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Quando essere credenti è "Grazia a caro prezzo"

16/06/2022  La beatificazione di 10 suore polacche martiri durante l’ultima Guerra mondiale ci ricorda che essere cristiani in molte parti del mondo è a rischio della vita. Tutti siamo chiamati alla testimonianza

Cari amici lettori, domenica 12 giugno papa Francesco ha ricordato nell’Angelus le dieci suore beatificate il giorno precedente a Breslavia, in Polonia: suor Paschalis (Pasqualina) Jahn e altre nove consorelle martiri, appartenenti alla Congregazione delle Suore di Santa Elisabetta. Le dieci religiose sono state riconosciute martiri perché durante l’invasione dell’Armata Rossa in Polonia nel 1945, verso le fine della Seconda guerra mondiale, in un contesto di odio alla fede, hanno difeso la loro castità di fronte ai soldati che volevano violentarle.

Impossibile non pensare alle donne violentate nella guerra in Ucraina. «Appartengo a Gesù, è il mio sposo», furono le ultime parole di suor Paschalina prima di morire. Parole che ricordano quelle delle protagoniste degli Atti dei martiri dei primi secoli cristiani. È uno dei tanti martìri che hanno solcato il “secolo breve”: l’uccisione barbara di persone – uomini e donne – solo perché cristiani, in odio alla fede. Ma in tante parti del mondo anche oggi essere cristiani è rischioso e può costare la vita. Ce l’ha ricordato la recente strage di 50 cristiani, riuniti in una chiesa della Nigeria per celebrare la Pentecoste lo scorso 5 giugno. E sono ancora tanti i cristiani che nel mondo corrono rischi per il solo fatto di essere cristiani.

Oltre 5 miliardi persone (il 67% della popolazione mondiale) vive in nazioni dove si verificano gravi violazioni della libertà religiosa. 62 Paesi sovrani su 196 (31% del totale) non rispettano il diritto alla libertà religiosa. È di pochi giorni fa la notizia che l’Italia ha nominato un inviato speciale per la libertà religiosa e il dialogo interreligioso, il consigliere diplomatico Andrea Benzo. Figura che esiste in diversi Paesi, e in teoria anche nell’Unione europea, dove attualmente il posto è vacante, segno di una certa “assenza” dell’Unione rispetto alle questioni religiose, relegate alla sfera del privato.

Nessuno naturalmente cerca il martirio. Colpisce nelle storie di queste suore, come di altri martiri, l’abnegazione, la disponibilità a rimanere dove si era chiamati per vocazione e a non fuggire. Le suore beatificate scelsero di rimanere nei villaggi invasi dai sovietici, accanto agli anziani e agli ammalati che accudivano. Colpiscono le loro parole che testimoniano un’appartenenza indivisa a Gesù: non si trattava per loro di un atto eroico, ma di fedeltà a Cristo. Una fede “totalizzante” che oggi facciamo molta fatica anche solo a immaginare. Queste martiri ci ricordano che esiste un qualcosa al di là di noi per cui vale la pena giocarsi tutto. «Il loro esempio di fedeltà a Cristo aiuti tutti noi, specialmente i cristiani perseguitati in diverse parti del mondo, a testimoniare il Vangelo con coraggio», ha esortato il Pontefice all’Angelus dopo averle ricordate. «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Marco 8,38). Chissà se queste parole di Gesù possono trovare ancora un senso anche nelle nostre società “a rischio zero”.

 
 
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