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mercoledì 22 settembre 2021
 
 

Prodi: o adesso o mai più

23/05/2014 

«Il problema non è cambiare moneta, ma cambiare politica. La crisi europea è conseguenza di una politica economica sbagliata, basata sul rigore anziché sullo sviluppo. Se l’Europa non è in grado di governare la globalizzazione, siamo finiti». Per Romano Prodi ci sono molte ragioni per andare a votare il 25 maggio. «Le prossime elezioni europee presentano indubbie novità. Il presidente della Commissione, ad esempio, sarà designato tenendo conto dei risultati delle urne. È indice del lento cammino verso il rafforzamento delle istituzioni europee». L’ex premier italiano ed ex presidente della Commissione di Bruxelles individua un clima nuovo, inedito, tra gli elettori di questa nona legislatura: «È la prima volta che i popoli dell’Europa discutono anche  dell’Europa. Quelle precedenti sono sempre state in qualche modo solo elezioni “nazionali”, in cui si discuteva solo di problemi interni. Oggi invece il dibattito europeo è entrato nella campagna elettorale: la crisi economica ci obbliga a rapporti di collaborazione tra gli Stati membri dell’Unione. L’elettore viene messo di fronte alla scelta su un futuro con o senza l’Europa».
Queste elezioni somigliano anche a un referendum sull’euro.
«Il messaggio dei partiti anti europei è: non vogliamo l’Europa, vogliamo le nazioni o addirittura le regioni. Di conseguenza vogliamo la moneta delle nazioni (e se potessero anche delle regioni). Ma il mondo è cambiato. La globalizzazione è  la conseguenza non di nostre decisioni ma di cambiamenti tecnologici,  politici ed economici che riguardano tutto il mondo. Non ci si può isolare rispetto a processi epocali. Non ho dubbi: o l’Europa reagisce unita a questi processi o mai più. Per l’Europa è l’ultima occasione».
Qual è il suo pronostico?
«I partiti storici come il Pse e il Ppe saranno probabilmente obbligati  a una grande coalizione, data l’ondata populistica. O  adempiono alla funzione di un Governo attivo dell’Europa o sarà la fine sia per il Pse che per il Ppe. Tuttavia resto ottimista: non si può andare avanti come  negli ultimi dieci anni: non è possibile che l’Europa stia in mezzo al guado, che non vada né avanti né indietro a crescita zero».
Perché dovremmo dare ai partiti l’ultima chance visti i risultati?
«Non è stata colpa dei partiti. Sono i Governi nazionali che hanno sopraffatto il ruolo della Commissione e degli organismi sovranazionali. Dando di fatto le chiavi dell’Europa alla sola Germania.
Perché la Germania è così forte?
«Prima di tutto perché la Germania è cresciuta sia economicamente che politicamente e poi perché Francia, Italia e Spagna non hanno mai presentato una piattaforma politica comune. Ognuna è andata per conto suo. Non c’è stata nessuna proposta organica e sufficientemente forte di politica alternativa. La Germania ha sfruttato le divisioni per imporre la sua forza e la sua politica di rigore. Quando Obama ha bisogno di qualcuno in Europa non telefona più al presidente francese o italiano, telefona alla cancelliera tedesca. Mostrando la sua forza di fronte agli altri paesi il governo tedesco ha inoltre impedito il sorgere di forti partiti populisti in Germania».
A proposito di populisti, le fa paura Grillo?
«Mi preoccupa il fatto che nel suo partito emergano solo atteggiamenti e proposte negative. Il suo obiettivo appare unicamente quello di scuotere l’albero per raccogliere i voti degli elettori delusi».
Ha fatto bene il Pd di Renzi ad aderire al partito socialista europeo? Non si mortifica la corrente cattolica che pur esiste nel partito?
«La mia esperienza è che il mancato riconoscimento delle radici cattoliche da parte dell’Unione non dipende da sentimenti antireligiosi. Se la Costituzione europea non ne ha tenuto conto è perchè Paesi come Francia e Belgio semplicemente non lo rendevano possibile nelle loro costituzioni. È qualcosa che riguarda il passato delle nazioni e non il futuro dell’Europa. Quanto al Partito democratico, la presenza di Berlusconi nel Ppe e il rapporto ambiguo dei conservatori inglesi con le forze populiste non consentiva molte alternative. Credo che ci sia stato anche un calcolo politico di Renzi basato sul fatto che il Pd possa divenire il gruppo più numeroso nell’ambito del Pse. Certamente ad alcuni è sembrato che vi sia stato un problema di metodo e che la decisione sia stata presa con un accento eccessivamente personale».
A Lampedusa si è verificata l'ennesima tragedia legata agli sbarchi. L'Italia non è stata lasciata troppo sola di fronte all'emergenza profughi?
«Anche sull'immigrazione l'Europa non ha compreso la necessità di una politica comune. Ognuno viene lasciato solo. Anche in questo caso occorre più Europa e non meno Europa. Voglio tuttavia ricordare agli euroscettici che, date le condizioni dei Paesi del Sud, i profughi arriveranno in ogni caso, indipendemente dal fatto che l'Italia sia o meno membro dell'Unione europea».
Il primo luglio l’Italia assumerà la presidenza del semestre europeo. Sarà una chance per il Paese?
«Durante quel periodo l’Italia detterà l’agenda dei provvedimenti, e non è poco. Può fare molto per obbligare a progressi in tema di infrastrutture digitali, nel settore dell’energia e della ricerca. Naturalmente occorrerà costruire una maggioranza intorno alle eventuali proposte del governo italiano. Non dimentichiamo infine che per i primi mesi del semestre gli organismi comunitari non saranno ancora operativi. Questo può diminuire il nostro ruolo ma, in caso di decisioni di emergenza, lo può anche aumentare».

 
 
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