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giovedì 27 gennaio 2022
 
 

Gli angeli del mare e i trafficanti di morte

05/09/2015  Il comandante Giuseppe Maggio racconta come la marina opera per salvare vite umane. Una lotta impari contro i trafficanti di vie umane: il terzo business mondiali dopo droga e armi.

Il comandante Giuseppe Maggio
Il comandante Giuseppe Maggio

Il copione si ripete. Il telefono della Capitaneria di porto squilla: “Siamo in avaria”. «Le segnalazioni che arrivano dai gommoni spesso non sono corrette, dobbiamo calcolare la corrente e il vento per capire dove possono trovarsi - spiega il tenente di vascello Giuseppe Maggio, comandante del pattugliatore Fiorillo della Guardia Costiera di Messina -. Ormai abbiamo una lunga esperienza di soccorso, ma sappiamo anche che ogni volta è un caso diverso, che in qualsiasi momento qualcosa può andare male. Si sono verificati capovolgimenti di imbarcazioni anche con il mare calmo, quindi la concentrazione dev'essere massima dall'inizio alla fine, solo quando i migranti sono a bordo, possiamo dire di aver loro assicurato la vita».

La catena di aiuto è fatta di tanti elementi: Marina militare, Capitaneria di Porto-Guardia costiera, Autorità portuale, Croce Rossa, servizio 118, Protezione Civile, la Scientifica, la Polizia, mediatori culturali, volontari: un lavoro di sinergia encomiabile. Tuttavia, se da una parte c'è chi si dà un gran da fare per salvare vite umane, dall'altra c'è chi invece queste stesse vite le vende al miglior offerente, e se qualcuno muore, pazienza, sulle coste libiche o siriane, disperati pronti a pagare profumatamente l'ingresso nel mondo occidentale ne arrivano in continuazione.

L'Africa sub-sahariana è un bacino inesauribile di disperati. Chi ci guadagna in tutto questo? Chi fornisce questo numero infinito di gommoni? Grigi, tutti uguali, hanno sostituito i barconi sgangherati del post primavera araba. Chi li fabbrica, chi li ordina, chi li paga? E chi fornisce i cellulari satellitari (con il numero registrato della sala operativa della Capitaneria di Porto di Roma)? La Magistratura e i servizi segreti se lo sono mai chiesti? Possibile che nessuno dei tanti scafisti arrestati, abbia “vuotato il sacco”? Che nessuno abbia raccontato il sistema del terrorismo libico? Ed è mai possibile che soltanto adesso l'Europa si accorga che esiste un esodo via terra di profughi, proveniente dall'area serbo-ungherese?

Non è certo una novità, esso primeggiava per numeri anche quando, nel 2011, le partenze dalla Tunisia facevano gridare i politici italiani all'invasione dal mare. Il traffico dei migranti è un business redditizio (32 miliardi di dollari l'anno, secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro) - il terzo dopo droga e armi -, fatto sulla pelle di chi scappa perché non ha alternative. La mortalità è altissima: c'è l'annegamento dovuto a gommoni che si ribaltano perché troppo carichi e c'è quello indotto dagli scafisti che, per bilanciare il peso delle imbarcazioni, buttano a mare uomini, donne, bambini, come se fossero sacchi di spazzatura, quand'anche non sparano per sbarazzarsene più velocemente, ma c'è chi muore di stenti, provati da viaggi pesantissimi, chi per malattie, per fame, per le esalazioni dei gas dei motori.

E poi le donne e i bambini, i più vulnerabili. Lo stupro è sistematico. Perché questo traffico non viene considerato un crimine contro l'umanità, come auspica anche papa Francesco? Diverrebbe così materia per la Corte penale internazionale. La globalizzazione dell'indifferenza produce la strage di molti, mentre determina l'arricchimento di pochi. Eppure tanti disperati continueranno a partire, preferendo l'incertezza di sbarcare vivi nel “nuovo mondo” alla certezza di essere uccisi da una bomba in casa propria. La mafia degli sbarchi continuerà a proliferare, se l'Onu e l'Europa, invece che limitarsi a raccogliere cadaveri, non cominceranno ad indagare seriamente, così come auspicato anche dal portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest: “L’Amministrazione Obama si aspetta dall’Unione europea una stretta sui trafficanti di essere umani”.

 
 
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