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mercoledì 27 ottobre 2021
 
 

Quando bastava la parola del patron

25/06/2013 

Pensa un po’ come sono lontani gli anni Settanta. In quei tempi antichissimi, quando la Juventus andava in ritiro, un certo giorno arrivava il presidente, Giampiero Boniperti, e sistemava tutto e tutti, invidiato record dalle altre società. Boniperti entrava in una stanza appositamente adeguata alla lotta del salario con i calciatori, e nel giro di una sola giornata chiudeva tutti i contratti con i mastri pedatori. Questo è il contratto, questo sarà lo stipendio, questa è la penna. Firmi qui, prego… E il calciatore firmava. Talvolta addirittura in bianco, senza cifra. Chi non s’accordava finiva fuori squadra, nel senso che non giocava neanche le amichevoli estive contro il Real Pizzighettone, in attesa di ripensarci e di scendere a patti con l’ex campione divenuto presidente bianconero. Alla sera, soddisfatto e ben rinfrescato, Boniperti ripartiva per Torino, con i contratti di una ventina di giocatori nella borsa. La notizia vera, però, era quando qualcuno osava dire di no, che voleva pensarci bene, che magari qualche liretta in più potevano anche sganciargliela, quei taccagni degli Agnelli. Sì, insomma, c’era anche qualche ammutinato che non accettava la firma in bianco proposta e pretendeva di vedere cammello prima di firmare contratto. Faceva scandalo, ma poi tutto s’aggiustava. Alla fine, le parti trovavano l’accordo.

E prima ancora dei contratti, c’era il calcio mercato, un mercato delle vacche, a dire il vero, con i giocatori trattati come pacchi postali. Il cartellino era di proprietà delle società che se lo passavano allegramente dall’una all’altra mentre al mare i giocatori compravano ansiosamente il giornale sportivo per leggere e sapere se per caso erano stati ceduti: “Cara, dobbiamo traslocare”. E non c’era pietà per nessuno, neanche per i più forti. Basti qualche esempio, come quello del povero Armando Picchi, colonna dell’Inter euromondiale di Herrera e Moratti senior, svenduto dalla sera alla mattina, perché “vecchio”, al ben più modesto Varese, dove peraltro, sempre in quegli anni transitarono molti mammut della storia nazionale pallonara, da Maldini (Cesare) a Trapattoni, tanto per dire. Il peggio capitava non ai più scarsi, destinati per natura a scomparire, ma a quelli di fascia media, né campioni né schiappe. Era un tormento il calcio per loro: un anno a Torino, l’anno dopo a Palermo. Poi, una stagione a Verona e quella dopo a Bari. Un gol e un trasloco, un palo e un trasferimento. E che dire dei presidenti? Bei tempi, quelli in cui si riunivano all’Hotel Gallia di Milano. Il presidente del Palermo, Raimondo Lanza di Trabia, negli anni Cinquanta riceveva i colleghi, per comprare e vendere un portiere in cambio di un tornante, nudo nella vasca da bagno, con una coppa di champagne in mano, neanche s’aspettasse di veder entrare Ava Gardner nella suite dell’hotel più conosciuto dai tifosi. Altri tempi, indubbiamente.

I diritti dei calciatori sono aumentati in modo inversamente proporzionale al potere dei club su di loro. Fece sensazione scoprire, da parte di certi presidenti poco avvezzi alla novità, che alla firma del contratto oltre al calciatore partecipava anche un “terzo uomo” che faceva da manager e procuratore di quel terzinaccio appena arrivato o del mediano confermato a furor di popolo.
Ma tant’è: ci si è adeguati in fretta. La legge Bosman, dal nome del modesto calciatore belga che diede inizio a tutto, cambiò, nel 1995, il modo di scambiarsi quelle figurine viventi tra club di calcio. Così, i presidenti, prima di cedere o comprare, devono chiedere al calciatore o meglio, al suo procuratore, se gli sta bene la nuova destinazione.
Ed è chiaro che a quel punto scatta la moneta sonante: quanto mi dai se me ne vado ? Quanto mi dai se vengo da te? E pensare che quando Gigi Riva rifiutò di andare alla Juventus se ne parlò per settimane come di uno scandalo al sole! Facile capire che in mezzo a tante trattative, col mercato aperto anche all’estero, i contratti esentasse o le dichiarazioni inferiori alla realtà dei fatti finiscono per convergere tutte o quasi nel Paese dei campanelli, l’Italia, dove pagare le tasse appare più un esercizio filosofico che un dovere civico.
E, nella catena di sant’Eupalla, basta il primo che inizia a barare per farsi seguire da tutti gli altri in coda. Così, dopo i passaporti falsi, i gol truccati, le penalizzazioni per l’Irpef non versata, ecco anche l’inchiesta odierna - solo all’inizio, ha detto la magistratura, mettendo le mani avanti per far capire che quella odierna è appena l’antipasto – che finisce per lambire, anzi, centrare in pieno, anche cosette da niente come il riciclaggio, oltre all’associazione a delinquere, all’evasione fiscale internazionale e alle fatture.
False, of course. Insomma, sapete di vero cosa rimane nel calcio italiano d’estate? Un calciatore con famiglia in spiaggia, che legge avidamente il giornale, esattamente come ai bei tempi. Allora guardava solo le notizie sportive. Oggi cerca freneticamente la cronaca giudiziaria, pensando: hai visto mai che c’è anche il nome mio?

 
 
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