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martedì 18 gennaio 2022
 
L'evento
 

Primo maggio a Napoli, il sacrificio quotidiano degli "eroi" in corsia

28/04/2021  L'arcivescovo, monsignor Domenico Battaglia, ha visitato l'Ospedale Pellegrini e celebrato Messa all'Arciconfraternita per medici, infermieri e operatori sanitari. «Benedico la vostra stanchezza, so da che cosa nasce e prego Dio che possiate trovare consolazione».  Monsignor Battaglia ha insistito sul valore della vita: «ogni vita ha valore, ha dignità, sempre, ricordatelo»

Tutte le fotografie di questo servizio sono di Maria Elefante.
Tutte le fotografie di questo servizio sono di Maria Elefante.

Il camice bianco del primario e dei medici, la divisa verde degli infermieri, quella rosa di chi lavora nel reparto dei bambini, quella bianca degli operatori sanitari. E poi ancora, quella blu delle guardie giurate e quella arancione di chi si occupa della pulizia dell’ospedale. Alla vigilia del Primo maggio e in occasione della festa dedicata a San Giuseppe lavoratore, la Chiesa di Napoli celebra tutte queste ‘divise’, ovvero gli uomini e le donne che non si sono mai fermati, iorno e notte in corsia. Nella chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini situata all’interno dell’ospedale dei Pellegrini, nel centro storico di Napoli, l’arcivescovo di Napoli, monsignor Domenico Battaglia ha celebrato Messa. Ma soprattutto ha potuto guardare negli occhi chi, da quasi due anni, non si ferma mai. E ancora prima di ascoltare le parole del direttore sanitario Alfonso Basso, l’arcivescovo ha potuto leggere negli occhi di chi si prende cura degli altri, la stanchezza. “Gli occhi - ha detto Battaglia - arrivano prima delle mani, benedico la vostra stanchezza, so da cosa nasce per questo occorre benedirla”.

 

“Sono eroi, ma adesso sentono la stanchezza di quest’ultimo anno e mezzo" Alfonso Basso, direttore sanitario dell’ospedale dei Pellegrini, parla dall’altare della chiesa, alle sue spalle c’è una rappresentanza di tutte le categorie che lavorano nell’ospedale, ci sono i malati ci sono i sindacati e ci sono le istituzioni. È davanti a tutti, ma il suo discorso sembra una confessione intima tra un medico e un sacerdote. “Non curiamo la malattia ma la persona, facciamo il possibile per considerare la malattia inserita nel corpo di una persona e cerchiamo di essere vicini ai nostri pazienti il più possibile - dice il direttore sanitario - ma adesso siamo stanchi, molti di noi si sono contagiati mentre erano impegnati nel lavoro, c’è un logorio che con questa festa cerchiamo di superare affinché tutti i lavoratori possano godere di una parola di conforto”. Le braccia degli infermieri sorreggono continuamente i pazienti anche quando sono fuori dal reparto e chiedono di entrare in chiesa per assistere alla celebrazione. La stanchezza però non si è annidata nelle braccia ma nel loro stato d’animo. Per chi lavora in ospedale essere stanco vuol dire sopportare il peso di grandi responsabilità proprio come quella del contagio. Ma superarla e tornare al lavoro con grande forza come ha fatto il dottor Gerardo Giudice, direttore responsabile della unità complessa di ortopedia e traumatologia. A poche ore dall’essere vaccinato contrae il virus. Risulteranno positivi anche la moglie e i figli. Ha testato sul suo corpo la brutalità del Covid-19 ma “Il signore ha sollevato le sue braccia” ed è tornato al lavoro. Un lavoro di cui è innamorato.

