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Primo maggio, tre numeri da ricordare

30/04/2015  Politiche attive e collocamento, occupazione femminile, giovani. Sono le tre emergenze su cui agire prioritariamente in materia di lavoro. Perché a dirlo sono i dati. Questi.

Il 1° maggio è qualcosa in più di una data, sul lavoro c’è in giro un fiume di parole e noi vorremmo dare i numeri. Solo qualcuno, giusto per spuntare la retorica, e stilare un piccola lista a futura memoria: lavoro, il catalogo è questo. Tre priorità, rafforzate da tre dati.

Occupazione. Il primo numero è 493. Sono i milioni che l’Italia spende per i propri centri per l’impiego. Uno dice: tanta roba. Poi va a vedere cosa accade in Germania e si accorge che lì si spendono 41  miliardi. E vede anche che da noi gli addetti sono circa 8.700 (dati 2012), da loro sono oltre 110mila. Cosa fa tutta questa gente? Aiuta a orientare chi è in cerca o ha perso un lavoro. Fa cose come il bilancio di competenze, che è una specie di stato dell’arte di quel che uno sa fare, delle lingue che conosce, dei mestieri che saprebbe e potrebbe trovare. Tutto questo si traduce in due altri numeri. I tassi di occupazione: 55,8% da noi, 74% in Germania. Conclusione: quando, magari davanti a un paio di telecamere, vediamo qualcuno dei nostri leader dire con orgoglio che “l’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa dopo Berlino”, ricordatevi che dovrebbe aggiungere: “malgrado questi due numeretti”. Per saperne di più andate a leggere l’intervista a Serena Sorrentino, segretario generale della Cgil, che pubblichiamo in questo dossier. Per capire meglio come siamo arrivati a questo gap e come possiamo uscirne.

 Donne. Il secondo numero è 9,2%. E’ la differenza media nei salari tra uomini e donne nel nostro Paese. Secondo l’Istituto nazionale di statistica (Istat) un uomo prende in media  16,7 euro all’ora, una donna 15,3 euro. Ma per capire meglio, dovete aggiungere qualcos’altro: la quota di lavoro non retribuito, cioè domestico, cioè quello che si svolge tra le mura di casa. Lo calcola l’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo. Per i maschi sono 139 minuti al giorno, per le donne 269, quasi il doppio. Uno dice: certo, gli uomini lavorano molto di più fuori casa. Errore. Se si sommano i minuti complessivi di lavoro  - retribuito e non retribuito – le donne sono comunque avanti, 488 contro 466, solo che la quota di minuti pagati è molto inferiore (219 contro 327). Ora potete capire meglio le parole del Papa di mercoledì: "Perché per le donne è scontato che devono guadagnare di meno degli uomini? No, lo stesso diritto! La disparità è un puro scandalo".

Giovani. Il terzo numero è 20. Venti ragazzi su 100 sotto i 30 anni in Italia non studiano e non lavorano. Tra le ragazze la percentuale supera il 25%, una su 4. E’ un serbatoio di persone su un binario morto. L’Italia ha, su questo tema, la sesta peggiore prestazione tra i 33 Paesi indagati dall’Ocse nel 2013 (su dati 2011). Non studiare, non lavorare (i cosiddetti neet) è uno spreco sociale oltre che un danno che si fa a se stessi. Ma è la vera emergenza del futuro. Perché questo bacino di sfiduciati che non costruiscono futuro per se, per la propria famiglia, per la collettività sono un costo secco per tutti.  Cosa fare per loro, come trarli dall’incaglio dell’abbandono scolastico o della sfiducia nel trovare una collocazione sul mercato del lavoro è la vera sfida che attende la politica e ciascuno di noi. Non occuparsene, cioè  rinunciare a riformare in profondità la scuola, a creare meccanismi di alternanza scuola lavoro (sul modello nordico), a rafforzare le agevolazioni per le nuove imprese giovani, significa rassegnarsi alla crisi. E lasciare un pezzo di società alla deriva.

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