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giovedì 23 maggio 2024
 
 

Principio relazione: dalla periferia al centro

24/09/2012  Giungere al cuore della sua vitalità. Ecco il passaggio che compie il legame uomo-donna con il Concilio Vaticano II. Attenzione al fine procreativo, ma anche al bene dei coniugi.

Giungere al cuore della sua vitalità. Ecco il passaggio significativo che compie il legame uomo-donna con il concilio Vaticano II. Non più attenzione al solo fine procreativo, ma anche al bene dei coniugi. Una novità epocale su cui ancora si discute e da cui si intende certamente ripartire per il futuro.

Il cristianesimo, nel corso della sua storia oltre bimillenaria, ha compreso il matrimonio e la famiglia nell’orizzonte del bene dei coniugi e del bene dei figli. Le due finalità, tuttavia, non hanno avuto lo stesso peso e valore. La cosiddetta gerarchia dei fini che, dal periodo medievale con san Tommaso, è arrivata fino al concilio Vaticano II (1962-1965) teorizza, come fine primario, la procreazione e l’educazione dei figli; e, come fine secondario, il mutuo aiuto dei coniugi. Una lunga tradizione ha esaltato, così, il valore-bene della procreazione e ne ha grande merito, ma ha trascurato teoricamente il bene (valore, qualità) della relazione di coppia, e in questo ha mancato. Dalla qualità della relazione di coppia, infatti, tutto dipende in termini di autenticità, compresa la procreazione educazione dei figli. Se non sono sposi riusciti, è difficile pensare che possano diventare genitori riusciti.

Un profondo ripensamento della dottrina tradizionale del matrimonio è avvenuto al concilio Vaticano II. La visione è profondamente innovativa e si caratterizza in una duplice prospettiva:

La relazione uomo-donna dalla periferia viene al centro; e, al centro della relazione, l’amore come fondamento, giustificazione e movente. In questa prospettiva, il matrimonio è così definito: «Intima comunità di vita e di amore... fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie».

La relazione di amore uomo-donna, che ha valore per sé stessa, è naturalmente aperta alla vita. In altre parole, l’apertura alla vita appartiene alla coppia, sebbene non esaurisca il suo significato che è quello di costruire una unità nella dualità. Non a caso, il concilio Vaticano II abbandona la teoria della gerarchia dei fini del matrimonio, perché ha condotto a considerare secondaria la qualità e l’importanza della relazione di coppia. D’altra parte, quando s’introduce il discorso della gerarchia, il fine «secondo» rischia di diventare «secondario».

Nella prospettiva personalista e relazionale del matrimonio, si muovono i successivi interventi del magistero cattolico e lo stesso Sinodo dei vescovi dedicato alla Famiglia nel mondo contemporaneo (1980).

1 - L’amore coniugale. La domanda è inevitabile: quale tipo di amore fonda una relazione così originale e unica rispetto a qualsiasi altra relazione uomo-donna? Per rispondere, ci si può riferire a tre testi che convergono nel descrivere l’idea multidimensionale dell’amore coniugale. Tra questi testi, due sono del magistero cattolico, l’altro è di un filosofo che si dichiara non credente.

Paolo VI insegna che l’amore coniugale è amore pienamente umano, vale a dire spirituale e sensibile insieme, non riducibile, pertanto, né al solo sentimento né alla sola ragione e volontà. Le due dimensioni (spirituale e sensibile) sono distinte, ma non separabili.

Benedetto XVI insegna che l’amore coniugale è amore eros (passione, desiderio); è amore philia (amore di benevolenza); è amore agape (amore oblativo, dedizione disinteressata). Non sono tre amori, ma un unico amore nelle sue diverse componenti che sono distinte, non contrapposte, distinte ma non separabili.

Il filosofo tedesco, Erich Fromm, afferma che l’amore coniugale è amore erotico ma è anche volontà, promessa, decisione. «Amare qualcuno non è soltanto un sentimento potente, è una decisione, un giudizio, una promessa. Se l’amore non fosse più che un sentimento, non esisterebbero le basi per la promessa di amarsi eternamente. Un sentimento incomincia e poi scompare. Come posso io giudicare », conclude, «che durerà eternamente se il mio atto non implica un giudizio e una decisione?».

