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giovedì 20 gennaio 2022
 
 

Profughi, ritorno a Manduria

30/12/2011  Siamo andati a vedere cosa rimane di una delle più grandi tendopoli sorte, in Puglia, nei concitati giorni degli arrivi in massa dal Nordafrica. Ora tutto è silenzio, deserto. Ricordo.

La tendopoli di Manduria è stata una marea. In silenzio è arrivata sul far della primavera, nell'ex aeroporto militare sulla strada che porta a Oria, a cavallo tra le province di Taranto e Brindisi. In silenzio rifluisce adesso, nelle ore in cui il 2011 sfuma in lenta dissolvenza, lasciando un vuoto spettrale fatto di tende smantellate e di ritardi burocratici che portano le aziende impegnate nella sua costruzione ad agognare il pagamento atteso da tempo.


Erano più di tremila i tunisini stipati fra marzo e aprile, durante l'emergenza esplosa con la cosiddetta Rivoluzione dei gelsomini. Sono stati migliaia i profughi subsahariani, tra maggio e settembre. Una marea infinita di colori:  l'azzurro delle tende e i tanti riflessi di uomini, donne, bambini, in fuga dalla guerra, dalla fame, dalle malattie, dalle persecuzioni, dalla disperazione. L'idea del mare e di un'arca alla quale aggrapparsi, ecco cos'è stata Manduria dalla fine di marzo, quando il Governo, allora guidato da Silvio Berlusconi,  decise di trasferire qui i primi mille tunisini dei 20mila sbarcati a Lampedusa per svuotare l'isola superando l'emergenza.

I ricordi pungono. E Badreddin e Anis, due giovani nordafricani tornati alla tendopoli, ora che tutto è rifluito lasciando spazio a un immenso deserto col suo vuoto e l'urgenza del racconto, contengono a stento le emozioni: «Sono stati giorni difficili. L'attesa del permesso di soggiorno, l'ansia di poter raggiungere famigliari e amici, tutto sembrava consumarci. Piangevamo. La gente di Manduria, Oria, Sava ci ha sostenuto. Hanno dato forza e coraggio a noi che non sapevamo dove fossimo, che scappavamo, ma, in realtà, avevamo davanti l'ignoto come la notte in cui traversammo il Mediterraneo».

Parole che vibrano nel deserto dell'ormai ex tendopoli . Par di vederli ancora galleggiare i “fantasmi” dei tremila che, il due aprile, premendo ai cancelli del Centro di accoglienza e identificazione, uscirono al grido di «Liberté!», segnando la storia di questo pezzo di Salento, tra paura e solidarietà, ma anche delle vicende migratorie che hanno interessato il nostro Paese negli ultimi anni.

Badreddin e Anis sono tornati da reduci alla tendopoli. Loro hanno scelto di restare a Manduria. Il primo ha il permesso di soggiorno per motivi umanitario prorogato di sei mesi. Il secondo ha, invece, il permesso di lavoro che scade fra un anno. «“Il Salento ci ricorda la nostra terra», dicono i tunisini sorridendo e gettando uno sguardo alla suggestiva campagna che ha fatto da cornice alle vicende della tendopoli: ulivi e muri a secco in quella contrada dal nome evocativo: Tripoli. «Il futuro è il lavoro», ricorda Badreddin e i giovani rimasti tra Manduria, Oria e Sava sono muratori, saldatori o lavorano negli alberghi. Qualcuno cerca ancora occupazione. Il tributo pagato a quel tremendo aprile, tra fughe, razzismo, polemiche, disagi rimane nella storia.

Ma è storia anche la Domenica delle Palme, quando con mani sapienti, i tunisini intrecciarono palme fiorite donandole ai volontari, alle forze dell'ordine, ai giornalisti. Un segno di pace e fratellanza, dall'arca della disperazione.      

La tendopoli di Manduria ha affrontato due emergenze. In primavera l'arrivo di oltre tremila profughi tunisini, in maggioranza giovani uomini; c'erano anche nuclei familiari con bambini e donne in stato interessante trasferiti rapidamente nei Cara, i centri di accoglienza per i richiedenti asilo. A partire da maggio e per tutta l'estate, poi, il Centro di accoglienza e identificazione ha accolto migliaia di profughi in fuga dalle prigioni libiche: in gran parte cittadini dei paesi dell'Africa subsahariana. Si trattava di nuclei familiari. La tendopoli si è riempita di donne e bambini. Ospitati anche cittadini di paesi asiatici che lavoravano in Libia e in altri paesi nordafricani.

Le due fasi sono state contraddistinte da due diverse gestioni. L'emergenza  tunisini è stata governata dal ministero dell'Interno attraverso la prefettura di Taranto. In estate la mano è passata alla Protezione civile. L'organizzazione del campo, dal punto di vista dell'accoglienza, del vitto e della mediazione culturale, è stata appannaggio del consorzio “Nuvola”. All'interno del campo di Manduria hanno operato numerose organizzazioni umanitarie:  dall'Alto commissariato per i rifugiati (l'Unhcr) alla Croce Rossa; da Save the Children, che ha portato assistenza ai minori, alla Caritas, all'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).

Tantissimi i volontari giunti da tutta la Puglia e anche da altre parti d'Italia per dare il proprio aiuto tra marzo e aprile, quando il Centro di accoglienza e identificazione ha ospitato i profughi tunisini. La solidarietà non si arresta. La Croce Rossa ha aperto una sede a Manduria con un obiettivo preciso: aiutare gli immigrati rimasti in provincia di Taranto e che hanno scelto di costruire in Puglia il proprio futuro. L'ufficio è un centro di ascolto. Da segnalare anche il lavoro svolto dall'associazione onlus “Naturalmente a Sud” di Manduria con lo sportello migranti al quale si sono rivolti molti profughi giunti in aprile alla tendopoli.

 
 
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