calabria. Ancora due colpi di pistola la scorsa notte contro la saracinesca della sede Pensieri e parole. L'edificio, che sorge a Lamezia Terme, nel quartiere Capizzaglie, noto per la sua alta densità mafiosa, è stato confiscato alle 'ndrine e ospita disabili e immigrati. A dicembre era stato fatto esplodere un ordigno e a febbraio erano stati esplosi colpi di pistola all'altezza delle finestre della cucina dove pranza il sacerdote. 

«Noi proseguiamo nella nostra attività senza tornare indietro perché la gente ha bisogno di questo tipo di servizi. Non lasceremo sola la popolazione», ha subito commentato don Giacomo. Aggiungendo che «bisogna subito intervenire e capire chi commette queste azioni. Si tratta di un vero terrorismo psicologico perché sono episodi che snervano e che ci lasciano sempre più confusi». Sicuramente, ha concluso il sacerdote, «vogliono farci smettere, ma noi non possiamo tornare indietro».

In questo Dossier, potrete scoprire la storia coraggio di don Giacomo Panizza e degli altri sacerdoti coraggiosi che lavorano nelle zone infestate dalla criinalità organizzata.

Una manifestazione contro la 'ndrangheta a Lamezia Terme.
Una manifestazione contro la 'ndrangheta a Lamezia Terme.

I giornali calabresi sembrano le pagine dei vecchi mattinali della polizia. A sfogliarli pare che non ci sia angolo di questa terra dove non è in corso un’estorsione, un’indagine, una retata delle forze dell’ordine, una macchina fatta saltare in aria, minacce al sindaco, al magistrato, alla persona scomoda di turno.

Quella della ’ndrangheta è una presenza pervasiva, costante – la relazione della Commissione antimafia la definisce“istituzionalizzata” – che macchia e imbratta la bellezza dolorosa della regione. Nell’ultimo anno i reati legati alle cosche sono aumentati del 21 per cento, nonostante il forte contrasto di Polizia e Carabinieri e il processo“Crimine”, che si è concluso con la condanna del boss Domenico Oppedisano e la condanna di un centinaio di affiliati.

«Non dobbiamo farci intimorire», ha sempre ammonito monsignor Giancarlo Bregantini, per anni vescovo di Locri. «Non dobbiamo dipingere la ’ndrangheta come invincibile, non è così forte come ci vuol far credere», scrive anche dalle pagine del suo libro Non possiamo tacere. Per sconfiggerla servono proposte e idee e la Calabria sembra sulla buona strada.

Lo dimostra, paradossalmente, proprio il susseguirsi, negli ultimi tempi, di gesti intimidatori anche contro tanti sacerdoti. «Una ’ndrangheta che attacca la Chiesa è debole. Significa che sta perdendo il suo consenso sociale, ma anche che la Chiesa ha cambiato modo di agire», spiega Nicola Fiorita, docente di Diritto ecclesiastico all’Università della Calabria e autore del saggio Mafie e Chiesa: «Si può dire che c’è stata una lunga e colpevole tolleranza, ma oggi l’atteggiamento è cambiato. Si fa prevalere la sostanza del messaggio evangelico sull’esteriorità dei comportamenti e sulla condivisione solo formale dell’insegnamento ecclesiale. Condivisione formale e ostentazione che sono il principale modo di agire mafioso».

«Ormai tutti hanno capito che mafia e Vangelo non possono andare insieme», aggiunge don Pino De Masi, parroco a Polistena, referente di Libera per la Calabria e fondatore della cooperativa Valle del Marro. Sulle terre confiscate alle ’ndrine si coltiva e si produce. In un altro stabile si sta mettendo in funzione un centro ricreativo. Intollerabile per i padrini della ’ndrangheta. Che allora taglia le piante, minaccia i preti, prova a interrompere la produzione. «Ma noi continuiamo a lavorare, anche sul fronte dell’educazione. Perché adesso si tratta di intervenire anche sull’altra questione, quella della “mafiosità” insita un po’ in tutti noi. Ai mafiosi dobbiamo predicare che la mafia è un peccato sociale e che chi intende convertirsi non può farlo solo a parole, deve fare come Zaccheo: dò la metà dei miei beni ai poveri e, se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto. Nei confronti della zona grigia bisogna impegnarsi a dire no a tutte quelle situazioni ambigue in cui ci siamo imbattuti come cristiani ma anche come Chiesa istituzione».

Una posizione così netta indebolisce le cosche. «I mafiosi», spiega il professor Fiorita, «hanno bisogno di un radicamento nella cultura del luogo di origine. Tale radicamento viene, in prevalenza, dalla partecipazione ai riti, alle cerimonie e più in generale dall’appartenenza visibile e riconosciuta alla Chiesa cattolica. Per questo è intollerabile una presa di distanza tanto chiara».

E anche se ci sono «tante Calabrie sia dal punto di vista delle caratteristiche della mafia sia da quello dell’antimafia», aggiunge Sabrina Garofalo, referente di Libera per Cosenza, «il punto in comune è quello delle proposte concrete. La mafia ha paura quando si attacca il suo patrimonio, si crea lavoro, si costruisce qualcosa tutti insieme».

E per la prima volta insieme nel quartiere Capizzaglie, una delle zone a più alta densità mafiosa di Lamezia Terme, si sono ritrovati giovani e meno giovani per una serata di solidarietà a don Giacomo Panizza, l’ennesimo sacerdote vittima di atti intimidatori. Dopo l’attentato alla comunità da lui fondata, Progetto Sud, i calabresi hanno organizzato la manifestazione Il giorno che non c’è... la’ndrangheta.

