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lunedì 06 dicembre 2021
 
Il ricordo
 

Quando Franco Cerri ci raccontò i suoi 90 anni felici

18/10/2021  Ripubblichiamo l'intervista che il grande chitarrista jazz milanese, scomparso oggi 18 ottobre, ci rilasciò cinque anni fa: dai ricordi della guerra, agli incontri con grandi musicisti come Chet Baker e Renato Carosone, alla pubblicità televisiva di un detersivo che gli regalò grande popolarità, fino all'insegnamento ai giovani

La voce serena, gentilissima di Franco Cerri si incrina in un ricordo di profonda emozione: la sera del suo compleanno il Teatro Dal Verme di Milano stracolmo di spettatori ha celebrato i 90 anni dello straordinario chitarrista milanese, uno dei nomi più celebri e amati del jazz italiano. «Sono arrivato a questa età e per me è una piccola vittoria. Speriamo che vada avanti ancora per un po’. Per il momento va bene, cammino con le mie gambe, la testa funziona, continuo a scrivere musica». Una carriera musicale lunghissima, a partire dagli anni Quaranta, costellata di successi, incontri con i miti del jazz mondiale, collaborazioni e amicizie con i grandi della musica italiana, da Renato Carosone a Nicola Arigliano.

Cerri ricorda i suoi esordi da autodidatta, gli albori di una passione musicale che, grazie a un talento fuori dal comune e a una serie di eventi fortunati, è diventata la sua vita. «Da ragazzo avevo iniziato a fare il muratore, in seguito l’ascensorista, l’aiuto fattorino, poi l’impiegato. Sopra casa nostra abitava un signore che suonava la chitarra e canticchiava dei motivetti. Mi rimase in testa il suono dello strumento». La prima chitarra gliela regalò nel 1943, all’età di 17 anni, suo padre. «Ma lui mi diceva che un maestro costava troppo. Io non conoscevo nemmeno i nomi delle corde della chitarra». A dargli una grande mano fu l’amico pianista Giampiero Boneschi, che gli insegnò i primi rudimenti di teoria. «Per me lui è stato l’unico maestro». Erano gli anni della guerra: «Ci chiamavano a suonare per i militari feriti che tornavano dal fronte».

Un’immagine indelebile: «Una volta portarono sette soldati senza braccia e senza gambe, che ridevano allegri. Io quasi non riuscivo più a suonare. Allora imparai che non si tratta solo di suonare: bisogna servire il pubblico. Ancora oggi ogni tanto mi capita di sognare quei soldati». Poi, con la fine della guerra, a Milano si tornò a ballare nei cortili. E Cerri ripercorre l’incontro casuale, una sera, con il famoso musicista e compositore Gorni Kramer, che riconobbe la sua bravura e, tempo dopo, lo invitò a suonare nel suo gruppo. «Ricordo l’incredulità dei miei genitori. E la commozione di mia madre quando la portai a vedere le prove per dimostrarle che era tutto vero».

Negli anni seguenti iniziarono gli incontri musicali con gli americani, che venivano in tournée in Italia e in Europa: «Anche io sono andato spesso negli Stati Uniti e lì ho suonato con i più grandi del jazz, da Chet Baker a Gerry Mulligan. Imparavo i loro modi: loro suonavano con tranquillità, io invece ero pieno di paure, e lo sono ancora. Prima di esibirmi mi prende sempre un momento di smarrimento. Questo è il mio punto debole, però non fa male a nessuno e cerco di non fare male neppure a me stesso».

A dargli popolarità ha contribuito anche la Tv: per tanti italiani lui ancora oggi è “l’uomo in ammollo” di uno spot televisivo degli anni Settanta che reclamizzava un detersivo per bucato. Ma l’immagine pubblicitaria non ha mai offuscato il musicista. A voce bassa Cerri accenna una melodia. «In casa suono poco», spiega, «scrivo la musica, poi dopo con la chitarra controllo se ho fatto la composizione giusta». Sempre presente al suo fianco c’è sua moglie Marion, che lo aiuta tanto nel suo lavoro: «Siamo una bella coppia, stiamo bene insieme». Immancabile è l’appuntamento settimanale con i suoi allievi dei Civici corsi di jazz: «A scuola ho trenta studenti. Ogni martedì a lezione affido loro un arrangiamento che ho messo a punto e che devono saper leggere la settimana successiva». Insegnare lo appassiona, gli regala sempre entusiasmo ed energia nuova. «E adesso che ho 90 anni cosa dovrei fare, fermarmi? Non ci penso proprio. In fondo, suonare è l’unica cosa che so fare».

 
 
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