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martedì 04 agosto 2020
 
PRETI OPERAI
 

Tute blu e Vangelo, quando la Chiesa entrò in fabbrica

04/07/2018  La morte di don Carlo Carlevaris, tra i primi sacerdoti in Italia a lavorare dentro gli stabilimenti (licenziato dalla Fiat, assunto da un'azienda metalmeccanica dell'indotto, sindacalista), riporta alla ribalta la scelta del Concilio nonché la ricchezza ecclesiale e sociale di Torino sotto la guida del cardinale Michele Pellegrino.

Don Carlo Carlevaris (1926 - 2018), uno dei primi preti operai italiani.
Don Carlo Carlevaris (1926 - 2018), uno dei primi preti operai italiani.

Tra i primi preti operai Italia e protagonista fuori dagli schemi della Chiesa del Novecento, don Carlo Carlevaris è morto all’alba del 2 luglio 2018, a 92 anni, nella Piccola casa della Divina Provvidenza di Torino, nello stesso luogo dove era stato ordinato quasi settant’anni fa. Viceparroco, cappellano del lavoro, poi operaio in un’industria metalmeccanica e sindacalista, ma anche prete impegnato nella solidarietà in Sud America, don Carlevaris appare eccezionale per le sue scelte spesso controcorrente. Eppure, nel suo tenace dialogo con la società moderna e la faticosa fedeltà al messaggio del Vangelo, si rispecchiano molte vicende della Chiesa italiana del Novecento.

Carlevaris, nato in provincia di Cuneo nel 1926, si trasferisce ancora bambino con la sua famiglia a Torino, dove frequenta i corsi di avviamento professionale e poi entra nel seminario del Cottolengo. Dopo la sua ordinazione nel 1950 è inviato viceparroco in provincia, dove conosce da vicino le condizioni pericolose in cui lavorano i giovani operai. Questa sua preoccupazione lo avvicina al piccolo gruppo dei “cappellani del lavoro” della diocesi torinese, ovvero i sacerdoti che, con l’autorizzazione delle direzioni aziendali, possono circolare nei reparti per parlare con i lavoratori e garantire l’assistenza spirituale. Carlevaris è inviato alla Lancia, alla Michelin e alla Fiat Grandi Motori, dove stringe contatti soprattutto con i più giovani; anche per questo è nominato assistente del Movimento lavoratori della Gioventù di Azione cattolica. Le sue scelte in difesa dei diritti degli operai lo mettono però più volte in contrasto con i datori di lavoro e fanno scattare i primi provvedimenti contro il giovane prete: su pressione della direzione della Fiat è sollevato dall’incarico nell’Azione cattolica nel 1959 e, tre anni dopo, insieme a un altro cappellano del lavoro, don Toni Revelli, è espulso dalla Fiat. La loro colpa è aver solidarizzato apertamente con le ragioni dei lavoratori, rompendo la linea di estrema cautela adottata generalmente dalla Chiesa, anche a Torino.

Nel 1965, il clima però cambia. Il Concilio Vaticano II, iniziato da Giovanni XXIII e portato a termine da Paolo VI, permette ai preti di lavorare manualmente, superando le precedenti condanne del Sant’Uffizio. Anche a Torino qualcosa si muove. Padre Michele Pellegrino, professore di patristica all’Università statale di Torino, è inaspettatamente nominato vescovo e Carlevaris chiede e ottiene di ritornare in fabbrica, questa volta però con la tuta dell’operaio, continuando a rimanere prete. Non è il primo sacerdote a lavorare in Italia come operaio salariato. Prima di lui, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, per poco tempo due preti toscani, don Sirio Politi e Bruno Borghi, hanno lavorato, ma sono obbligati a smettere dopo la condanna vaticana del 1959 che dichiarava incompatibile il lavoro manuale e il sacerdozio. Don Carlevaris conosce direttamente quelle esperienze e ha incontrato i preti francesi che avevano iniziato già durante la guerra tale contestata forma di ministero. Nel 1967, don Carlo entra così alla Lamet, un’azienda metalmeccanica che produce stampi, dove rimarrà a lavorare per vent’anni. E sarà una decisione definitiva.

Vuole essere “come gli operai”, facendo una precisa “scelta di classe” e mantenendo una profonda ispirazione cristiana. Le polemiche non tardano ad arrivare, in fabbrica e nella Chiesa. La sua partecipazione agli scioperi e l’impegno sindacale nella Cisl provocano tensioni ricorrenti con i datori di lavoro, ma anche con quella parte della Chiesa che guarda con diffidenza i preti operai, sospettati di essere pericolosi puntelli ai partiti e ai sindacati di sinistra. La testimonianza del Vangelo, per Carlevaris, non può essere divisa dalla lotta con gli operai: l’impegno contro le diseguaglianze, per la giustizia e per la pace ha una dimensione chiaramente politica, ma ha anche un’origine profondamente cristiana, prossima alla radicalità di donazione a ogni uomo e a ogni donna vissuta da Gesù. Nel gruppo dei circa duecento sacerdoti al lavoro in Italia, Carlevaris diventa anno dopo anno una presenza ascoltata, ma anche voce criticata da altri preti che come lui hanno fatto la “scelta di classe” perché il compagno torinese, nonostante tutto, non intende rompere i ponti con la Chiesa e con i vescovi.

Il cardinal Pellegrino gli conserva la fiducia, malgrado le critiche sollevate in diocesi dalle sue scelte. Don Carlo intercetta il desiderio di cambiamento che si diffonde a Torino, nella Chiesa e in città. Intorno a lui alcuni giovani e seminaristi si ritrovano tutte le settimane per discutere e celebrare messa nella sua piccola mansarda abbarbicata sui tetti del quartiere di San Salvario. Collabora attivamente per preparare i materiali che nel 1971 saranno alla base della discussa lettera pastorale di Pellegrino “Camminare insieme”, con il suo deciso richiamo alla libertà, alla giustizia e alla fraternità. Insieme ad altri preti e laici dà vita alla Gioc, la Gioventù operaia cristiana, che in alcuni quartieri popolari di Torino e poi in altre città propone agli apprendisti un cammino di fede e di forte impegno sociale.

Quando smette di lavorare, a sessant’anni, continua a guardare avanti. E ad andare oltre. Viaggia a lungo, soprattutto in America Latina, per seguire i progetti di sviluppo promossi da Come Noi, l’associazione fondata insieme a un gruppo di amici per lanciare iniziative di solidarietà basate sull’auto-promozione delle popolazioni locali. Nelle stanze del Cottolegno, dove l’avventura sacerdotale di Carlo Carlevaris era iniziata quasi settant’anni fa, si è chiuso idealmente il cerchio della sua esistenza: prete del Novecento e cristiano del futuro, Carlevaris è vissuto senza tradire e senza tradirsi, con fatica, ma anche con la passione testarda per ogni persona che ha incontrato, fedele sino alla fine al Vangelo e alla classe operaia.

                                                                                                                                        Marta Margotti

 

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