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sabato 21 maggio 2022
 
 

Omicidio stradale, perché può aiutare a prevenire gli incidenti mortali

30/09/2014  Se ne riparla ad ogni strage automobilistica, come è avvenuto dopo quella di Sassano. Ora però sembra la volta buona, con la legge delega sul codice stradale in discussione alla Camera. Ecco perché può servire

Il reato di omicidio stradale ritorna ad ogni strage automobilistica. Dopo la sciagura di Sassano, in provincia di Salerno, dove un ventiduenne ubriaco a bordo di una Bmw ha investito e ucciso a 140 all’ora quattro ragazzi seduti ai tavolini di un bar del centro (una delle vittime era il fratello quattordicenne) ne ha parlato anche il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi. Il ministro vedrebbe l’applicazione dell’omicidio stradale “per i casi estremi, drammatici, come quello di un ubriaco che è cosciente di essere tale e si mette alla guida”. Come si vede fin dalle parole del ministro, il reato è di difficilissima definizione sul piano del diritto: è già difficile definire “un ubriaco cosciente di essere tale” e l’interpretazione del reato, in aula, si presterebbe certamente alle numerose eccezioni della difesa.

Lupi indica altre due strade per prevenire gli incidenti mortali automobilistici: educazione e prevenzione e il sequestro a vita della patente ("ergastolo della patente"). La Camera si prepara a discutere e approvare la legge delega per la revisione del codice stradale già messa a punto dalla Commissione Trasporti. Per l'omicidio stradale potrebbe essere la volta buona. Esiste uno schieramento trasversale già pronto a votarlo, per fermare una strage che ha visto 114 morti solo nel 2013 per incidenti causati da pirati della strada.

Ma c’è anche chi sostiene che l’omicidio stradale è inutile, perché basterebbe applicare le norme vigenti. L’ omicidio colposo (previsto dall’articolo 589 del codice penale) prevede una pena base che va da 6 mesi a 5 anni di reclusione; questa cornice varia se il reato è stato commesso violando le norme sulla circolazione stradale: da 2 a 7 anni di reclusione; che si modificano a loro volta in un minimo di 3 anni e in un massimo di 10 se il colpevole ha agito sotto l’effetto di alcool o sostanze stupefacenti. Il problema, dicono da più parti, è l’applicazione di questi reati. I giudici sono accusati di usare sempre mano leggera e di applicare per prassi il minimo della pena, anche nel caso delle stragi più gravi. L’Associazione italiana dei familiari delle vittime degli incidenti stradali parla di eccessivo buonismo, che porta, tra patteggiamento, attenuanti generiche e sospensione condizionale della pena a non far scontare nemmeno un giorno di prigione per chi si macchia di reati così gravi. L’unica pena che viene espiata è (a volte) la custodia cautelare fino al processo.

La nuova legge darebbe nuovo slancio al corso della giustizia e soprattutto alla prevenzione. L’introduzione del reato, a metà tra l’omicidio colposo e l’omicidio volontario, con pena che vanno dai sei ai sedici anni, renderebbe esplicita pubblicamente tutta la gravità di chi si mette al volante ubriaco o in preda alle droghe causando la morte di tanta gente e violando il diritto inalienabile della vita umana. Perché chi si mette alla guida ubriaco, in uno Stato di diritto, deve sapere che è anche un potenziale assassino, perché è come se si aggirasse per le strade con una pistola con il colpo in canna. 

 
 
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