2 - Perennità e fede. Che l’amore sia perenne, è una questione di fede o anche di ragione? È una questione di ragione e di fede (ratio et fides), ma per comprendere la perennità incondizionata, occorre la fede che, d’altra parte, non è in contraddizione con la ragione, ma la allarga in un orizzonte più ampio. Un’altra domanda: l’amore è perenne (indissolubile) perché è comandato o è comandato perché è, in sé stesso, sovratemporale? I padri conciliari non si limitano a ripetere la mera obbligazione e il dovere, ma s’impegnano a illustrarne il senso. A prescindere da leggi, tanto divine come umane, è l’amore coniugale – amore «unico» e per «sempre» – ad avere la dimensione sovratemporale. Come pure, è esigenza del bene dei figli: l’educazione e la formazione esigono l’apporto di tutti e due i coniugi in un ruolo specifico, diverso e complementare. Insuperabile in questa prospettiva, è Paolo VI quando ricorre alla psicologia e all’esperienza dei coniugi.

3 - Simbologia sacramentale. L’amore coniugale è una realtà umana, secolare e laica, ma non è leggibile soltanto a questo livello: infatti, rinvia oltre, rinvia alla relazione tra Dio e l’umanità e, in chiave cristiana, alla relazione Cristo-Chiesa e, viceversa, alla relazione Chiesa-Cristo. Ancora di più, l’amore umano non è soltanto segno dell’amore di Dio per l’umanità, di Cristo per la Chiesa, popolo di Dio nella storia, ma lo rende presente. L’amore coniugale diviene così mediazione dell’amore di Dio. Vale a dire l’amore di Dio, che si è visibilizzato in Gesù di Nazaret, viene agli sposi mediante il loro amore e loro vanno a Dio mediante< il loro amore. Così si comprende che gli sposi si santificano nel matrimonio e attraverso il matrimonio e non nonostante il matrimonio. La realtà sacramentale non cambia l’amore umano in un’altra realtà, ma lo perfeziona, conferma la sua fedeltà e perennità. Per concludere, nel disegno di Dio, il senso (significato, finalità) è la relazione uomo-donna che ha l’amore per fondamento, giustificazione, movente, traguardo. L’amore coniugale, nella vita di coppia, non è tutto, ma è certamente il fattore decisivo, e così è soggettivamente avvertito.

Il senso (significato, valore, bene) del matrimonio è la relazione tra un uomo e una donna che ha l’amore per motivazione, giustificazione, movente e finalità. La morale che ne deriva, pertanto, è una morale della relazione. Il disegno di Dio sul matrimonio non si compie automaticamente, ma è affidato alla libertà-responsabilità umana, spesso tentata di venire meno al disegno di Dio. Anche il matrimonio è un luogo dove si verifica la lotta tra il bene e il male, tra grazia e peccato. «La famiglia si trova al centro del grande combattimento tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra l’amore e quanto all’amore si oppone. Alla famiglia è affidato il compito di lottare prima di tutto per liberare le forze del bene...Occorre far sì che tali forze siano fatte proprie da ogni nucleo familiare, affinché..., la famiglia sia forte di Dio». Il matrimonio, infatti, può rappresentare il luogo del disagio, della mancanza affettiva, dell’incomunicabilità e dell’egoismo dei singoli, luogo di alienazione e di smarrimento personale. Sarebbe ipocrita ignorare la violenza familiare che, come un enorme iceberg occulto, fa la sua apparizione in proporzioni allarmanti: i casi di violenza familiare, con esito di distruzione e di morte, superano le vittime in altri ambiti, anche se l’opinione pubblica non vi presta sufficiente attenzione.

Se il senso del matrimonio è la relazione tra l’uomo e la donna, la morale che ne deriva è una morale di relazione che risponde a tre domande:

1 - Perché la relazione coniugale (livello decisionale)? La novità, rispetto alle generazioni precedenti, consiste nel fatto che a rispondere alla domanda è solo la persona. Fino a un passato non molto lontano (e in molte culture ancora oggi) la comunità era determinante, mentre oggi è praticamente e anche teoricamente irrilevante.

2 - Com’è la relazione? (livello descrittivo). La domanda non è propriamente etica, ma è importante per l’etica. In teoria si possono ipotizzare tre tipologie: può essere una relazione in cui l’altro/a è in funzione dell’io: così l’altro/a scompare, compare l’io dominante. Può essere – secondo tipo – una relazione in cui l’io è in funzione dell’altro: così scompare l’io, all’orizzonte compare l’altro. Finalmente – terzo tipo – può essere la relazione reciproca. Questo tipo di relazione verifica l’unità nella diversità, l’appartenenza e la differenza, mentre non si verifica nel primo e nel secondo tipo.

