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sabato 25 giugno 2022
 
Cronaca
 

Quando i "cold case" non sono telefilm

15/01/2016  Il caso Macchi è il terzo caso irrisolto che ha trovato una svolta di recente a Milano. Ma la realtà è più complicata del cinema.

I cold case non sono solo roba da telefilm. Lo dimostra il fatto che nel giro di un anno Milano ha dato una svolta a tre casi di omicidio congelati dal tempo: tre casi diversi, tre diverse occasioni di riapertura, tre diverse strategie investigative: l'omicidio di Giuseppe De Rosa avvenuto nel 1976 a Buccinasco, l’omicidio del Procuratore di Torino Bruno Caccia, avvenuto 32 anni fa a Torino di cui si conoscevano i mandanti ma non gli esecutori, e ora l’omicidio di Lidia Macchi, studentessa uccisa a Milano trent’anni fa.

Ma è vero che nella vita è più complicato che nei telefilm: non c’è una Lilly Rush, giovane e solitaria detective, che ha fatto dei delitti irrisolti e raffreddati dal tempo una missione personale. Nella realtà a far svoltare casi freddi, sempre omicidi irrisolti, sono variabili diverse a seconda dei casi: coincidenze, spesso imprevedibili, che si verificano durante il lavoro di investigatori e Pm che mentre si occupano d’altro trovano un collegamento imprevisto, avvocati che non si arrendono e depositano esposti e dossier con nuovi elementi.  Davanti a un indizio forte, e un nuovo elemento davvero significativo, l’obbligatorietà dell’azione penale fa il resto: porta alla riapertura di un fascicolo archiviato o ne fa svoltare uno rimasto nel limbo.

UN'INTERCETTAZIONE IMPREVEDIBILE

Era il 2012, Paolo Storari sostituto procuratore della Dda di Milano, stava indagando sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nella security di alcuni locali notturni. Tutto si sarebbe aspettato s’immagina, meno che due indagati intercettati si lasciassero andare a ricordare un fatto di sangue avvenuto a Buccinasco nel 1976, vecchio di quasi quarant'anni: si trattatava dell’omicidio di Giuseppe De Rosa, un nomade ucciso con tre colpi di pistola, un caso archiviato con un nulla di fatto nel 1978. La dichiarazione intercettata però ha fatto riaprire le indagini e si sono trovati i riscontri: per quell’omicidio è stato condannato in primo grado a 30 anni il boss Rocco Papalia, già al 41 bis per altri reati di stampo mafioso. Le motivazioni della condanna sono arrivate in questi giorni e parlano di: necessità di riaffermare prestigio criminale.

UNA TRAPPOLA, TRA TECNOLOGIA E TRADIZIONE

  

Sulle stesse scrivanie – la Procura di Milano è competente per i reati che coinvolgono magistrati torinesi, Dda in questo caso trattandosi di matrice mafiosa -, nel 2015, arriva la sollecitazione dell’avvocato Fabio Repici e della famiglia di Bruno Caccia, procuratore della Repubblica di Torino, ucciso il 26 giugno del 1983. Chiedono una riapertura del caso, rimasto con una risposta monca (è stato condannato il mandante, ma sono impuniti gli esecutori.  A sostenere la sollecitazione ci sono carte nelle quali si avanza l’ipotesi che a uccidere Bruno Caccia non sia stata la ‘ndrangheta ma l’ala messinese di cosa nostra. Gli investigatori si studiano le carte e cominciano a indagare, escludono che l’ipotesi dell’avvocato Repici abbia fondamento, ma quando Domenico Belfiore, condannato come mandante all’ergastolo per l’omicidio Caccia va ai domiciliari per gravi motivi di salute, provano a cogliere quell’occasione.

La speranza che immergerlo delle microspie serva a qualcosa trent’anni dopo pare più che mai vana: è a quel punto che gli investigatori si inventano una trappola, che funziona. Il combinato disposto di una tecnologia ipermoderna e di una lettera anonima vecchio stile scatenano le chiacchiere. Gli investigatori della Mobile di Torino guidati da Marco Martino, d’accordo con il procuratore aggiunto Ilda Boccassini e il pm Marcello Tatangelo, spediscono al neo domiciliato una finta lettera anonima: “Se parlo andate tutti alle Vallette”, cacciandoci dentro il nome di Rocco Schirripa, su cui nutrivano qualche sospetto, e poi infettano con un virus informatico registratore i telefoni delle persone coinvolte nell’indagine che per precauzione si parlano da sempre solo in strada o sul balcone.

 La speranza ovviamente era che la lettera anonima spingesse i sospettabili a tradirsi e così è avvenuto. Schirripa è stato arrestato il 23 dicembre ed è in attesa di processo con l’accusa di aver dato il colpo di grazia al Procuratore Caccia, sorpreso nell’unico momento di debolezza della sua vita: la passeggiata serale con il cane. 

MACCHI, CLASSICISSIMA PERIZIA CALLIGRAFICA

Sempre a Milano ma in altre stanze, quelle della Procura generale, sta ritrovando il bandolo il caso di Lidia Macchi: l’indagine sull’omicidio della studentessa uccisa con 29 coltellate il 7 gennaio del 1987, era rimasta aperta, senza nessun indagato formale, sui tavoli della Procura di Varese.

Il primo sospetto era caduto su un sacerdote capo scout, ma non era stato formalmente indagato e nessuna pista aveva dato esiti positivi. L’unica cosa certa era che il presunto assassino – nessun altro poteva conoscere certi particolari - , il giorno del funerale, aveva inviato una lettera anonima a casa della ragazza uccisa, intitolata "In morte di un’amica". Quella sul caso Macchi fu la prima indagine italiana in cui vennero impiegate ricerche sul Dna, ma erano agli albori, i reperti furono mandati in Inghilterra e nulla di utile all'epoca ne sortì.

E’ il 2013 quando il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda, chiede a Varese gli atti di quell’indagine mai chiusa: sta indagando Giuseppe Piccolomo per un altro caso, il cosiddetto delitto delle mani mozzate, e un particolare le fa sospettare che il suo indagato possa aver compiuto anche quell’altro omicidio di tanti anni prima. Si studia le carte e nel 2015 avoca a sé il caso. Indaga, ma solo per poterlo archiviare e riabilitarlo agli occhi dell'opinione pubblica il sacerdote chiamato in causa dai sospetti varesini. Chiede la verifica dei reperti del Dna riguardo alla lettera: la traccia disponibile e la sua conservazione non bastano a definire il profilo del sospettato, ma bastano per escludere che il Dna sia compatibile con Piccolomo, già all’ergastolo per il delitto delle mani mozzate, esce scagionato da questo caso.

Si continua a indagare e il cerchio si stringe attorno Stefano Binda, un compagno di studi di Lidia. Una testimone nota la somiglianza tra la grafia della lettera anonima del giorno del funerale. Una perizia calligrafica conferma. Binda è stato arrestato il 15 gennaio 2016. Il processo ora dirà se davvero come direbbe Montalbano le indagini hanno fatto tombola.

Se non fosse che c'è di mezzo troppo dolore, verrebbe da concludere che a volte la realtà sa essere non solo più complicata dei film, ma anche più fantasiosa.

 
 
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