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Un lavoro da scoprire
 

Professione sacrista: chi sono e cosa fanno

09/05/2017  Abbiamo parlato con tre sacristi, da Nord a Sud: un lavoro vero e proprio che è anche una missione

Difficile fare il conto preciso di quanti siano i sacrestani in Italia. Di sicuro ogni chiesa ne ha uno e secondo i dati ufficiali dell’Inps 2.400 sono quelli assunti con un regolare contratto. Più al Nord che al Sud e la regione con più personale in regola, anche nelle chiese piccole, è il Trentino. Il 30% sono donne, di cui viene apprezzata anche la capacità di occuparsi di lavori come lavare e stirare le vesti e gli arredi. Ne abbiamo parlato con Enzo Busani, che è il presidente della federazione dei sacristi, la Fiudacs, e lavora nella cattedrale di Perugia.

«La nostra Federazione assicura un dignitoso contratto di lavoro e una formazione liturgica, morale e spirituale, incontri periodici per gli associati, anche a livello nazionale, ed esercizi spirituali. Di sicuro non c’è una scuola per sacristi, si impara facendolo. Io 18 anni fa venni a sapere che il sacrista della cattedrale si era licenziato. Ero dipendente di uno studio commerciale, lavoravo come ragioniere. Per me è stato naturale, ho sempre frequentato la chiesa, organizzavo i canti dei ragazzi».

Maurizio Bozzolan, 63 anni, vicepresidente Fiudacs, lavora come sacrista dal 1986 nella parrocchia di Sant’Agostino, a Milano. «All’epoca al mio paese facevo tanti lavoretti e mi occupavo già della chiesa a livello volontario. Poi ho letto un annuncio su Avvenire, c’erano tanti candidati, ma mi hanno assunto subito senza neanche il periodo di prova».

Michele Cassano, 53 anni, è il sacrista della cattedrale di Bari. «Ho iniziato all’età di 27 anni e confesso che non era la mia massima ispirazione, ma mi dovevo sposare ed era pur sempre un lavoro. Dopo un inizio non entusiasmante mi sono appassionato. Stare qui mi ha permesso di sviluppare due mie passioni: la scrittura e la fotografia. Ho scritto due romanzi ambientati nella città vecchia e tengo un blog sul sito di Repubblica, dove parlo sempre della città vecchia. Grazie al mio spirito di osservazione e al fatto che scattavo molte fotografie ho scoperto un fenomeno molto interessante che riguarda la cattedrale. La chiesa è costruita a Est, dove sorge il sole. Il giorno del solstizio d’estate, il 21 giugno, la proiezione del rosone della facciata nel pomeriggio coincide con il rosone musivo che è sul pavimento».

I sacrestani guadagnano circa 1.300 euro al mese, poi ci sono gli straordinari, quando la chiesa rimane aperta la sera, e durante le festività. Molti hanno anche l’alloggio. Per contratto non si possono prendere ferie nel periodo di Natale e di Pasqua. «Più che un lavoro è una missione», dice Bozzolan. «Siamo qui tutti i sabati e le domeniche e le nostre famiglie ci sostengono molto. Io ho un signore che mi dà una mano in modo che possa fare almeno il mio giorno di riposo».

Quali sono le funzioni di un sacrista? Al mattino presto aprono la chiesa e accolgono i fedeli. Poi devono curare l’interno, fare le pulizie, occuparsi della liturgia. «Se la chiesa è in ordine e pulita anche la preghiera è più facile». continua Bozzolan. «La cosa più bella è l’accoglienza. Chi viene in chiesa, la prima persona che incontra è il sacrestano. A volte è difficile essere sempre sorridenti e sereni. La mia chiesa è vicina alla stazione e bazzicano le persone più disparate, gente che viene a cercare aiuto, vagabondi, entrano per necessità spicciole, capita che mi minaccino e mi insultino».

«Capita che entrino dei senzatetto per dormire sulle panche della cattedrale», gli fa eco Enzo Busani. «Inoltre occorre vigilare che i ladri non si avvicinino alla cassetta delle offerte o ai fedeli per derubarli». Per le occasioni speciali i sacristi hanno una divisa: a Perugia una giacca con gli alamari rossi, a Bari un abito blu con camicia celeste e cravatta blu.

«Il bello di questo lavoro», conclude Michele Cassano, «è che siamo un volto familiare per i fedeli, la gente si confida con noi». E le campane? A quelle ci pensa un macchinario, è tutto automatico. salvo nelle piccole realtà, dove ancora il sacrestano è anche il campanaro.

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