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mercoledì 26 gennaio 2022
 
il verdetto
 

Processo ex Ilva, condannati i fratelli Riva e l'ex governatore Vendola

31/05/2021  La sentenza della Corte d’Assise di Taranto per il processo "Ambiente svenduto" con 47 imputati. Condannati a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori. L’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola condannato per concussione aggravata

La manifestazione all'esterno dell'aula durante la lettura della sentenza al processo "Ambiente Svenduto" sull'ex Ilva (Ansa)
La manifestazione all'esterno dell'aula durante la lettura della sentenza al processo "Ambiente Svenduto" sull'ex Ilva (Ansa)

Condanne pesanti anche se siamo ancora al primo grado. Il processo sull’Ilva denominato «Ambiente svenduto» si è concluso (per ora) con una condanna di ventidue anni per Fabio Riva, 20 per Nicola Riva, gli ex proprietari del gruppo siderurgico e principali imputati. La sentenza della Corte d’Assise di Taranto per il processo con 47 imputati relativo al reato di disastro ambientale dell’Ilva con la gestione Riva è stata letta lunedì mattina in aula dalla presidente Stefania D’Errico alle 10.45 che ha guidato una giuria popolare tutta al femminile. Un verdetto arrivato dopo 329 udienze durate cinque anni (la prima il 17 maggio del 2016). La richiesta dell’accusa era di 28 anni per Fabio Riva e 25 per Nicola Riva, ex proprietari ed amministratori dell’azienda.

La Corte d'Assise di Taranto ha condannato a 21 anni e 6 mesi di carcere anche l'ex responsabile delle relazione istituzionali Girolamo Archinà e a 21 anni l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso. Condannato a 17 anni e sei mesi l'ex consulente della procura Lorenzo Liberti.

Ma questa è una sentenza che travolge anche la politica pugliese.Tre anni e mezzo di reclusione sono stati inflitti all'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. I pm avevano chiesto la condanna a 5 anni. Vendola è accusato di concussione aggravata in concorso, in quanto, secondo la tesi degli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull'allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva. Condannato a 3 anni di reclusione l'ex presidente della Provincia Gianni Florido, che risponde di una tentata concussione e di una concussione consumata, reati che avrebbe commesso in concorso con l'ex assessore provinciale all'ambiente Michele Conserva (condannato a 3 anni) e l'ex responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà (condannato a 21 anni e mezzo). I pm avevano chiesto 4 anni per Florido e Conserva, 28 anni per Archinà.

La sentenza dispone anche la confisca degli impianti dell'area a caldo che furono sottoposti a sequestro il 26 luglio 2012 (poi venne concessa la facoltà d’uso) e delle tre società Ilva spa, Riva fire e Riva Forni Elettrici. In ogni caso la confisca degli impianti sarà effettiva dopo la sentenza definitiva in Cassazione e al momento resta la facoltà d'uso da parte di Acciaierie Italia, la nuova compagine societaria formata da ArcelorMittal e Invitalia.

Nichi Vendola è stato tra i primi a contestare la sentenza: «Sappiano i giudici che hanno commesso un grave delitto contro la verità e contro la storia», scrive in una nota, «hanno umiliato persone che hanno dedicato l'intera vita a battersi per la giustizia e la legalità. Hanno offerto a Taranto non dei colpevoli ma degli agnelli sacrificali: noi non fummo i complici dell'Ilva, fummo coloro che ruppero un lungo silenzio e una diffusa complicità con quella azienda. Ho taciuto per quasi 10 anni - conclude Vendola - difendendomi solo nelle aule di giustizia, ora non starò più zitto. Questa condanna per me e per uno scienziato come Assennato è una vergogna. Io combatterò contro questa carneficina del diritto e della verità».

Per Francesco Rizzo, coordinatore provinciale Usb Taranto, «la sentenza della Corte d'Assise di Taranto rappresenta un momento di straordinaria importanza perchè condanna un metodo tutt'altro che virtuoso utilizzato da chi ha gestito in passato la più grande acciaieria d'Europa e dalla politica che non ha saputo imporsi. I giudici - puntualizza - intervengono per colmare lacune della politica e riparare i danni fatti dalla stessa, che mai come in questa circostanza, ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Da qui deve ripartire il Governo, interpretando e leggendo la sentenza odierna soprattutto attraverso il grande bisogno di cambiamento della città di Taranto». È necessario, conclude Rizzo, «prendere esempio dal passato per evitare di fare gli stessi errori che puntualmente ricadrebbero sulla pelle dei cittadini, dei lavoratori e delle relative famiglie. Il lavoro e l'impresa vanno intesi mettendo al primo posto la persona e la vita stessa. Per questo motivo il Governo è chiamato a invertire immediatamente la rotta, andare nella direzione della riconversione economica del territorio attraverso un accordo di programma. Taranto vuole voltare pagina».

Rocco Palombella, Segretario generale Uilm, afferma che «questa sentenza con pesanti condanne penali deve rappresentare la fine di un'epoca, fatta di inquinamento, di conflitto tra salute e lavoro, tra cittadini e lavoratori. Deve essere quindi l'inizio di una nuova fase con una forte accelerazione della transizione ecologica e una produzione ecosostenibile che riporti un equilibrio tra fabbrica e città. Oggi è stato stabilito, ancora una volta, che uno stabilimento così grande e importante per l'intero Paese non può essere lasciato in mani private senza alcun controllo da parte dello Stato che, al contrario, deve garantire contemporaneamente il rispetto della salute e il lavoro».

Plaude alla sentenza Massimo Castellana, rappresentante legale del Comitato cittadino per la Salute e l'Ambiente e portavoce dell'associazione Genitori Tarantini: «Le condanne sono state all'altezza del lavoro fatto dai magistrati. A loro va il nostro grazie anche a nome dei bambini di questa martoriata città», afferma, «è una bella giornata per Taranto dopo tante giornate tristi e insopportabili per il dolore che hanno procurato. Finalmente i giudici definiscono quella che ha subito la città di Taranto per troppi anni: l'assoluto disconoscimento dei valori fondamentali della Costituzione». Le condanne «sono - osserva Castellana - inequivocabili.

 
 
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