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lunedì 06 dicembre 2021
 
Rap e femminicidio
 

Quando una canzone rischia di istigare alla violenza

21/10/2016  Il brano del rapper Emis Killa "3 messaggi in segreteria" racconta il punto di vista di uno stalker che progetta l'omicidio della sua ex fidanzata. Un invito a riflettere come sostiene lui o un inno al femminicidio con pericolosi rischi di emulazione da parte dei ragazzi?

Sono solo canzonette, cantava Edoardo Bennato. Eppure molte volte entrano nella pelle e nel cuore di chi le ascolta e soprattutto le canta, smuovendo emozioni e pensieri, e chissà, anche comportamenti. Ecco allora che un brano come quella di del rapper Emis Killa, 3 messaggi in segreteria, che fa parte del suo ultimo album Terza stagione, induce a fare una profonda riflessione. Come in gran parte delle canzoni rap il testo è lungo e articolato, una vera e propria storia. Quella di un giovane uomo che continua a tempestare di telefonate la sua ex fidanzata, che si informa sulla vita personale, che dice di preferirla morta piuttosto che con un altro e che alla fine si mette in auto per andare a casa sua, con un’ intenzione lucida e spietata: ucciderla.  La canzone è  il punto di vista di uno stalker potenziale assassino, entra nella sua testa, segue i suoi pensieri. In essa non c’è nessuno spazio per prendere le distanze, per esprimere parole di condanna o per lo meno di dissociazione. Libera scelta di un artista, certo, ma quanto una simile modalità narrativa possa spingere a riflettere, come invece suggerisce lo stesso rapper a chi gli muove delle critiche in merito a questo testo?

Quasi un inno al femminicidio, dicono in tanti. «Non sono canzoni per bambini», ribatte lui. «È un modo per sensibilizzare la gente su una realtà orribile».  Ma è un fatto che siano poi anche tanti bambini e adolescenti a cantare le sue canzoni, identificandosi con le sue parole, finendo per abbracciare il punto di vista dei protagonisti dei suoi brani: “Eri stata avvertita ricordi quegli scleri/Io te lo avevo detto avevo dei problemi seri/E ora hai paura perché tutti quei brutti pensieri/Da qualche giorno hanno iniziato a diventare veri”. Complice la musica e il ritmo, quelle parole ripetute all’infinito non rischiano di trasformarsi in un mantra e proporsi come modello positivo magari da imitare? Il pathos, l’escalation funzionano, tanto che il finale è spiazzante e senza nessun ombra di equivoco: l’ultima parola è strozzerò. E nel giorno in cui in Argentina le donne scendono in piazza ricordando l’ennesima vittima della violenza al grido di NiUnaMenos (“Non una di meno”), e che a Reggio Calabria ci si mobilita gridando forte “No alla violenza sulle donne”,  forse anche Emis Killa avrebbe potuto trovare un’altra chiave per denunciare il femminicidio, ben consapevole della grande responsabilità che possono avere anche le parole di un rapper.

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