Purtroppo, sovente le relazioni coniugali riflettono il primo o anche il secondo tipo. Si tratta di relazioni di tipo strumentale, non intersoggettivo. Se l’unità, infatti, deriva dalla capitolazione dell’uno o dell’altra, la relazione si trasforma in luogo di mortificazione dell’uno o dell’altra o di tutti e due. L’amore autentico è critico di quanto può avere di possessivo e di narcisistico (ricerca della propria immagine nel volto e nell’immagine dell’altro); consente, invece, e dà il giusto spazio all’incompiutezza, all’insoddisfazione del desiderio; permette all’altro di riconoscersi, di essere sé stesso.

3 - Come deve essere la relazione? (livello etico). La domanda sarebbe superflua se l’essere umano, uomo e donna, fosse predisposto unicamente all’empatia nei confronti dell’altro/a. In tale caso, non avrebbe bisogno di alcuna morale; la qualità della relazione sarebbe garantita. Ma così non è. In ogni comportamento umano si sperimenta, da un lato, la presenza di tendenze costruttive e, dall’altro, la presenza di tendenze distruttive (concorrenza, pregiudizio, avversione, odio), che portano nella direzione contraria all’amore oblativo.

È necessario, ma non basta interpretare queste tendenze. È necessario che il soggetto prenda responsabilmente posizione, domini le tendenze distruttrici e dia spazio alle tendenze costruttrici. Se il soggetto non ha raggiunto un sufficiente grado di maturità, la relazione di coppia è inevitabilmente a rischio. Non è difficile riconoscere che i fallimenti, pur diversamente motivati, hanno alla radice l’immaturità delle persone (dell’uno o dell’altra o di tutti e due). Più che relazione reciproca sperimentano solitudine reciproca. Il matrimonio che, per definizione, è una scelta di vita e per tutta la vita, chiama in causa la persona e la sua maturità, la sua capacità di amore/agape (amore oblativo).

La riuscita della relazione viene da molteplici fonti, viene dalla maturità della persona e dalla capacità di amare, del resto mai compiutamente acquisita una volta per tutte. Nel permanente apprendistato, anche le prove e i conflitti, se coraggiosamente assunti, divengono una scuola di amore, di una crescita nell’amore. All’obiezione che all’amore non si comanda e che se non c’è (o è morto), non può venire per comando, si risponde che l’amore è anche oggetto di comandamento che non è estraneo all’essere umano.

Nel ricordare il comandamento, Gesù di Nazaret fa leva su ciò che è originario nell’essere umano, sulla sua capacità di amare alla quale apre orizzonti umani e umanizzanti. L’amore non sostituisce la giustizia, è invece un modo di compierla; il perdono autentico non è copertura del male compiuto, ma riconoscimento e offerta di possibilità di un futuro diverso. L’amore vero non passa sopra o accanto ai conflitti interni ed esterni, ai comportamenti sbagliati. È, invece, forza e capacità di soluzioni costruttive.

La riuscita della relazione, più che da eccellenti teorie filosofiche e teologiche (pure necessarie), viene da concrete esperienze di famiglie riuscite (e sono la maggioranza) che, pur nei limiti dell’umano, sanno vivere una relazione affettiva felice. Sanno che la felicità non consiste nell’assenza di difficoltà, tensioni, e conflitti, ma nel dare soluzioni costruttive ai conflitti che inevitabilmente sorgono. I conflitti non sono, di per sé, distruttivi, sono, per così dire, positivi: occasioni per chiarire e acquisire maggiore esperienza, motivazione e forza.

L’amore coniugale, che è un valore (bene, senso) per sé stesso, è naturalmente orientato a donare la vita. C’è una reciprocità tra l’essere sposi e l’essere genitori: l’uno rinvia all’altro senza forzature esterne. Basti pensare all’iter defatigante che le coppie sterili intraprendono con il ricorso alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita. La mentalità anti vita, intesa come esclusione dei figli, è un fenomeno minoritario e si basa su diverse motivazioni, come limitazione alla libertà e autonomia della coppia; paura di assumersi la responsabilità; mancanza di speranza nel futuro.

