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sabato 13 agosto 2022
 
 

Stampa, i colpi di coda della casta

27/10/2012  Anticipiamo il Primo Piano di Famiglia Cristiana n.45, in edicola e in parrocchia da giovedì 1 novembre.

Siamo con il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, quando afferma, a proposito del caso Sallusti, che «nessun giornalista deve andare in carcere per ciò che scrive». Ma siamo altrettanto convinti che la libertà di informazione non è libertà di diffamare. E chi diffama non è vittima, tantomeno martire. È la pena a essere spropositata, davvero assurda. Ma il reato esiste. E va ricordato. Se ancora ci sta a cuore un’informazione veritiera e onesta.

I fatti sono noti. Riguardano la pubblicazione di un articolo che, partendo da una notizia falsa, ha attribuito colpe e responsabilità gravi a persone del tutto estranee. Chi è diffamato ingiustamente ha diritto a essere risarcito. E a vedersi pubblicata, il più in fretta possibile, la smentita. Così si garantisce l’onorabilità della persona. Ma il carcere per reati a mezzo stampa non esiste in nessuna democrazia matura. Ricorda i Paesi dittatoriali che puniscono il dissenso.

Dice De Bortoli: «Mi auguro che si risparmi al Paese una pagina amara e un’infamia come questa». Detto ciò, la legge “salva Sallusti” pone più problemi che rimedi. Getta via il bambino con l’acqua sporca. Con la nobile scusa di salvare l’attuale direttore del Giornale, colpevole di omesso controllo per l’articolo diffamatorio, a firma anonima, si mette in piedi una legge bavaglio per la stampa. Che impone risarcimenti spropositati, in grado di mettere in ginocchio qualunque editore. Una legge vendicativa e intimidatoria. Per bloccare sul nascere qualunque inchiesta seria.

Non avremmo, così, mai saputo i retroscena del caso Ruby. O degli scandali alla Regione Lombardia sul voto di scambio mafioso. Sarebbero state stroncate sul nascere le inchieste coraggiose della cronista scomoda di l’Altomilanese, colpevole solo di fare troppe domande a un sindaco finito poi in un’inchiesta di ’ndrangheta. Anche i tagli pesanti ai contributi all’editoria (quella vera, non i giornali finti alla Lavitola) rischiano di tarpare le ali all’informazione. Già appesantite dalla crisi.

Non si vuole riconoscere alla stampa il ruolo fondamentale per la vita democratica del Paese. Quello di “cane da guardia” al potere (straripante) della politica. Furti e appropriazioni indebite di soldi pubblici avvengono solo con un’opinione pubblica tenuta all’oscuro. Senza informazioni. Ma ancor più grave è che una legge bavaglio per la stampa sia promossa da una classe politica zeppa di inquisiti e condannati. Una legge fatta di corsa, a fine legislatura, in un Parlamento che si è trasformato in una curva dello stadio. Sa di regolamento di conti. Ha il sapore della vendetta contro chi “mette a nudo il re”.

Tanta foga avremmo voluta vederla nel cancellare la “porcata” della legge elettorale. Eppure, ci lavorano da un anno. Ma non si vede ancora un barlume di luce. Così si giocano anche l’ultima briciola di credibilità.

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