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"Così la chimica salvò Primo Levi da Auschwitz"

04/08/2019  Il messaggio dell'autore di "Se questo è un uomo" riletto da Luigi Dei, rettore dell'Università di Firenze, che termina ogni anno il suo corso di chimica analitica con una lezione sullo scrittore nato a Torino 100 anni fa.

La scrittura era per lui «l’altrui mestiere», un lavoro di altri, non il suo. Nemmeno quando tutto il mondo tradusse Se questo è un uomo, nemmeno dopo aver pubblicato romanzi, poesie, racconti fantascientifici, Primo Levi si definì scrittore. Perché Levi era un chimico e lo rimaneva anche mentre scriveva: nelle parole e nello sguardo, nelle metafore e nell’abito mentale. E non può essere un caso se il libro che l’ha fatto uscire, definitivamente, dal canone della memorialistica per farlo entrare in quello della letteratura a livello mondiale si intitola Il sistema periodico, che è come dire l’alfabeto dei chimici. Ventuno racconti, ognuno intitolato a un elemento, in cui tutto si tiene: gli studi, il lager, la letteratura, la poesia con la chimica a fare da minimo comune denominatore. E se oggi, cento anni dopo di lui, il rettore dell’università di Firenze, Luigi Dei, conclude il suo corso di chimica analitica parlando di Primo Levi, da una prospettiva inedita, è perché senza la chimica noi non avremmo conosciuto uno dei testimoni più importanti della nostra storia.

«Levi», racconta Dei, «attribuiva la propria sopravvivenza ad Auschwitz per l’80% alla fortuna, per il 20% alla chimica, perché capiva il tedesco che negli anni Trenta era la lingua internazionale dei chimici, e perché la laurea in chimica e un esame superato nel lager gli fecero trascorrere gli ultimi mesi di prigionia al chiuso anziché al gelo, “comprandosi” settimane di sopravvivenza scambiando con razioni di pane pietrine da accendisigari, ricavate da cilindretti di cerio sottratti al laboratorio in cui l’avevano messo a lavorare».

L’inconsueta lezione di Dei nasce proprio dal ruolo della chimica nella sopravvivenza: «Una decina d’anni fa, in preparazione al viaggio “Un treno per Auschwitz” che Regione e Provincia organizzano per gli studenti toscani nel giorno della memoria, un amico, insegnante di chimica in un Istituto per geometri, mi chiese di tenere una lezione sulla chimica come strumento di morte in lager, parlando di acido cianidrico, il gas “ziklon b”. Risposi che avrei accettato, solo a condizione di parlare della chimica come via di salvezza. Decise che lui avrebbe tenuto la prima lezione, io la seconda. Ma intanto io tornai a rileggere Cerio, il Sistema periodico e tutto Primo Levi, con uno sguardo diverso, dal lato del chimico». Finendo per notare cose che al critico letterario in genere sfuggono: «Anche perché procedo al contrario: la critica letteraria parte dal testo e aggiunge la nota che spiega, io parto dal fenomeno chimico e gli aggiungo la citazione di Levi che in modo lapidario lo sintetizza. Un non chimico, nel racconto intitolato Cerio, ponendosi il problema di portar via dal laboratorio qualcosa di non solido, non avrebbe descritto la difficoltà ricorrendo a esempi di come la natura, con il dna, con l’emoglobina, con la cellulosa, risolve il problema dell’imballaggio».

La stessa scrittura, in modi diversi, è influenzata dallo sguardo scientifico: «Per Levi chimico l’aggettivo è necessario ma insufficiente a descrivere: “azzurro” è per lui una gamma di mille azzurri. “Duro” è una qualità che non dice nulla se non la si misura: il vetro è duro, ma è fragile. La stessa prosa di Levi è quantitativamente perfetta, non c’è una virgola di troppo: ha un’esattezza meticolosa. Anche quando, abituato da chimico a rapportarsi al reale attraverso la misura, osserva l’ambiente del lager che descrive in Se questo è un uomo, lo fa con lo sguardo di un vivisezionista al microscopio, ma vivendo, da credente nella ragione scientifica, lo scacco di doversi confrontare, non solo con l’immisurabile della malignità umana, ma con un progetto di morte studiato e realizzato con metodo scientifico».

Impossibile non chiedere al professore di chimica del 2019, come evitare, nell’iper specializzazione delle scienze dure contemporanee, il rischio di formare scienziati digiuni di umanesimo, impreparati a porsi le domande ultime sulla ricaduta di ciò che si scopre e si fa: «Siamo passati in due secoli da “filosofi della natura” - così si definiva Faraday, chimico e fisico della prima metà dell’Ottocento -, che sapevano niente di tutto, a scienziati che rischiano di sapere tutto di pochissimo. La scienza è pensiero critico per definizione, ma la ragione scientifica, se applicata a uno spettro troppo ristretto, senza aprirsi alla comprensione del mondo esterno, può rivelarsi monca e prestarsi a essere usata come nei lager, per fini terrificanti. Levi ci ammonisce a non dimenticare».

In molte pagine, Primo Levi, ebreo, italiano, laico ammette di avere scelto la chimica spinto dalla curiosità di avvicinarsi al mistero della vita, esce dalla deportazione avendo maturato la conclusione che «se esiste Auschwitz non ci può essere Dio» e, nonostante tutto, dedica alla chimica righe poetiche tutt’altro che materialistiche: «Al termine di quella lezione conclusiva (che ora è anche un testo teatrale intitolato Molecole d’autore in cerca di memoria ndr.)», racconta Dei, «propongo un video che ho tratto da Carbonio, il più lirico dei racconti di Levi, che dà un’idea laica ma potentissima di memoria. Un atomo di carbonio parte dall’anidride carbonica che esce dai forni crematori, viaggia nell’aria e poi, dato che il co2 è molto solubile in acqua, si scioglie in un fiume, torna nell’atmosfera attraverso gli spruzzi di una cascata, gira, gira si posa su un cloroplasto di una cellula vegetale. Lì, grazie a un raggio di sole, parte la fotosintesi clorofilliana. L’atomo diventa glucosio, poi cellulosa, finisce nell’erba di pascolo alpino, una mucca lo mangia, fa il latte, uno di noi ne beve un bicchiere e l’atomo di carbonio, che era in quel fumo settant’anni fa, ora potrebbe essere qui, non solo nel nostro pensiero, ma matericamente in uno dei nostri corpi. Di chi è quell’atomo? Di uno dei bimbi con la casacca a righe che vediamo nelle foto dei lager? Di Alberto l’amico di Primo che non è tornato?».

Gli studenti escono con gli occhi lucidi: «Mi chiedono: “Ma davvero è possibile che un atomo di Alberto viva in noi? Che probabilità c’è?”. Io rispondo loro: “Molto piccola, ma misurabile e diversa da zero”. È una suggestione, è vero. Ma è quella che ci permette di provare a evitare che, man mano che verranno meno i testimoni con il numero azzurrino tatuato sul braccio, i sei milioni di ebrei uccisi nei lager non vengano ricordati da chi verrà dopo come se fossero stati sempre morti, come se non fossero mai vissuti».

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Torino, Primo Levi si racconta
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