Sul palco è salito anche il procuratoredi Lamezia Salvatore Vitello per ringraziare la Chiesa e per dire ai mafiosi: «Fermatevi, l’unica prospettiva che avete è il carcere o la morte. Non illudetevi anche se adesso guidate auto potenti e lussuose, ve le confischeremo. Fermatevi adesso, perché il nostro presidio di legalità non arretrerà». La Chiesa calabrese è in prima linea «e può essere la vera forza di questa regione», conclude Fiorita, «perché i politici hanno le scadenze elettorali, gli imprenditori hanno i loro interessi da far fruttare, la Chiesa può permettersi, invece, strategie di lungo periodo. E nel lungo periodo sicuramente non sarà la mafia a vincere». 

Don Ennio Stamile (al centro), parroco di Cetraro.
Don Ennio Stamile (al centro), parroco di Cetraro.

«A Cetraro non ci facciamo mancare nulla: abbiamo il capitano, il maresciallo, il prete. Possiamo fare un altro don Matteo». Don Ennio Stamile stempera così la tensione che c’è tra la folla l’ultima domenica di gennaio. Convocati senza troppi clamori, con il passaparola, i fedeli si erano stretti attorno al loro parroco, chiesa di San Benedetto, per un gesto storico in questo comune: una Messa per la conversione dei mafiosi. «Perché non ci sono preti antimafia o contro. I sacerdoti sono per l’uomo», dice don Ennio, presidente uscente dell’Osservatorio per la legalità e tra gli organizzatori, nel 2007, del convegno Caritas È cosa nostra.

La Messa è stata la risposta del sacerdote all’ennesimo atto intimidatorio di cui era stato vittima qualche giorno prima: una testa di maiale mozzata fatta trovare sul pianerottolo di casa con un pezzo di stoffa in bocca. Prima ancora danni alla macchina, con una significativa X graffiata sul cofano mentre era parcheggiata nella piazza principale del paese. «Tutti segnali per dirmi di stare zitto», commenta il sacerdote. Che, però, non ha nessuna intenzione di tacere.

E i fatti gli stanno dando ragione. Nel regno incontrastato del boss Franco Muto, le nuove ’ndrine nascenti possono ancora essere fermate. «Per questo è importante parlare quando si vedono i segnali», spiega don Ennio. «Non possiamo fare come negli anni Settanta e Ottanta. Proprio grazie all’omertà la ’ndrina dei Muto si è rafforzata. Furono anni terribili in cui è successo di tutto, compresi 13 omicidi. Ora nuove forze premono per entrare in questo territorio».

Da mesi obiettivo delle nuove bande erano gli anziani, i disabili, le persone sole. Fino al giorno in cui, spacciandosi per il vescovo, sono entrati in casa di uno psicolabile che il tribunale ha affidato alla tutela di don Ennio. Calci, pugni, botte per portargli via un paio di scarpe. Don Ennio ha denunciato dal pulpito: «Qualcuno a Cetraro pensa che può non lavorare e mangiare a scapito dei poveracci, della povera gente. Pensa che spacciare droga, rapinare, fare furti, equivalga a un vero e proprio impiego. Viene applicata la legge della giungla a scapito del più debole. Ma solo gli animali si comportano così».

Don Ennio ha parole anche contro il boss storico che si vanta, sulle pagine di un quotidiano locale, di essere un “padrino” vecchia maniera che dice no alla droga sul suo territorio. «Rifiutate la droga», dice don Stamile, «ma non rifiutate il pizzo, gli omicidi, il riciclaggio di denaro, l’usura». Seguono le minacce, «credo più legate alle nuove forze emergenti che non alle famiglie storiche». La settimana dopo si costituisce una prima persona, poi altre due. Le indagini sono in corso e i frutti cominciano a vedersi.

L’omertà ha portato, in una terra famosa per il suo mare e le sue bellezze, il cancro della ’ndrangheta. Nell’operazione Overloading, con l’arresto in tutta Italia di 70 persone legate al traffico di droga, quasi una quarantina erano di Cetraro. Le forze dell’ordine stanno lavorando molto bene, ma non basta», conclude il sacerdote. «Noi cristiani, in particolare, siamo interpellati dal Vangelo che ci dice “per amore del mio popolo non tacerò”. Io sto solo cercando di fare la mia parte».

In Calabria la lotta alla’ndrangheta passa anche attraverso il gioco. A ideare e a mettere in commercio Cittadini. La Sfida quotidiana della legalità ci hanno pensato la cooperativa sociale di Cosenza Dignità del lavoro, Libera, il Centro reggino di solidarietà. Un gioco di società dove i concorrenti devono accumulare i punti assegnati dal proprio ruolo.

Attenzione, però: che sia capitato di interpretare un giornalista o un imprenditore, un’impiegata comunale o uno studente, si vince solo se il livello di legalità complessivo della città supera i 9 punti. A ogni casella i giocatori sono messi di fronte a delle scelte: in alcune il beneficio personale coincide con quello pubblico, in altre si dovrà decidere se portare l’amico in motorino anche senza casco, se scaricare la musica da Internet, se andare alla manifestazione antimafia o alla festa in discoteca. Ogni scelta ha le sue conseguenze. Arrivati a meno 30 la città muore e non c’è nessun vincitore perché, come nella realtà, «al di sotto di una certa soglia di legalità non è più possibile alcuna forma di convivenza».

 
 
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