 

“Prego affinché possiate ritrovare consolazione in Dio, affinché dia sollevo alla vostra stanchezza e sollevi le vostre braccia”. Il messaggio dell’arcivescovo Battaglia è rivolto agli operatori sanitari non solo presenti nella chiesa ma anche a quelli che ha incontrato mentre erano al lavoro visitando alcuni reparti dell’ospedale come quello di nefrologia. “Quando ho visto i malati inchiodati al letto, a quelle macchine, ho capito dagli sguardi, la prima forma di cura, che si scambiavano con medici ed operatori che c’era umanità - dice Battaglia - con la vostra resistenza ci avete restituito proprio il senso di umanità, quell’ umanità che si prende cura dell’umanità. Di quella ferita che c’è e che ha bisogno di aiuto”. E proprio quell’umanità, quel lavoro che non si è mai fermato promuove il valore della vita: “ogni vita ha dignità, sempre, in qualsiasi condizione, ricordatelo” dice Battaglia rievocando l'esperienza personale, in Calabria in cui ha raccontato la conversione di una malata di Aids. “Dio si serve della sofferenza per andare incontro alle persone e si prende cura della vostra vita. Allo stesso tempo lui affida le cure dell’umanità nelle vostre mani, quella stanchezza che provate dona ad ogni vita valore dignità e senso”.

 

E non è un caso che abbia voluto celebrare san Giuseppe lavoratore in una chiesa affidata dall'Arciconfraternita dei Pellegrini che oggi conta più di 700 aderenti di ogni età e condizione sociale. L’arciconfraternita guidata dal primicerio l'ex procuratore generale Vincenzo Galgano che ha accolto monsignor Battaglia, nasce a Napoli nel 1578, per iniziativa di un gruppo di artigiani che, ispirati della confraternita romana fondata da San Filippo Neri, da questa mutuano il nome e la principale finalità statutaria: offrire accoglienza e ristoro ai pellegrini che, privi di ogni mezzo, facevano tappa nella città. Tutto nella chiesa della Santissima Trinità parla di sofferenza concretamente accolta, alleviata, consolata: le grandi pale d’altare che raffigurano il transito di San Giuseppe, le Marie e Giovanni sotto la Croce, la lavanda dei piedi, da circa 450 anni attirano occhi in cerca di consolazione, raccolgono incessantemente le preghiere dei malati: dapprima pellegrini e vagabondi - o senza dimora come diremmo oggi – poi “convalescenti” malati per lo più di stenti, infine pazienti dell’ospedale sorto nei primi anni dell’Ottocento e dal 1970 passato al SSN. Una basilica minore che però ospita al suo interno una basilica maggiore “perché i lavoratori, i malati che sono fatti di carne sono una basilica maggiore”.

Il pensiero di sofferenza espresso dall’arcivescovo di Napoli è arrivato anche a chi ha perso il lavoro. E così tra le intenzioni di preghiera durante la celebrazione è stata letta una esortazione alle organizzazioni sindacali affinché possano “esercitare il proprio ruolo di mediazione nella ricerca del bene comune”. Presenti in chiesa i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Campania, Nicola Ricci, Gianpiero Tipaldi, Giovanni Sgambati e di segretari generali territoriali di categoria, Alfredo Garzi Fp-Cgil, Luigi D'Emilio Fp-Cisl e Vincenzo Martone Uil Fpl. “Questo momento - affermano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil - ci prepara al primo maggio, che si svolge simbolicamente dinanzi ai cancelli della Whirlpool. Le ragioni di San Giuseppe Lavoratore si sposano con quelle del nostro 1 maggio che sarà di celebrazione ma anche e soprattutto di lotta, guardando agli ultimi in una realtà, come la Campania, che il post pandemia ci consegna con grandi aree di sofferenza e difficoltà”. Primo maggio che quest’anno vede la coincidenza della celebrazione di San Gennaro (nella ricorrenza della traslazione delle reliquie del santo e occasione in cui si attende il miracolo della liquefazione del sangue) che per la seconda volta causa Covid non sarà portato in processione tra le strade della città. Di quella Napoli che purtroppo sta vedendo cadere i suoi artigiani e i suoi lavoratori sotto il peso di una crisi economica causata dalla pandemia.

 
 
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