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sabato 08 agosto 2020
 
Rapporto Cisl-Caritas-S.Egidio
 

Profughi, ecco il Veneto che accoglie

24/07/2015  La solidarietà è più diffusa della protesta. Ce lo spiega Alessandra Coin, responsabile padovana di Sant’Egidio, che insieme a Cisl e Caritas hanno messo a punto un dossier sull'accoglienza nella regione. "Se l’ostilità xenofoba e la violenza possono essere contagiose, la solidarietà lo è ancora di più".

(Nella foto in alto: Alessandra Coin. Sotto: universitari e profughi a Padova)


“La solidarietà è più diffusa della protesta: è questo il vero volto del Veneto”. Lo dice la Comunità di Sant’Egidio insieme a Cisl e Caritas in una conferenza a Mestre. “Certo c’è anche chi criminalizza i poveri, strumentalizzandoli e soffiando sul fuoco dell’intolleranza, ma è necessario dare voce ai cittadini – più numerosi –
che in queste ore offrono il loro aiuto ai profughi con generosità e chiedono alle istituzioni finalmente chiarezza, dialogo, scelte coraggiose”. Ne parliamo con Alessandra Coin, responsabile di Sant’Egidio a Padova.

 

Veneto e profughi: c’è anche chi vuole accogliere?

"Sì, riceviamo moltissime offerte di aiuto, dai singoli cittadini che vogliono venire con noi a trovare i profughi nei centri agli universitari che organizzano feste e iniziative di solidarietà. Anche nei piccoli paesi: la novantenne di Sarmeola di Rubano che si è commossa davanti agli sbarchi e ha affidato la propria casa a una cooperativa per l’accoglienza non è un caso isolato. Nel Comune di Arzercavalli (PD) due anziane hanno deciso di mettere a disposizione l’abitazione dove abitava la madre: ogni giorno vanno a trovare i profughi, festeggiano i loro compleanni, hanno coinvolto una vicina che ora è chiamata “nonna” e insegna agli stranieri come coltivare l’orto. Se l’ostilità xenofoba e la violenza possono essere contagiose, la solidarietà lo è ancora di più".

 

E le istituzioni?

"Vale lo stesso principio: ci sono Comuni che alzano i muri, ma anche altri dove la convivenza funziona e non fa notizia. A Rubano (in provincia di Padova) parrocchia e municipio si sono alleati per mobilitare i cittadini attorno alla struttura di accoglienza: così i profughi frequentano la scuola di italiano, montano le tende alla sagra cittadina, partecipano al torneo di calcio. Il sindaco di Sant’Angelo di Piove di Sacco ha dichiarato che sarebbe disponibile ad accogliere dei profughi ma nessuno gliel’ha chiesto; un suo collega di un Comune vicino ha detto che sta ospitando solo quattro persone su 30 mila abitanti e potrebbe accoglierne altri. C’è un problema di gestione razionale e di organizzazione, che invece è sempre sull’onda dell’emergenza. In Veneto i profughi sono pochi: 5.184 (il 6% di quelli in Italia), in base all’accordo Stato-Regioni avrebbe dovuto ospitarne 1.500 in più (cioè l’8%, percentuale calcolata in base al numero di abitanti). Alla faccia dell’invasione".

 

Però le proteste non mancano, fino al caso di Quinto (TV) dove sono stati bruciati gli alloggi per i profughi…

"Sono i frutti di paure ampiamente ingiustificate; l’opinione pubblica veneta appare talvolta disorientata, senza punti di riferimento, di fronte a chi grida con violenza. La crisi economica, con la paura di perdere le ricchezze accumulate, e il soffiare sul fuoco della Lega Nord hanno responsabilità profonde. Nel centro di Padova, il sindaco ha indetto una raccolta firme contro una casa privata destinata a sei profughi che non davano alcun problema. Occorre arrestare questa pericolosa deriva nei rapporti sociali: i più deboli – tutti – devono essere difesi e non strumentalizzati. Una politica miope rischia di ridurre a un’emergenza un fenomeno globale, complesso, che va culturalmente compreso e politicamente governato. Una politica di integrazione coraggiosa e lungimirante fa parte dell’interesse di tutti".

 

Che cosa si può fare per contrastare questo guasto nel tessuto sociale?

"La risposta è già nella storia che stiamo vivendo, è nel valorizzare e promuovere scelte come quello delle due anziane che mettono a disposizione casa propria. Tutti possiamo scegliere la cultura dell’incontro, promuovendo questo clima umano. È quello che facciamo quando andiamo a incontrare i profughi nei centri di accoglienza: diventiamo loro amici, qualcuno ci ringrazia dicendo che ha ritrovato un pezzo di famiglia. La scorsa settimana gli universitari di Sant’Egidio hanno accompagnato dei loro coetanei della Nigeria, del Mali e del Pakistan a visitare il centro di Padova e la Basilica di Sant’Antonio, poi hanno festeggiato il compleanno di uno di loro, Victor. Profughi qui da più tempo hanno anche aiutato altri insieme a noi: vanno a trovare gli anziani soli o, sempre insieme agli universitari, hanno organizzato una cena per i senza fissa dimora di Padova".

Infine, occorre abbandonare un linguaggio che genera paura e violenza. “Ci riempiamo il Veneto”, “ci stiamo africanizzando” sono espressioni, oltre che razziste, false: in tutta Europa nel 2013 ci sono stati 300mila profughi in più rispetto al 2011, ma altrettanti migranti economici in meno. Il saldo è pari. Anche la polemica sui 35 euro a giorno è strumentale: in tasca ai profughi vanno solo 2 euro, gli altri alle cooperative. Si tratta di fondi che ci dà l’Unione europea e che non potrebbero essere usati altrimenti; per ogni profugo accolto si pagano stipendi a lavoratori e affitti di case, si compra cibo: tutti benefici per l’economia italiana.

 

Un argomento ricorrente di chi vuole alzare i muri è la difesa dell’identità veneta…

Al contrario sono le parole razziste e le espressioni di violenza che contraddicono la nostra storia e la nostra cultura. Dal 1876 al 1976, su 24 milioni di migranti italiani ben 3 milioni e 300mila erano veneti; fino alla metà degli anni Ottanta la nostra Regione ha beneficiato delle rimesse che arrivavano dall’estero. In ogni caso, i veneti si sono da sempre contraddistinti per umanità e solidarietà. Solo alcuni esempi: la prima Caritas italiana è quella di Padova (nel 1971 con don Giovanni Nervo), le casse rurali sono nate in Veneto per aiutare i bisognosi, missionari veneti (a partire dal veronese Daniele Comboni) hanno portato il nostro volto solidale nel mondo e in Africa in particolare, sostenuti dalle raccolte fondi di tante parrocchie della regione.

 

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