La maggioranza dei coniugi nelle società occidentali pratica, invece, la riduzione del numero dei figli. Le cause sono di ordine economico: mancanza di lavoro e della casa; ma anche di ordine psicologico: molte coppie non sperimentano il figlio come un bene-valore, ma piuttosto come un peso. Certamente la nascita di un figlio significa per i genitori ulteriori fatiche, nuovi pesi economici, altri condizionamenti pratici: motivi, questi, che possono indurli a non desiderare un’altra nascita. Occorre riscoprire il bene-valore del figlio nella famiglia e nella società. In questa prospettiva, è decisivo che il bene-figlio torni a ottenere il primato nella cultura delle società dell’Occidente. Si rende indilazionabile una seria politica familiare (equità fiscale e servizi sociali efficienti), ma non basta. Occorre un’autentica rivoluzione culturale che ristabilisca la gerarchia dei valori e assicuri il primato della vita umana sulle cose.

Il concetto di apertura alla vita può trovare attuazione anche in forma diversa da quella di fecondità naturale propria, come l’impegno di dare una famiglia a chi non ce l’ha. In questa prospettiva, l’esortazione apostolica Familiaris consortio (1981) offre una riflessione ampia e articolata sia dal punto di vista teologico come umano.

1 - Ricondurre a unità il discorso morale. Il discorso morale in tema di matrimonio e famiglia, ma non solo, è sperimentato in modo frammentario e dispersivo. Dentro e fuori la Chiesa, si pensa alle molte norme morali e per di più in chiave negativa. È necessario che il discorso morale ricuperi unità e fondamento nell’orizzonte del grande e primo comandamento. Con questo non si sostiene un’etica senza norme, ma si vuol dire che le norme non sono altro che determinazioni e concretizzazioni dell’unico comandamento. Così, la fedeltà, l’indissolubilità, la fecondità non costituiscono doveri (valori) in più, ma esigenze e determinazioni dell’etica dell’amore.

C’è un nesso inscindibile tra amore e fedeltà, tra amore e indissolubilità, tra amore e fecondità. L’amore è il primo principio teologico, allora è anche il primo principio etico. Non si deve però mai dimenticare che l’amore prima che comandato è donato, è ricevuto. Questo è vero a livello religioso: «Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto». Questo è vero anche a livello coniugale. La morale, che ne deriva, è di risposta all’amore donato, ricevuto. Sentirsi amati dispone alla capacità di amare gratuitamente, liberamente; sentirsi accolti, riconosciuti, rende capaci di accogliere e di riconoscere l’altro.

2 - Presentare le norme morali in termini motivanti. La morale non mira a ottenere un’obbedienza passiva a modo di schiavi, meno che meno a ottenere consenso per via della paura o del castigo. Il suo unico scopo è convincere le coscienze. Il discorso morale non dimentica che «la dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte libere e consapevoli, mosso cioè e indotto da convinzioni personali, e non per un cieco impulso interno o per mera coazione esterna». Soltanto la maturazione di convinzioni trasforma la vita. «Dobbiamo parlare loro (ai coniugi) con gentilezza – avvertiva il card. Hume al sinodo dei vescovi (1980) – guidarli gradualmente e parlare un linguaggio che li induca a dire: «Sì, questo è giusto; ora è chiaro; accetto». Il traguardo di ogni formazione morale è condurre alla convinzione personale. Fino a che questo traguardo non è raggiunto, la formazione è ancora in cammino.

C - Pedagogia ecclesiale. Il discorso morale è sempre orientato al «dover essere» e questo non è mai in pari con la situazione o realtà esistente. Per questo la morale è sempre critico-orientativa della situazione data: comprende tutto, ma non giustifica nulla, perché giustificare significa impedire di crescere.
Importanti documenti ecclesiali parlano di una pedagogia ecclesiale che viene denominata Legge della gradualità. La pedagogia ecclesiale è guidata dalla Legge della gradualità, che, in attenzione alle persone, è consapevole che il cammino verso la verità morale è graduale e progressivo; dipende da convinzioni da maturare; prevede possibilità e impossibilità con la disponibilità a superarle. La pedagogia ecclesiale è una guida saggia: conosce la meta (l’ordine morale oggettivo), e anche i pellegrini che, incamminati alla stessa meta, non tutti segnano lo stesso passo. Il Vangelo della famiglia è lieto annuncio per tutti, specialmente per coloro che fanno fatica ad aprirsi un cammino umano e umanizzante.
Una morale kantiana ricorda solo doveri da compiere, la morale cristiana apre traguardi, delinea direzioni di vita, offre possibilità, ricorda promesse che incoraggiano ad andare avanti.

 
 
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